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Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)? — marzo 23, 2018

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)?

Introduzione

TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist) è un acronimo utilizzato per descrivere le posizioni condivise da alcune femministe radicali separatiste, che rifiutano alle donne transgender l’accesso a determinati spazi riservati alle donne. Secondo gli attivisti trans, si tratterebbe di un palese caso di transfobia[1]; secondo questo gruppo di femministe radicali le donne hanno diritto a creare spazi unicamente per le donne nate donne e “TERF”  sarebbe un termine estremamente offensivo utilizzato per veicolare misoginia e sessismo, nonché usato per silenziare le donne che esprimano il proprio criticismo verso il moderno attivismo trans[2]. Non è ben chiaro, pertanto, se si tratti di un termine descrittivo o di un insulto. In ciascuno dei due casi, le femministe radicali trans-escludenti non considerano le donne trans come donne, almeno non in senso biologico, e per questo motivo non le ritengono oggetto del loro femminismo. Questa sottocategoria di femministe non vuole essere definita TERF, bensì gender critical (critica nei confronti del genere) o semplicemente radfem, pur non rappresentando necessariamente il femminismo radicale nella sua interezza, che ha sempre avuto visioni variegate al riguardo (anche se loro non sono d’accordo e sono dell’idea, piuttosto, che il femminismo radicale escluda per definizione il maschile). In ogni caso bisogna ricordare che non esiste un gruppo interno di femministe radicali che si identifica con l’acronimo TERF, bensì questa parola è loro imposta dall’esterno e considerata come un insulto sessista per silenziare le loro idee ed evitare il dibattito. Inoltre, non tutte le femministe trans-escludenti si definiscono come femministe radicali.

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Essere femminista radicale comporta automaticamente l’essere TERF?

No. Bisogna ricordare che il femminismo radicale si concentra sulle donne in quanto persone di sesso femminile che ricevono una determinata socializzazione (femminile) e sono trattate in un determinato modo dalla società, ovvero come esseri inferiori rispetto agli uomini.
Tuttavia, le donne trans, in quanto persone di sesso maschile che, però, vivono o desiderano vivere il resto della propria esistenza come donne, sono state accolte da altre femministe radicali come donne. Queste ultime, pur condividendo l’idea centrale femminista radicale della “liberazione della classe femminile dal dominio patriarcale”, si sono distanziate dal femminismo critico nei confronti  delle identità non binarie e delle persone transgender e transessuali. Un esempio è la femminista radicale americana Catherine MacKinnon, la quale ha dichiarato quanto segue:

“La società maschile dominata dagli uomini ha definito da sempre le donne come un gruppo biologico discreto. Se questo avesse potuto portare alla liberazione, saremmo già libere da un pezzo…Per me le donne sono un gruppo politico. Non ho mai avuto l’occasione di dirlo in questi anni, finché non c’è stata una gran discussione su se le donne trans siano donne… Onestamente non m’importa come qualcuno diventa una donna o un uomo. E’ solo parte della loro specificità e unicità, come quella di ciascun altro. Chiunque si identifichi come donna, voglia diventare donna, sarà in mezzo ad altre donne, per quanto mi riguarda, è una donna.”

[…]
“Per essere donna una persona deve vivere come donna. Le donne trans lo stanno facendo e a mio parere possono offrire allo stesso modo una preziosa prospettiva al riguardo.”

[…]

Ho conosciuto donne trans che si oppongono fermamente a ogni forma di violenza maschile contro le donne . . . e stanno lottando per far sì che finisca. Le donne trans che conosco sanno molto bene che la supremazia maschile è un sistema politico d’oppressione e loro stesse si oppongono ad esso.”

