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Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)? — marzo 23, 2018

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)?

Introduzione

TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist) è un acronimo utilizzato per descrivere le posizioni condivise da alcune femministe radicali separatiste, che rifiutano alle donne transgender l’accesso a determinati spazi riservati alle donne. Secondo gli attivisti trans, si tratterebbe di un palese caso di transfobia[1]; secondo questo gruppo di femministe radicali le donne hanno diritto a creare spazi unicamente per le donne nate donne e “TERF”  sarebbe un termine estremamente offensivo utilizzato per veicolare misoginia e sessismo, nonché usato per silenziare le donne che esprimano il proprio criticismo verso il moderno attivismo trans[2]. Non è ben chiaro, pertanto, se si tratti di un termine descrittivo o di un insulto. In ciascuno dei due casi, le femministe radicali trans-escludenti non considerano le donne trans come donne, almeno non in senso biologico, e per questo motivo non le ritengono oggetto del loro femminismo. Questa sottocategoria di femministe non vuole essere definita TERF, bensì gender critical (critica nei confronti del genere) o semplicemente radfem, pur non rappresentando necessariamente il femminismo radicale nella sua interezza, che ha sempre avuto visioni variegate al riguardo (anche se loro non sono d’accordo e sono dell’idea, piuttosto, che il femminismo radicale escluda per definizione il maschile). In ogni caso bisogna ricordare che non esiste un gruppo interno di femministe radicali che si identifica con l’acronimo TERF, bensì questa parola è loro imposta dall’esterno e considerata come un insulto sessista per silenziare le loro idee ed evitare il dibattito. Inoltre, non tutte le femministe trans-escludenti si definiscono come femministe radicali.

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Essere femminista radicale comporta automaticamente l’essere TERF?

No. Bisogna ricordare che il femminismo radicale si concentra sulle donne in quanto persone di sesso femminile che ricevono una determinata socializzazione (femminile) e sono trattate in un determinato modo dalla società, ovvero come esseri inferiori rispetto agli uomini.
Tuttavia, le donne trans, in quanto persone di sesso maschile che, però, vivono o desiderano vivere il resto della propria esistenza come donne, sono state accolte da altre femministe radicali come donne. Queste ultime, pur condividendo l’idea centrale femminista radicale della “liberazione della classe femminile dal dominio patriarcale”, si sono distanziate dal femminismo critico nei confronti  delle identità non binarie e delle persone transgender e transessuali. Un esempio è la femminista radicale americana Catherine MacKinnon, la quale ha dichiarato quanto segue:

“La società maschile dominata dagli uomini ha definito da sempre le donne come un gruppo biologico discreto. Se questo avesse potuto portare alla liberazione, saremmo già libere da un pezzo…Per me le donne sono un gruppo politico. Non ho mai avuto l’occasione di dirlo in questi anni, finché non c’è stata una gran discussione su se le donne trans siano donne… Onestamente non m’importa come qualcuno diventa una donna o un uomo. E’ solo parte della loro specificità e unicità, come quella di ciascun altro. Chiunque si identifichi come donna, voglia diventare donna, sarà in mezzo ad altre donne, per quanto mi riguarda, è una donna.”

[…]
“Per essere donna una persona deve vivere come donna. Le donne trans lo stanno facendo e a mio parere possono offrire allo stesso modo una preziosa prospettiva al riguardo.”

[…]

Ho conosciuto donne trans che si oppongono fermamente a ogni forma di violenza maschile contro le donne . . . e stanno lottando per far sì che finisca. Le donne trans che conosco sanno molto bene che la supremazia maschile è un sistema politico d’oppressione e loro stesse si oppongono ad esso.”

