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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)? — marzo 23, 2018

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)?

Introduzione

TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist) è un acronimo utilizzato per descrivere le posizioni condivise da alcune femministe radicali separatiste, che rifiutano alle donne transgender l’accesso a determinati spazi riservati alle donne. Secondo gli attivisti trans, si tratterebbe di un palese caso di transfobia[1]; secondo questo gruppo di femministe radicali le donne hanno diritto a creare spazi unicamente per le donne nate donne e “TERF”  sarebbe un termine estremamente offensivo utilizzato per veicolare misoginia e sessismo, nonché usato per silenziare le donne che esprimano il proprio criticismo verso il moderno attivismo trans[2]. Non è ben chiaro, pertanto, se si tratti di un termine descrittivo o di un insulto. In ciascuno dei due casi, le femministe radicali trans-escludenti non considerano le donne trans come donne, almeno non in senso biologico, e per questo motivo non le ritengono oggetto del loro femminismo. Questa sottocategoria di femministe non vuole essere definita TERF, bensì gender critical (critica nei confronti del genere) o semplicemente radfem, pur non rappresentando necessariamente il femminismo radicale nella sua interezza, che ha sempre avuto visioni variegate al riguardo (anche se loro non sono d’accordo e sono dell’idea, piuttosto, che il femminismo radicale escluda per definizione il maschile). In ogni caso bisogna ricordare che non esiste un gruppo interno di femministe radicali che si identifica con l’acronimo TERF, bensì questa parola è loro imposta dall’esterno e considerata come un insulto sessista per silenziare le loro idee ed evitare il dibattito. Inoltre, non tutte le femministe trans-escludenti si definiscono come femministe radicali.

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Essere femminista radicale comporta automaticamente l’essere TERF?

No. Bisogna ricordare che il femminismo radicale si concentra sulle donne in quanto persone di sesso femminile che ricevono una determinata socializzazione (femminile) e sono trattate in un determinato modo dalla società, ovvero come esseri inferiori rispetto agli uomini.
Tuttavia, le donne trans, in quanto persone di sesso maschile che, però, vivono o desiderano vivere il resto della propria esistenza come donne, sono state accolte da altre femministe radicali come donne. Queste ultime, pur condividendo l’idea centrale femminista radicale della “liberazione della classe femminile dal dominio patriarcale”, si sono distanziate dal femminismo critico nei confronti  delle identità non binarie e delle persone transgender e transessuali. Un esempio è la femminista radicale americana Catherine MacKinnon, la quale ha dichiarato quanto segue:

“La società maschile dominata dagli uomini ha definito da sempre le donne come un gruppo biologico discreto. Se questo avesse potuto portare alla liberazione, saremmo già libere da un pezzo…Per me le donne sono un gruppo politico. Non ho mai avuto l’occasione di dirlo in questi anni, finché non c’è stata una gran discussione su se le donne trans siano donne… Onestamente non m’importa come qualcuno diventa una donna o un uomo. E’ solo parte della loro specificità e unicità, come quella di ciascun altro. Chiunque si identifichi come donna, voglia diventare donna, sarà in mezzo ad altre donne, per quanto mi riguarda, è una donna.”

[…]
“Per essere donna una persona deve vivere come donna. Le donne trans lo stanno facendo e a mio parere possono offrire allo stesso modo una preziosa prospettiva al riguardo.”

[…]

Ho conosciuto donne trans che si oppongono fermamente a ogni forma di violenza maschile contro le donne . . . e stanno lottando per far sì che finisca. Le donne trans che conosco sanno molto bene che la supremazia maschile è un sistema politico d’oppressione e loro stesse si oppongono ad esso.”

– MacKinnon

[Fonte: Intervista a Catherine MacKinnon]

Allo stesso modo la pensa John Stoltenberg e così scrisse la stessa Andrea Dworkin in Women Hating, la quale già nel 1974 arrivò alle seguenti conclusioni, sicuramente rivoluzionarie e senza alcun dubbio includenti per l’epoca:

