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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — ottobre 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

 

Fonti
Sesso e genere (antifemminismo, femminismo e attivismo trans)

Femminismo su Wikipedia

Judith Butler

Posizioni femministe sulla sessualità

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

Sputiamo su Hegel

Prostituzione in Europa

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

Harriet Taylor e il femminismo liberale

Prostituzione in Svezia

Pornografia – etimologia

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

 

 

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Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna — giugno 21, 2016

Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna

Combattere l’omofobia ricalcando gli stessi stereotipi di genere dalla quale il fenomeno nasce è inopportuno e contrario alla causa stessa. Vi siete mai chiesti perché esiste l’omofobia e perché essa abbia forme variegate? Mi spiego meglio. Forse l’omofobia non è solo ignoranza, ma è sintomo di un qualcosa di più grande e complesso, di un problema ancor più arduo da risolvere: il sessismo.
Mi direte che probabilmente non c’è alcun nesso tra i due concetti, ma io un nesso l’ho trovato. Da sempre, trovandosi alle prese con una coppia omosessuale, l’ignorantone di turno chiede chi “faccia l’uomo” e chi “faccia la donna”.
Per un omosessuale sentirsi domandare questo è assurdo. Ma, in realtà, per me la domanda, apparentemente innocua, tradisce un maschilismo di fondo e un attaccamento ad una concezione tradizionale di famiglia (uomo, donna e figli). La famiglia, proposta come rigido ordine gerarchico, è il primo lavaggio del cervello che subiamo quando siamo bambini. L’idea che in una coppia ci debbano essere necessariamente un uomo e una donna è erroneo, dato che l’amore non è qualcosa che abbia a che vedere con la tradizione.
C’è una canzone che amo canticchiare, che afferma: “L’amore è Natura, ma tu ti stai facendo frenare dalla tradizione.”
Quando dicono che l’omosessualità va contro le leggi naturali, adesso so qual è la risposta da dare. Tutto ciò che è tradizione non è Natura; al contrario, non c’è nulla di più culturale e di umano della tradizione. L’omosessualità è naturale quanto qualsiasi altro orientamento sessuale. Ma come viene visto oggi un uomo che non rispetta determinati standard e che ha gusti diversi dalla norma socialmente imposta? L’idea che un omosessuale sia discriminato per la sua presunta o reale assenza di virilità è indice di una società maschilista e retrograda. Il maschio dipinge sé stesso in un’ottica virilistica di dominio, rappresentandosi come una persona forte fisicamente, che domina tutto ciò con cui ha a che fare.
Tralasciando il dettaglio che recenti studi abbiano dimostrato che la donna è forte così come l’uomo e che, dunque, non ha alcun deficit fisico, la volontà di sopraffare propria dell’essere maschile ha portato a una situazione di sfruttamento della Natura, degli altri animali e della donna, considerato un individuo inferiore e da schiavizzare. Il virilismo ha portato ad una discriminazione nei confronti degli omosessuali e spesso in una loro totale negazione.  Non è un caso se un gay viene spesso definito “femminuccia” o “checca”. Se io discrimino una persona perché ha atteggiamenti femminili, sto discriminando il genere femminile nella sua totalità e lo sto subordinando ad un presunto essere superiore, il maschio. Per l’omofobo il maschio vero deve avere caratteristiche da maschio, deve ricalcare l’icona virilistica che la società e la storia hanno da sempre raffigurato. Un uomo che non scopa con le donne, a cui non piace la figa viene visto come un alieno, come un deviato e un diverso, da allontanare e da stigmatizzare.
Se la sua omosessualità è intuibile da atteggiamenti non conformi (ovvero, non virili), questa persona viene continuamente apostrofata con epiteti fastidiosi e ripetitivi. Per motivi più o meno affini, la lesbica viene vista come un individuo strano. Il maschilista e omofobo di turno potrebbe chiederle come mai si sia stancata degli uomini o le dirà che sicuramente sente la mancanza del pene. Altre volte, a causa della pornografia, la lesbica viene mostrata come oggetto del piacere maschile, che è pronta ad avere un rapporto sessuale con un uomo e una donna contemporaneamente. Questa rappresentazione distorta dell’omosessualità e della bisessualità femminili porta alla degradazione dell’omosessualità femminile e, ripeto, della donna stessa. In taluni casi, la donna non viene vista come tale se prova attrazione per una persona del suo stesso sesso e la si definisce “uomo mancato”.
Non c’è dubbio che la fallocrazia entri in gioco anche qui. Perché una donna non può essere semplicemente sé stessa, in tutti i modi in cui voglia essere? Perché un uomo non può essere semplicemente sé stesso, senza essere giudicato in base a quante donne si scopa o dai suoi gusti sessuali? Vedi, caro lettore, per questo esiste il femminismo. Il femminismo esiste per liberare gli uomini e le donne da una schiavitù che si sono autoimposti. Faranno e stanno facendo di tutto per screditarci, mostrando il nostro movimento come un estremismo politico e culturale. Ci screditano, perché stiamo portando le persone a ragionare e anche io in questo momento voglio portarvi a ragionare.
C’è un nesso tra omofobia e sessismo? Adesso probabilmente penserete anche voi che un legame c’è, ma se pensate, come me, che questa lotta vada di pari passo, aderite anche voi al movimento femminista. È  una rivoluzione e precisamente una rivoluzione culturale. Partiamo dalle menti per costruire un mondo migliore, dove ciascuno potrà essere sé stesso.