– MacKinnon

[Fonte: Intervista a Catherine MacKinnon]

Allo stesso modo la pensa John Stoltenberg e così scrisse la stessa Andrea Dworkin in Women Hating, la quale già nel 1974 arrivò alle seguenti conclusioni, sicuramente rivoluzionarie e senza alcun dubbio includenti per l’epoca:

La transessualità può essere definita come una forma particolare della nostra generale multisessualità che è impossibilitata a raggiungere il suo naturale sviluppo a causa di condizioni sociali estremamente avverse. Non c’è dubbio che nella cultura della discretezza maschile-femminile [in termini moderni forse diremmo: epoca dominata dal binarismo sessuale], la transessualità è vissuta come un disastro per l’individuo transessuale. Ogni persona transessuale, sia essa bianca, nera, uomo, donna, ricca, povera, è in uno stato di primaria emergenza in quanto transessuale. Ci sono tre punti cruciali da menzionare al riguardo. Prima di tutto, ogni transessuale ha il diritto a continuare a vivere così come ritiene più opportuno. Ciò significa che ogni transessuale ha diritto d’accesso a interventi di riassegnazione chirurgica del sesso e dovrebbe essere messo a disposizione dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura d’emergenza per una condizione d’emergenza. In secondo luogo, cambiando le nostre premesse su cosa sia un uomo e cosa sia una donna, sui giochi di ruolo e sulla polarità, la situazione sociale delle persone transessuali si trasformerà, e saranno pienamente integrate nella nostra comunità e non più perseguitate e odiate. Infine, la comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità così come la conosciamo oggi. O la persona transessuale sarà in grado di espandere la sua sessualità in una fluida androginia o, cadendo i ruoli di genere, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità sessuali [oggi diremmo: di genere] e di comportamento.[3]

In cosa credono le TERF?

Questo gruppo di femministe radicali crede che il femminismo sia per la liberazione delle donne (intese come persone di sesso femminile) dall’oppressione maschile, teoria che in realtà alla base di qualunque interpretazione femminista.
Le donne trans, però, a loro dire non sarebbero discriminate in quanto donne ma in quanto uomini non conformi al genere a loro assegnato dal patriarcato. Esse godrebbero comunque di privilegio maschile, perché hanno avuto socializzazione maschile e non lo perderebbero neanche transizionando completamente.
Si oppongono attivamente al moderno attivismo trans e al “transgenderismo” in generale. Si propongono di difendere il sesso biologico, che esse non considerano un costrutto sociale, così come fa la teoria queer. Sono dell’idea che la discriminazione subita dalle donne sia dovuta al loro sesso di appartenenza, che essere donna sia una specifica realtà materiale e non una sensazione. Per queste femministe le donne trans sarebbero maschi (= uomini) e gli uomini trans sarebbero femmine (=donne).  Le donne trans non sarebbero incluse nel loro femminismo perché sono biologicamente maschi, mentre gli uomini trans lo sarebbero, perché di sesso femminile. Per loro il sesso è l’unica realtà materiale percepibile (ovvero le differenze fra maschio e femmina), mentre il genere sarebbe imposto dall’esterno a partire dalla nascita a seconda del sesso di appartenenza (se sei maschio: socializzazione maschile, se sei femmina: socializzazione femminile). Rifiutano totalmente l’idea che esista un’identità di genere già presente nella mente delle persone e che prescriva il loro comportamento (da loro criticato come “essenzialismo di genere”). Alcune di loro arrivano anche oltre, arrivando ad affermare che le persone trans transizionerebbero unicamente sulla base di determinati stereotipi di genere e considerano il trans attivismo per questo motivo una corrente conservatrice, in quanto, a loro dire, prescrive un determinato comportamento unicamente in base a determinati stereotipi di genere. Una donna trans per loro non è una donna ma un uomo che ha modificato il suo corpo per adeguarlo ad un’immagine di donna creata ad hoc dalla società patriarcale. In modo analogo, un uomo trans avrebbe transizionato per sfuggire alla misoginia, dopo aver sviluppato un determinato odio per il proprio corpo femminile e per il modo in cui era stato trattato dalla società. In generale, le femministe gender critical non sono contrarie alle donne trans in quanto trans, ma vorrebbero che loro si riconoscessero come un terzo sesso piuttosto che come donne (perché, come già detto, per loro “donna” è una precisa realtà biologica). In altri casi, esse vogliono semplicemente preservare determinati spazi femminili. 