La transessualità può essere definita come una forma particolare della nostra generale multisessualità che è impossibilitata a raggiungere il suo naturale sviluppo a causa di condizioni sociali estremamente avverse. Non c’è dubbio che nella cultura della discretezza maschile-femminile [in termini moderni forse diremmo: epoca dominata dal binarismo sessuale], la transessualità è vissuta come un disastro per l’individuo transessuale. Ogni persona transessuale, sia essa bianca, nera, uomo, donna, ricca, povera, è in uno stato di primaria emergenza in quanto transessuale. Ci sono tre punti cruciali da menzionare al riguardo. Prima di tutto, ogni transessuale ha il diritto a continuare a vivere così come ritiene più opportuno. Ciò significa che ogni transessuale ha diritto d’accesso a interventi di riassegnazione chirurgica del sesso e dovrebbe essere messo a disposizione dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura d’emergenza per una condizione d’emergenza. In secondo luogo, cambiando le nostre premesse su cosa sia un uomo e cosa sia una donna, sui giochi di ruolo e sulla polarità, la situazione sociale delle persone transessuali si trasformerà, e saranno pienamente integrate nella nostra comunità e non più perseguitate e odiate. Infine, la comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità così come la conosciamo oggi. O la persona transessuale sarà in grado di espandere la sua sessualità in una fluida androginia o, cadendo i ruoli di genere, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità sessuali [oggi diremmo: di genere] e di comportamento.[3]

In cosa credono le TERF?

Questo gruppo di femministe radicali crede che il femminismo sia per la liberazione delle donne (intese come persone di sesso femminile) dall’oppressione maschile, teoria che in realtà alla base di qualunque interpretazione femminista.
Le donne trans, però, a loro dire non sarebbero discriminate in quanto donne ma in quanto uomini non conformi al genere a loro assegnato dal patriarcato. Esse godrebbero comunque di privilegio maschile, perché hanno avuto socializzazione maschile e non lo perderebbero neanche transizionando completamente.
Si oppongono attivamente al moderno attivismo trans e al “transgenderismo” in generale. Si propongono di difendere il sesso biologico, che esse non considerano un costrutto sociale, così come fa la teoria queer. Sono dell’idea che la discriminazione subita dalle donne sia dovuta al loro sesso di appartenenza, che essere donna sia una specifica realtà materiale e non una sensazione. Per queste femministe le donne trans sarebbero maschi (= uomini) e gli uomini trans sarebbero femmine (=donne).  Le donne trans non sarebbero incluse nel loro femminismo perché sono biologicamente maschi, mentre gli uomini trans lo sarebbero, perché di sesso femminile. Per loro il sesso è l’unica realtà materiale percepibile (ovvero le differenze fra maschio e femmina), mentre il genere sarebbe imposto dall’esterno a partire dalla nascita a seconda del sesso di appartenenza (se sei maschio: socializzazione maschile, se sei femmina: socializzazione femminile). Rifiutano totalmente l’idea che esista un’identità di genere già presente nella mente delle persone e che prescriva il loro comportamento (da loro criticato come “essenzialismo di genere”). Alcune di loro arrivano anche oltre, arrivando ad affermare che le persone trans transizionerebbero unicamente sulla base di determinati stereotipi di genere e considerano il trans attivismo per questo motivo una corrente conservatrice, in quanto, a loro dire, prescrive un determinato comportamento unicamente in base a determinati stereotipi di genere. Una donna trans per loro non è una donna ma un uomo che ha modificato il suo corpo per adeguarlo ad un’immagine di donna creata ad hoc dalla società patriarcale. In modo analogo, un uomo trans avrebbe transizionato per sfuggire alla misoginia, dopo aver sviluppato un determinato odio per il proprio corpo femminile e per il modo in cui era stato trattato dalla società. In generale, le femministe gender critical non sono contrarie alle donne trans in quanto trans, ma vorrebbero che loro si riconoscessero come un terzo sesso piuttosto che come donne (perché, come già detto, per loro “donna” è una precisa realtà biologica). In altri casi, esse vogliono semplicemente preservare determinati spazi femminili. 

Interventi di riassegnazione chirurgica del sesso

Gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso sono visti da questo tipo di femministe come una mutilazione, un mito portato avanti dalla cultura fallocentrica, che comunque non cambia il sesso di appartenenza di una persona. L’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso non creerebbe una neovagina, ma si tratterebbe semplicemente di un pene rovesciato (inverted penis).
Il fatto che le persone trans transizionino, sostengono queste femministe, è dovuto all’esistenza stessa degli stereotipi di genere nella società patriarcale. A loro dire, se questi non esistessero, nessuno sentirebbe l’esigenza di cambiare il proprio corpo “di nascita”; l’attivismo trans sarebbe regressivo perché spingerebbe a cambiare il proprio corpo unicamente in base a ciò che la società prescrive.