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Dear Father, do you know me? — aprile 16, 2015

Dear Father, do you know me?

I was in a car.

In a stranger’s car.

He was talking to me, but I barely answered his questions. He was driving, and he drove me somewhere.

I don’t remember exactly when.

I felt this once, when I was in this car, but the thing is that the man that was driving was my father.

Dear father, have you even been present in my life?
Dear father, have you ever known me?

Have you ever listened to me?
When I was a kid, I used to hug you. I remember your fat belly, how I played with it.

But, then…I don’t know what happened, but I was not your baby anymore.

And I looked for a father, elsewhere. And once I found another dad. I remember that he knew many things about me.

He appreciated how I was. He still knows me, and I know – they told mehe is still talking about me, even if we don’t meet anymore. It was two years ago the last time that I saw him.

Dear father, my other dad was my teacher. He completely changed my life. He made me what I am right now. He made me think a lot about this world, how it is good and ruined at the same time.

He said that he wanted to be a friend for me, but he wasn’t. He was and he will be forever my daddy.

Libera.

***

[Italian Translation]

Ero in auto.

Nell’auto di uno sconosciuto. Mi parlava, ma rispondevo a malapena alle sue domande. Guidava, mi portava da qualche parte. Non ricordo esattamente quando.

Questo è quello che ho sentito quando ero in macchina con lui, ma il punto è che l’uomo che stava guidando era mio padre.

Caro padre, sei mai stato presente nella mia vita?

Caro padre, mi hai mai conosciuta?

Mi hai mai ascoltata?
Quando ero piccola, ti abbracciavo spesso. Mi ricordo la tua grossa pancia, come amavo giocarci.

Ma, poi…non so cosa sia successo, ma non ero più la tua piccola.

Ho cercato un padre altrove. Una volta l’ho trovato. Ricordo quante cose sapesse su di me.

Mi apprezzava. Mi conosce ancora e so (me l’hanno detto!) che sta ancora parlando di me, anche se non ci vediamo più.
Sono due anni che non lo vedo. Padre, il mio papà era il mio professore, colui che mi ha completamente cambiato la vita.

Mi ha resa ciò che sono adesso. Mi ha fatta pensare tanto a questo mondo, a come sia bello e rovinato al tempo stesso. Mi ha detto che voleva essere un amico per me, ma non lo era.

Lui è e sarà sempre il mio papà.

Libera.