Interventi di riassegnazione chirurgica del sesso

Gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso sono visti da questo tipo di femministe come una mutilazione, un mito portato avanti dalla cultura fallocentrica, che comunque non cambia il sesso di appartenenza di una persona. L’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso non creerebbe una neovagina, ma si tratterebbe semplicemente di un pene rovesciato (inverted penis).
Il fatto che le persone trans transizionino, sostengono queste femministe, è dovuto all’esistenza stessa degli stereotipi di genere nella società patriarcale. A loro dire, se questi non esistessero, nessuno sentirebbe l’esigenza di cambiare il proprio corpo “di nascita”; l’attivismo trans sarebbe regressivo perché spingerebbe a cambiare il proprio corpo unicamente in base a ciò che la società prescrive.

La donna secondo le femministe radicali trans-escludenti e l’impatto sull’identità lesbica

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, secondo le TERF, dire di “sentirsi” uomo o “sentirsi” donna è basato unicamente sul fatto che ci siano determinati ruoli di genere che penalizzano le persone che non si conformano ad essi. “Che cosa definirebbe, a quel punto, una donna?” si chiedono loro. Una donna sarebbe una persona che si comporta da donna o si sente donna? No. A loro dire, l’essere donna è unicamente una precisa realtà biologica. Lamentano che la donna venga cancellata dall’attivismo trans moderno, che in taluni casi, a livello di linguaggio, ad esempio, propone l’utilizzo di termini percepiti come più inclusivi come “persona che ha il ciclo” piuttosto che “donna che ha il ciclo” o “persona incinta” e non “donna incinta”.

Che cosa accadrà se il concetto di “donna” sarà privato di qualsiasi contenuto reale socialmente riconoscibile, ma le relazioni sessuali di genere rimarranno le stesse? I problemi non scompariranno, ma perderemo la lingua che descrive il sistema patriarcale di oppressione, e quindi la conoscenza necessaria per organizzare la lotta contro di essa.
[Estratto di un articolo in russo scritto da una donna trans che invita al dialogo fra attivisti trans e femministe radicali separatiste]

Oltretutto, numerose femministe radicali separatiste, in particolar modo quelle lesbiche, sono dell’idea che l’identità transgender non solo cancellerebbe cosa significhi essere donna, ma spingerebbe lesbiche butch (mascoline) a identificarsi come trans.

Si può parlare di “culto” trans?

L’esistenza di bambini transgender è a sua volta negato da questo gruppo di femministe, che considerano la somministrazione di puberty blockers su minori come una forma di abuso minorile. Per loro ci sarebbe, inoltre, un tentativo da parte dell’industria medica e farmaceutica di arricchirsi sulla salute delle persone con disforia di genere. Dunque, ci sarebbe una vera e propria forma di “culto” dietro l’attivismo trans! Il transgenderismo, sostendendo la progressiva eliminazione del sesso biologico a favore dell’identità di genere porterebbe con il passare del tempo all’inclusione di uomini in safe spaces prima solo per donne (centri antiviolenza, spogliatoi, bagni e così via).
Queste donne lamentano che qualsiasi criticismo al transattivismo sia silenziato e che non venga loro garantita la libertà d’espressione. Affermano anche di esser state minacciate da attivisti trans e, talvolta, di essere state persino vittime di aggressione.

Cis/trans

Per questo gruppo di femministe non esiste un asse di oppressione cis/trans, perché per loro una donna trans non è più discriminata di una donna cis. L’essere nata donna non comporterebbe, secondo le loro posizioni, alcun vantaggio nella società in cui viviamo, bensì solo svantaggi e pesante misoginia. Le donne, dicono spesso, non scelgono di identificarsi come tali, specialmente nelle società più sessiste, dove mutilazioni genitali femminili, stupri e violenza sono all’ordine del giorno. Una donna non può affermare semplicemente che “si identifica come un uomo” per sfuggire a questa violenza. Dire che le donne trans sono più discriminate di quelle cis equivarrebbe, dunque, a fare un discorso sessista, che considera gli uomini più discriminati delle donne (come già detto prima, per queste femministe maschio = uomo e femmina = donna; a tal proposito le TERF spesso dicono anche che non vi è alcun dato che testimonia che le donne trans siano meno violente degli uomini e riportano casi di violenza sessuale a sostegno della loro tesi).