La donna secondo le femministe radicali trans-escludenti e l’impatto sull’identità lesbica

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, secondo le TERF, dire di “sentirsi” uomo o “sentirsi” donna è basato unicamente sul fatto che ci siano determinati ruoli di genere che penalizzano le persone che non si conformano ad essi. “Che cosa definirebbe, a quel punto, una donna?” si chiedono loro. Una donna sarebbe una persona che si comporta da donna o si sente donna? No. A loro dire, l’essere donna è unicamente una precisa realtà biologica. Lamentano che la donna venga cancellata dall’attivismo trans moderno, che in taluni casi, a livello di linguaggio, ad esempio, propone l’utilizzo di termini percepiti come più inclusivi come “persona che ha il ciclo” piuttosto che “donna che ha il ciclo” o “persona incinta” e non “donna incinta”.

Che cosa accadrà se il concetto di “donna” sarà privato di qualsiasi contenuto reale socialmente riconoscibile, ma le relazioni sessuali di genere rimarranno le stesse? I problemi non scompariranno, ma perderemo la lingua che descrive il sistema patriarcale di oppressione, e quindi la conoscenza necessaria per organizzare la lotta contro di essa.
[Estratto di un articolo in russo scritto da una donna trans che invita al dialogo fra attivisti trans e femministe radicali separatiste]

Oltretutto, numerose femministe radicali separatiste, in particolar modo quelle lesbiche, sono dell’idea che l’identità transgender non solo cancellerebbe cosa significhi essere donna, ma spingerebbe lesbiche butch (mascoline) a identificarsi come trans.

Si può parlare di “culto” trans?

L’esistenza di bambini transgender è a sua volta negato da questo gruppo di femministe, che considerano la somministrazione di puberty blockers su minori come una forma di abuso minorile. Per loro ci sarebbe, inoltre, un tentativo da parte dell’industria medica e farmaceutica di arricchirsi sulla salute delle persone con disforia di genere. Dunque, ci sarebbe una vera e propria forma di “culto” dietro l’attivismo trans! Il transgenderismo, sostendendo la progressiva eliminazione del sesso biologico a favore dell’identità di genere porterebbe con il passare del tempo all’inclusione di uomini in safe spaces prima solo per donne (centri antiviolenza, spogliatoi, bagni e così via).
Queste donne lamentano che qualsiasi criticismo al transattivismo sia silenziato e che non venga loro garantita la libertà d’espressione. Affermano anche di esser state minacciate da attivisti trans e, talvolta, di essere state persino vittime di aggressione.

Cis/trans

Per questo gruppo di femministe non esiste un asse di oppressione cis/trans, perché per loro una donna trans non è più discriminata di una donna cis. L’essere nata donna non comporterebbe, secondo le loro posizioni, alcun vantaggio nella società in cui viviamo, bensì solo svantaggi e pesante misoginia. Le donne, dicono spesso, non scelgono di identificarsi come tali, specialmente nelle società più sessiste, dove mutilazioni genitali femminili, stupri e violenza sono all’ordine del giorno. Una donna non può affermare semplicemente che “si identifica come un uomo” per sfuggire a questa violenza. Dire che le donne trans sono più discriminate di quelle cis equivarrebbe, dunque, a fare un discorso sessista, che considera gli uomini più discriminati delle donne (come già detto prima, per queste femministe maschio = uomo e femmina = donna; a tal proposito le TERF spesso dicono anche che non vi è alcun dato che testimonia che le donne trans siano meno violente degli uomini e riportano casi di violenza sessuale a sostegno della loro tesi).

Non-binary

Secondo le femministe gender critical l’etichetta “non-binary” sarebbe superflua perché nessuna persona segue completamente gli stereotipi associati al sesso maschile o femminile. Il postulare la propria appartenenza a un’identità non binaria, inoltre, rafforzerebbe il binarismo di genere invece di abbatterlo, perché dire che esista un’identità non binaria sottintenderebbe l’esistenza stessa del binarismo. Secondo queste femministe le persone cisgender, chi in larga misura e chi in misura minore, non necessariamente condividerebbero una visione binaria del mondo e non necessariamente vivano “bene” la loro vita come uomini e come donne, poiché nessuno segue al 100% comportamenti dettati dai ruoli di genere.