Non-binary

Secondo le femministe gender critical l’etichetta “non-binary” sarebbe superflua perché nessuna persona segue completamente gli stereotipi associati al sesso maschile o femminile. Il postulare la propria appartenenza a un’identità non binaria, inoltre, rafforzerebbe il binarismo di genere invece di abbatterlo, perché dire che esista un’identità non binaria sottintenderebbe l’esistenza stessa del binarismo. Secondo queste femministe le persone cisgender, chi in larga misura e chi in misura minore, non necessariamente condividerebbero una visione binaria del mondo e non necessariamente vivano “bene” la loro vita come uomini e come donne, poiché nessuno segue al 100% comportamenti dettati dai ruoli di genere.

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Obiezioni e criticismo al Trans Exclusionary Radical Feminism 

Le TERF come gruppo d’odio

Queste femministe sono viste da coloro che le criticano come un vero e proprio gruppo autoritario e dogmatico (per queste femministe il loro è l’unico “vero femminismo”) che promuove transmisoginia e diffonde stereotipi e luoghi comuni sulle persone trans. Si tratterebbe di un gruppo che compie un continuo atto di violenza negando alle donne e agli uomini transgender la loro identità, oltre che l’accesso agli spazi del genere in cui loro si sentono più a loro agio. Le TERF si sono giustificate dicendo che non sono contro i diritti delle persone trans, ma semplicemente credono che “maschi biologici” (quelli che in termini moderni diremmo “AMAB” – Assigned Male at Birth) non debbano essere considerate donne e vogliono spazi distinti in base al sesso d’appartenenza piuttosto che al genere. Pur non dicendosi apertamente transfobiche, queste femministe, almeno negli anni ’80 in America, si sono battute affinché le persone trans non potessero ottenere più interventi di riassegnazione chirurgica del sesso o avere accesso ai bagni pubblici del sesso in cui si indentificano [4]. Le femministe trans-escludenti sono state anche accostate all’estremismo religioso e all’antifemminismo in generale, in quanto in taluni casi hanno proposto terapie alternative per la disforia di genere rispetto all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso e hanno parlato di transessualità come una scelta [5], oltre ad aver usato politicamente pochi casi di cronaca che coinvolgono crossdressers come teoria a sostegno della presunta violenza delle donne transgender.

Commento

Siccome da entrambe le parti ci sono reciproche accuse di violenza (le femministe gender critical testimoniano attacchi di attivisti trans contro di loro, mentre gli attivisti e le attiviste trans parlano di bullismo e violenza esplicita nei loro confronti), non credo di essere nella posizione tale da poter dare un mio giudizio preciso. Se è vero che oggi le accuse di transfobia o omofobia sono spesso usate a caso, come ha fatto anche notare il team di Wikisessualità e che le donne cis debbano avere totale libertà di organizzarsi in gruppi autonomi, è anche vero che c’è un confine fra critica e stigmatizzazione e bisogna ricordare altresì che nessuna idea politica dovrebbe essere utilizzata per finalità d’odio. Mi auguro che in futuro ci sarà un maggior dialogo fra gli ambienti queer e femministi, in modo da potersi venire reciprocamente incontro in caso di differenze di idee o di visioni del mondo, a patto che esse siano, ovviamente, basate su un criticismo sano e ragionato e non su pregiudizi e fobie.

Esempi di Youtuber gender criticalMagdalen BernsPeachyoghurt.

Fonti

  1. The Long History of Transgender exclusion from feminism
  2. TERF is hate speech
  3. Dworkin, A. (1974). Woman hating. New York: Dutton. (vedi anche: Transadvocate)
  4. Ulteriori informazioni su The TERFs
  5. Raymon, Janice G. (1980). Technology on the Social and Ethical Aspects of Transsexual Surgery.

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I’m a barbie girl? — gennaio 18, 2018

I’m a barbie girl?

di Sarah Soldini

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A perfetta dimostrazione che uccide più il consumismo del patriarcato, nonostante siano, purtroppo, correlati indissolubilmente, nel 1959 in America inizia la commercializzazione del giocattolo forse più venduto al mondo: la Barbie. Sfido chiunque a non sapere di che si tratti. Era una bambola rivoluzionaria per i tempi, date le sue fattezze di donna adulta. Rivoluzionaria perché fino ad allora venivano solo prodotte bambole raffiguranti neonati, a parte una bambola tedesca che si chiamava Bild Lilli, che non ebbe gran successo, anche perché inizialmente era stata creata come oggetto per adulti. Aveva un aspetto da pin up, era in pratica quelle che oggi definiremmo un’action figure, derivata da un fumetto dei tempi.

Da ormai dieci anni dall’instaurazione del capitalismo si è fatta strada a grossi passi una nuova tendenza, definita dallo stesso Marx come “feticismo della merce”, ovvero il consumismo. Gli economisti, come l’americano Lebow, la definiscono con queste parole:

“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo…”

e questo è più o meno l’inizio della fine. Incominciano in quegli anni i primi bombardamenti pubblicitari su larga scala e la nostra neo nata Barbie è la prima bambola, o addirittura il primo giocattolo, a venire pubblicizzata in maniera massiva anche in televisione. In quegli anni si sviluppa l’idea della donna oggetto, della casalinga felice e realizzata con il suo nuovissimo tostapane o ripresa felice e sognante davanti alla sua nuova lavatrice. Si fa strada l’idea di come la nostra donna si debba presentare, e cosa c’è di meglio che inculcarlo nelle giovani menti dei bambini degli anni ’60 se non attraverso un oggetto d’uso quotidiano? Le prime bambole commercializzate erano, in realtà, more e bionde, ma prestissimo le more sono sparite dagli scaffali lasciando spazio solo alle biondissime, giusto per indicarci qual era il modello di bellezza che si voleva portare avanti. Dicevo, queste bambole bionde, statuarie, perfette, dalle gambe lunghe e affusolate, seni alti e perfetti, di misure assolutamente proporzionate da modella (anoressica), con i lunghi capelli morbidi e setosi entrarono nelle case di tutte le bambine insegnando loro che cosa la società pretendeva dai loro corpi e dalle loro menti. Alla bellissima Barbie aggiunsero poi un corollario di personaggi come l’affascinate e super scolpito addominali-a-tartaruga-Ken, suo marito, e vari altri personaggi che affollavano la loro bellissima casa, in piena atmosfera consumistica, dove bisognava creare sempre nuovi prodotti da vendere. Abbiamo, quindi, questa donna bellissima, sempre perfettamente truccata che si occupa della casa e del marito.