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Obiezioni e criticismo al Trans Exclusionary Radical Feminism 

Le TERF come gruppo d’odio

Queste femministe sono viste da coloro che le criticano come un vero e proprio gruppo autoritario e dogmatico (per queste femministe il loro è l’unico “vero femminismo”) che promuove transmisoginia e diffonde stereotipi e luoghi comuni sulle persone trans. Si tratterebbe di un gruppo che compie un continuo atto di violenza negando alle donne e agli uomini transgender la loro identità, oltre che l’accesso agli spazi del genere in cui loro si sentono più a loro agio. Le TERF si sono giustificate dicendo che non sono contro i diritti delle persone trans, ma semplicemente credono che “maschi biologici” (quelli che in termini moderni diremmo “AMAB” – Assigned Male at Birth) non debbano essere considerate donne e vogliono spazi distinti in base al sesso d’appartenenza piuttosto che al genere. Pur non dicendosi apertamente transfobiche, queste femministe, almeno negli anni ’80 in America, si sono battute affinché le persone trans non potessero ottenere più interventi di riassegnazione chirurgica del sesso o avere accesso ai bagni pubblici del sesso in cui si indentificano [4]. Le femministe trans-escludenti sono state anche accostate all’estremismo religioso e all’antifemminismo in generale, in quanto in taluni casi hanno proposto terapie alternative per la disforia di genere rispetto all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso e hanno parlato di transessualità come una scelta [5], oltre ad aver usato politicamente pochi casi di cronaca che coinvolgono crossdressers come teoria a sostegno della presunta violenza delle donne transgender.

Commento

Siccome da entrambe le parti ci sono reciproche accuse di violenza (le femministe gender critical testimoniano attacchi di attivisti trans contro di loro, mentre gli attivisti e le attiviste trans parlano di bullismo e violenza esplicita nei loro confronti), non credo di essere nella posizione tale da poter dare un mio giudizio preciso. Se è vero che oggi le accuse di transfobia o omofobia sono spesso usate a caso, come ha fatto anche notare il team di Wikisessualità e che le donne cis debbano avere totale libertà di organizzarsi in gruppi autonomi, è anche vero che c’è un confine fra critica e stigmatizzazione e bisogna ricordare altresì che nessuna idea politica dovrebbe essere utilizzata per finalità d’odio. Mi auguro che in futuro ci sarà un maggior dialogo fra gli ambienti queer e femministi, in modo da potersi venire reciprocamente incontro in caso di differenze di idee o di visioni del mondo, a patto che esse siano, ovviamente, basate su un criticismo sano e ragionato e non su pregiudizi e fobie.

Esempi di Youtuber gender criticalMagdalen BernsPeachyoghurt.

Fonti

  1. The Long History of Transgender exclusion from feminism
  2. TERF is hate speech
  3. Dworkin, A. (1974). Woman hating. New York: Dutton. (vedi anche: Transadvocate)
  4. Ulteriori informazioni su The TERFs
  5. Raymon, Janice G. (1980). Technology on the Social and Ethical Aspects of Transsexual Surgery.

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Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta” — dicembre 25, 2017

Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta”

[Italian version HERE]

This text is the result of the interview with “Il Maschio Beta”, whom I had the pleasure to meet some months ago. I really appreciate his engagement with feminist and LGBT+ issues and that’s why I want to share with you his points of view!

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How would you describe the word feminism? What makes you a feminist?

To me feminism is two things. First, an acknowledgment of the ultimate discrimination of human history, the sexism perpetrated by men against women: a mental structure that crosses all ages and all societies, and is so ingrained in our way of thinking that sometimes it is very difficult to acknowledge it.

The second part of my definition of feminism follows the acknowledgement and is the determination to address and fight this historical injustice; the goal would be to start conceiving every living person for what they are: people, and not something determined by their sex and/or gender. People often misunderstand “feminism” as limited to the fight for equal opportunities in the workplace, or little more than that; if we limit our definition to legal discriminations, it is easy to assume that once they have been corrected by the law, there will be no more need of feminism. However, the third wave of feminism has proven that there is still much more to be done, even in Western countries, because we have not addressed the core issues of the discrimination: we still blame women if they get raped, we still blame women not only when they leave their husbands but also when it is the husbands who leave them, we still consider women little more than what’s between their legs and judge them both if they do sex and if they don’t do sex (slut-shaming is alive and well everywhere), we dismiss women’s issues as trivial, we rarely acknowledge the low or bad presence of women in media… In other words, we are still far from considering women people in their own right.
I chose to become a feminist because I wanted to help other human beings achieve the status of person that I enjoy simply for being a man; and also, if I may be totally honest, because I know that equality and respect are the future and when my children are going to ask me what I did to rectify this situation, I do not want my answer to be “I did nothing”.