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Le pubblicità di ogni genere di bene materiale tendono sempre di più a mostrarci un’immagine da Barbie, interpretata da attrici in carne ed ossa. Ritengo che ciò non faccia che creare disagio nelle menti delle bambine, che capiscono che devono ambire ad avere un corpo perfetto e statuario e a desiderare una vita con un marito, al quale presentarsi sempre perfettamente acconciate e truccate in ogni momento della giornata. Solo così poteva avvenire la realizzazione della donna, presentata come una figura stupida ad uso e consumo del marito. E chissà se la prima mente che ha immaginato la Barbie, Ruth Handler, ci abbia mai riflettuto. Negli anni questa piccola creatura ha portato alla Mattel, la fabbrica che la distribuiva, una quantità di denaro inimmaginabile. Ha conquistato il favore di tutto il mondo. I collezionisti impazzivano per lei, le bambine l’adoravano e facevano comprare ai genitori ogni tipo di gadget, un successo forse mai più eguagliato per un singolo giocattolo. Ma più si diffondeva e più nessuno pensava agli effetti devastanti sulla figura della donna stessa. Da qui nascono le varie definizioni di associazione di idee bionda-senza cervello, forse anche incentivate da nuovi modelli di Barbie che parlavano e dicevano chicche tipo: ”La matematica è difficile”. Ci sono stati, però, alcuni film che hanno cercato, sotto forma di commedia, di far capire quanto ci fosse di sbagliato ad ambire ad essere una Barbie. Uno di questi è “La donna perfetta” di Frank Oz del 2004, con una bravissima Nicole Kidman, ma non era che un remake di un film del 1975, tratto dal romanzo di Ira Levin “La fabbrica delle mogli”. In sintesi, si denunciava la visione distorta della donna perpetuata dagli uomini, che in questa storia arrivavano anche non preoccuparsi minimamente di snaturare la loro moglie (spesso molto più in carriera o potente socialmente del loro lui) attraverso un processo computerizzato che le rendeva a tutti gli effetti delle bellissime bambole (Barbie) piegate al loro totale volere. Da notare anche il fatto, che, almeno nel film di Oz, si conclude che chi crea e innesca questo diabolico progetto è una donna, che rimpiange i bei tempi andati degli anni ‘50, dove tutto era perfetto e quella doveva essere il modello di perbenismo e perfezione a cui si doveva ambire in quanto femmine. Un po’ quello che ancora oggi ci sia aspetta da una donna ai tempi nostri! Il secondo grande momento di “contestazione” alla Barbie viene poi da una canzone Barbie girl del gruppo danese degli Aqua. Questa canzone è stata anche denunciata dalla Mattel, che rifiutava un interpretazione così aperta e reale del loro prodotto. Trattandosi, però, solo di una parodia, persero la causa. In questa canzone ci sono frasi, che fanno capire chiaramente che il fenomeno della barbiezzazione della donna ha conquistato anche il favore del pubblico maschile incentivato proprio ad “usare” la donna. Ritroviamo frasi di grande impatto, come: “You can brush my hair, undress me everywhere”, “Kiss me here, touch me there, hanky panky “,”You can touch, you can play, if you say ‘I’m always yours’“, “Make me walk, make me talk, do whatever you please, I can act like a star, I can beg on my knees, Come jump in, bimbo friend, let us do it again”. Frasi che direi si commentano da sole. Ma per fortuna negli anni subito dopo l’affermazione della mitica bionda di plastica, si afferma una nuova ondata di femminismo, un femminismo un po’ più moderno e radicale volto a distruggere il pensiero consumista e patriarcale e liberare le donne anche da questo genere di subdola oppressione. E avvengono casi, anche se certamente non correlati all’avvento dell’ondata femminista, documentati anche da numerose ricerche, in cui le bambine passano fasi adolescenziali in cui rifiutano a tal punto il modello inculcato loro durante l’infanzia, da far diventare le loro bambole oggetto di ogni genere di punizione, dalla decapitazione, alla semplice totale rasatura dei capelli, arrivando infine persino a metterle in forno. Questo forse la dice lunga più di ogni altra cosa. Oggi lottiamo più apertamente contro questi fenomeni così chiaramente sessisti e patriarcali, e forse le nuove generazioni non ne saranno più influenzate come magari è avvenuto in passato, perché per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. Ma saremo pronte, se si ripresentasse il caso di un fenomeno di costume così forte, a riconoscerne e rifiutare immediatamente questi insegnamenti errati? Avremo la giusta memoria storica e la forza di non farci soggiogare le menti di nuovo? Mi auguro di sì, ma intanto mi godo la soddisfazione di vedere che le femministe non prendano sul serio la Mattel, anche se continua a cercare di entrare nelle loro grazie. Loro, però, non mollano! Vedi articolo su wired.it “La Barbie strizza l’occhio alle femministe (ma non convince) – La Mattel prova a cambiare faccia alla bambola simbolo dell’odierna discriminazione sessuale, ma non ne è capace.”

Go girls!

Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna — giugno 21, 2016

Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna

Combattere l’omofobia ricalcando gli stessi stereotipi di genere dalla quale il fenomeno nasce è inopportuno e contrario alla causa stessa. Vi siete mai chiesti perché esiste l’omofobia e perché essa abbia forme variegate? Mi spiego meglio. Forse l’omofobia non è solo ignoranza, ma è sintomo di un qualcosa di più grande e complesso, di un problema ancor più arduo da risolvere: il sessismo.
Mi direte che probabilmente non c’è alcun nesso tra i due concetti, ma io un nesso l’ho trovato. Da sempre, trovandosi alle prese con una coppia omosessuale, l’ignorantone di turno chiede chi “faccia l’uomo” e chi “faccia la donna”.
Per un omosessuale sentirsi domandare questo è assurdo. Ma, in realtà, per me la domanda, apparentemente innocua, tradisce un maschilismo di fondo e un attaccamento ad una concezione tradizionale di famiglia (uomo, donna e figli). La famiglia, proposta come rigido ordine gerarchico, è il primo lavaggio del cervello che subiamo quando siamo bambini. L’idea che in una coppia ci debbano essere necessariamente un uomo e una donna è erroneo, dato che l’amore non è qualcosa che abbia a che vedere con la tradizione.
C’è una canzone che amo canticchiare, che afferma: “L’amore è Natura, ma tu ti stai facendo frenare dalla tradizione.”
Quando dicono che l’omosessualità va contro le leggi naturali, adesso so qual è la risposta da dare. Tutto ciò che è tradizione non è Natura; al contrario, non c’è nulla di più culturale e di umano della tradizione. L’omosessualità è naturale quanto qualsiasi altro orientamento sessuale. Ma come viene visto oggi un uomo che non rispetta determinati standard e che ha gusti diversi dalla norma socialmente imposta? L’idea che un omosessuale sia discriminato per la sua presunta o reale assenza di virilità è indice di una società maschilista e retrograda. Il maschio dipinge sé stesso in un’ottica virilistica di dominio, rappresentandosi come una persona forte fisicamente, che domina tutto ciò con cui ha a che fare.
Tralasciando il dettaglio che recenti studi abbiano dimostrato che la donna è forte così come l’uomo e che, dunque, non ha alcun deficit fisico, la volontà di sopraffare propria dell’essere maschile ha portato a una situazione di sfruttamento della Natura, degli altri animali e della donna, considerato un individuo inferiore e da schiavizzare. Il virilismo ha portato ad una discriminazione nei confronti degli omosessuali e spesso in una loro totale negazione.  Non è un caso se un gay viene spesso definito “femminuccia” o “checca”. Se io discrimino una persona perché ha atteggiamenti femminili, sto discriminando il genere femminile nella sua totalità e lo sto subordinando ad un presunto essere superiore, il maschio. Per l’omofobo il maschio vero deve avere caratteristiche da maschio, deve ricalcare l’icona virilistica che la società e la storia hanno da sempre raffigurato. Un uomo che non scopa con le donne, a cui non piace la figa viene visto come un alieno, come un deviato e un diverso, da allontanare e da stigmatizzare.
Se la sua omosessualità è intuibile da atteggiamenti non conformi (ovvero, non virili), questa persona viene continuamente apostrofata con epiteti fastidiosi e ripetitivi. Per motivi più o meno affini, la lesbica viene vista come un individuo strano. Il maschilista e omofobo di turno potrebbe chiederle come mai si sia stancata degli uomini o le dirà che sicuramente sente la mancanza del pene. Altre volte, a causa della pornografia, la lesbica viene mostrata come oggetto del piacere maschile, che è pronta ad avere un rapporto sessuale con un uomo e una donna contemporaneamente. Questa rappresentazione distorta dell’omosessualità e della bisessualità femminili porta alla degradazione dell’omosessualità femminile e, ripeto, della donna stessa. In taluni casi, la donna non viene vista come tale se prova attrazione per una persona del suo stesso sesso e la si definisce “uomo mancato”.
Non c’è dubbio che la fallocrazia entri in gioco anche qui. Perché una donna non può essere semplicemente sé stessa, in tutti i modi in cui voglia essere? Perché un uomo non può essere semplicemente sé stesso, senza essere giudicato in base a quante donne si scopa o dai suoi gusti sessuali? Vedi, caro lettore, per questo esiste il femminismo. Il femminismo esiste per liberare gli uomini e le donne da una schiavitù che si sono autoimposti. Faranno e stanno facendo di tutto per screditarci, mostrando il nostro movimento come un estremismo politico e culturale. Ci screditano, perché stiamo portando le persone a ragionare e anche io in questo momento voglio portarvi a ragionare.
C’è un nesso tra omofobia e sessismo? Adesso probabilmente penserete anche voi che un legame c’è, ma se pensate, come me, che questa lotta vada di pari passo, aderite anche voi al movimento femminista. È  una rivoluzione e precisamente una rivoluzione culturale. Partiamo dalle menti per costruire un mondo migliore, dove ciascuno potrà essere sé stesso.

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