– When did you start to define yourself as a feminist? Why would you think men should use this term?
I actually have a very specific date for that! It was the 24th September 2014, after I heard Emma Watson’s speech at the UN where she launched her #HeForShe campaign: she was summoning men to support feminism and I got the call. I had always been convinced that women deserve equal opportunities and equal treatment but back then I saw no way I could possibly be of any help: the issues were so widespread and deep, I could not even begin thinking about it! Besides, I was very reluctant to identify as a feminist: first because I thought that it was women’s business and that as a man I could have no part in it; but secondly because I was still convinced that such a word implied “misandry”! Oh well, the things you later get to be ashamed of… Getting to know more and more feminists – online and live – I grew out of that dissatisfaction and today I find that for all intents and purposes identifying as feminist suits me quite fine. I am of course aware that some activists would rather prefer men to identify as “allies” or “pro-feminists”; I am fine with that, too, but I see that “feminism” still carries a stigma that as a man I would like to help dismantle: I am a cis straight white able-bodied man (a Default Man, to quote Grayson Perry) and if I find no fault in using this term, then maybe other men will follow and find it appealing in their turn. Let’s keep in mind that for the average Default Man feminism in itself is still a lot to process, so I think we should keep alternative labels like “pro-feminist” or “ally” on the side for a moment…

Why did you open the blog “Il Maschio Beta”?
I opened my blog and the related Facebook page almost two years after I officially became a feminist. During the previous few weeks I had been feeling slightly unwelcomed in the feminist groups I was attending (one live here in London and the other online); I sensed a bit of rejection on a personal level but the main issue had to do with my role as a male in a feminist group: how was I allowed to talk about women in groups where women wanted to talk about themselves? Or about men in groups where one of the biggest concerns is not making everything “about men”? (and reasonably so…) Or was I just expected to listen? And what then? How was I expected to actually start changing things? Back then I was helping a friend admin-ing a pace on Facebook and after I wrote a post asking men to stop being silent in front of femicides she suggested I could open a blog. Inspired by the suggestion, and by the example of other feminist blogs I admire, I created both the blog and the Facebook page related. Now I finally have my space where I can talk as a man to other men, thus – hopefully! – avoiding any charge of mansplaining… In time, I started using the blog not just for my own posts but also for translations of articles from other languages and as a tool for popularization; and I started using the Facebook page to bring to men not just the most obvious of women’s issues (gender pay gap, rape culture…) but also as a platform to raise awareness about a number of issues, from male and white privilege to LGBTQ+ rights, from racism to fatherhood and mental issues…

According to you, how feminism can be beneficial to men?
As I said in a previous answer, I became a feminist after listening to Emma Watson’s speech. One of her main arguments to invite men to join the cause was the damage made by patriarchy to men; I can safely say after spending some time thinking about men and masculinities (as well as after having my own experience of how damaging the preconceptions on masculinity can be) that it is all – unfortunately – very true: from the psychological pressure to “be a man” to the increased number of suicides, most of the perceived illnesses of menfolk that some would like to blame on feminism are actually the patriarchy’s fault; therefore, embracing a more tolerant and welcoming culture can only do good to men. And this does not only apply to Default Men such as myself: there are categories of men that we rarely acknowledge as men but who are men alright! Gay people, for a start: a few days ago, I was reading the results of a survey from where it emerges that what most gay men are scared of is being seen as feminine, as not manly enough. One of the core teachings of feminism, at least to me, is that being associated to females and/or femininity is not something to be ashamed or scared of (maybe only when it is a pinky and sugary tool of patriarchy aimed at perpetuating submission – but this is another matter). How much good would our gay brothers receive if we did not contribute to make them feel guilty for what they are and ashamed of themselves? And a similar reasoning can be applied to every man who does not belong to a respected group: poor men, black men, trans men…
(By the way, case in point: we are so used to thinking of “man” as equivalent to “Default Man” that we forget a man can perfectly not be a cis straight able-bodied white man…)

If you think about the Italian society, what do you think could be improved in terms of women’s rights?
If we stick to legal rights, the first two widespread (and, I find, very underrated) discriminations that come to mind concern housewives and prostitutes. Italian welfare state still depends on women’s availability to make house chores and attend to childcare; however, this all happens for free: housewives still do not get paid for what they do, a residue of an age when the acknowledged social contract was that the man went out to provide for the family and the woman stayed in the house to maintain the house, cook and clean. Of course, many more women now have a job of their own, and fathers apparently have started attending a bit more to their own children, but the weight of the house care still falls heavily on the woman (OCSE-Sole 24Ore) Either we start paying housewives (but I’m not sure this could be feasible financially for the State) or we seriously commit to changing something: allowing women more flexibility with their jobs, or granting extended paternity leaves to men and making sure that they take them, finding a balance between the two, or something else entirely… I am not an economist so I don’t know what would work better; the problem, however, is there nonetheless and we’d better find a solution soon.
The other problem I mentioned is prostitution: there is an unaccounted number of women enslaved by men and other women to provide sex for men, most of them trafficked thanks to ties with organized crime, and this is already an incredibly serious issue, no less serious than slavery in tomato fields in Southern Italy (caporalato), but considered almost tolerable because “it’s the oldest job in the world”. There is also the case of many women who start selling sex out of poverty: sometimes we read in the news that female students yield to economic pressures and start prostituting themselves and on occasion we also read of job ads for women (care of old people but also the usual office job…) where it is hinted (never explicitly stated, God forbid!) that an availability to perform sexual services is requested. No matter what we can think of prostitution as an issue: as long as women are brought up thinking that renting their bodies is a viable solution to escape poverty, there is something wrong with our society (if not else, because men are never asked to do the same).
This leads to a second part of my answer, which covers attitudes that cannot be mended with the law but which still need some thinking. As I mentioned in my first answer, we still live in a deeply misogynistic society, and Italy is even more so than our Western partners. It does not help to reply that until a few weeks ago women could not drive in Saudi Arabia: we should aim for the best, not compare ourselves to what lies behind us! We need to change the mentality of a country that still reeks of Latino chauvinism, Catholic moralism, and Fascist machismo: men must learn to take responsibility for sexism, racism and any discrimination they contribute to; women should stop fighting each other because of a misunderstood self-righteousness (the “I’m not like the other women” attitude); when it comes to sexual aggressions such as revenge porn, rape, femicide, we should stop blaming the women (who more often than not merely made choices we just may not like), and start blaming the men if there is malice on their side; overall, we all should start thinking that women can do just as much and as well as a man, in politics, economics, the industry, the military, education…

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — ottobre 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

 

Fonti
Sesso e genere (antifemminismo, femminismo e attivismo trans)

Femminismo su Wikipedia

Judith Butler

Posizioni femministe sulla sessualità

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

Sputiamo su Hegel

Prostituzione in Europa

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

Harriet Taylor e il femminismo liberale

Prostituzione in Svezia

Pornografia – etimologia

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

 

 

When I heard the word “feminism” for the first time — novembre 13, 2015

When I heard the word “feminism” for the first time

[This post may contain mistakes, because English.is not my first language]

Maybe you were wondering where I have been such a long time.

Well, my life is always full of changes and unexpected facts, so you shouldn’t worry if I don’t post for some months. I’ve not forgotten this blog and certainly I won’t.

Today I want to talk about something autobiographic, but in some ways related to feminism.

When did I hear the term “feminism” for the first time?

I was at high school. It was my 4th or 5th year, if I am not mistaken. My philosophy teacher said:

I believe in the equality between men and women. I’m a feminist.

I remember that I didn’t question the word “feminism.” Even if it was the first time I heard it, it was clear to me that it had a positive meaning. What surprised me was that a male pronounced it. I guess this may be related to the fact that, whether we want it or not, we are all affected by patriarchy.

Patriarchy, directly or indirectly, controls our minds. It doesn’t matter if you consider yourself a feminist or not. It is really likely that you experience the violence and the injustice of patriarchy, because our society is grounded in it.

Now I think differently. It doesn’t surprise me anymore when a man tell me he is a feminist, because I’ve become a feminist myself.

But, to be honest, does it matter if a person is male, woman or non-binary?

We are all people, that’s what it matters, and we should all fight against patriarchy!

And you? When did you hear the word “feminism” for the first time?

Leave a comment, if you want.

P.s. I will talk about my teacher in other posts. I know it may be a little bit personal, but he really had a big influence on me!