– MacKinnon

[Fonte: Intervista a Catherine MacKinnon]

Allo stesso modo la pensa John Stoltenberg e così scrisse la stessa Andrea Dworkin in Women Hating, la quale già nel 1974 arrivò alle seguenti conclusioni, sicuramente rivoluzionarie e senza alcun dubbio includenti per l’epoca:

La transessualità può essere definita come una forma particolare della nostra generale multisessualità che è impossibilitata a raggiungere il suo naturale sviluppo a causa di condizioni sociali estremamente avverse. Non c’è dubbio che nella cultura della discretezza maschile-femminile [in termini moderni forse diremmo: epoca dominata dal binarismo sessuale], la transessualità è vissuta come un disastro per l’individuo transessuale. Ogni persona transessuale, sia essa bianca, nera, uomo, donna, ricca, povera, è in uno stato di primaria emergenza in quanto transessuale. Ci sono tre punti cruciali da menzionare al riguardo. Prima di tutto, ogni transessuale ha il diritto a continuare a vivere così come ritiene più opportuno. Ciò significa che ogni transessuale ha diritto d’accesso a interventi di riassegnazione chirurgica del sesso e dovrebbe essere messo a disposizione dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura d’emergenza per una condizione d’emergenza. In secondo luogo, cambiando le nostre premesse su cosa sia un uomo e cosa sia una donna, sui giochi di ruolo e sulla polarità, la situazione sociale delle persone transessuali si trasformerà, e saranno pienamente integrate nella nostra comunità e non più perseguitate e odiate. Infine, la comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità così come la conosciamo oggi. O la persona transessuale sarà in grado di espandere la sua sessualità in una fluida androginia o, cadendo i ruoli di genere, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità sessuali [oggi diremmo: di genere] e di comportamento.[3]

In cosa credono le TERF?

Questo gruppo di femministe radicali crede che il femminismo sia per la liberazione delle donne (intese come persone di sesso femminile) dall’oppressione maschile, teoria che in realtà alla base di qualunque interpretazione femminista.
Le donne trans, però, a loro dire non sarebbero discriminate in quanto donne ma in quanto uomini non conformi al genere a loro assegnato dal patriarcato. Esse godrebbero comunque di privilegio maschile, perché hanno avuto socializzazione maschile e non lo perderebbero neanche transizionando completamente.
Si oppongono attivamente al moderno attivismo trans e al “transgenderismo” in generale. Si propongono di difendere il sesso biologico, che esse non considerano un costrutto sociale, così come fa la teoria queer. Sono dell’idea che la discriminazione subita dalle donne sia dovuta al loro sesso di appartenenza, che essere donna sia una specifica realtà materiale e non una sensazione. Per queste femministe le donne trans sarebbero maschi (= uomini) e gli uomini trans sarebbero femmine (=donne).  Le donne trans non sarebbero incluse nel loro femminismo perché sono biologicamente maschi, mentre gli uomini trans lo sarebbero, perché di sesso femminile. Per loro il sesso è l’unica realtà materiale percepibile (ovvero le differenze fra maschio e femmina), mentre il genere sarebbe imposto dall’esterno a partire dalla nascita a seconda del sesso di appartenenza (se sei maschio: socializzazione maschile, se sei femmina: socializzazione femminile). Rifiutano totalmente l’idea che esista un’identità di genere già presente nella mente delle persone e che prescriva il loro comportamento (da loro criticato come “essenzialismo di genere”). Alcune di loro arrivano anche oltre, arrivando ad affermare che le persone trans transizionerebbero unicamente sulla base di determinati stereotipi di genere e considerano il trans attivismo per questo motivo una corrente conservatrice, in quanto, a loro dire, prescrive un determinato comportamento unicamente in base a determinati stereotipi di genere. Una donna trans per loro non è una donna ma un uomo che ha modificato il suo corpo per adeguarlo ad un’immagine di donna creata ad hoc dalla società patriarcale. In modo analogo, un uomo trans avrebbe transizionato per sfuggire alla misoginia, dopo aver sviluppato un determinato odio per il proprio corpo femminile e per il modo in cui era stato trattato dalla società. In generale, le femministe gender critical non sono contrarie alle donne trans in quanto trans, ma vorrebbero che loro si riconoscessero come un terzo sesso piuttosto che come donne (perché, come già detto, per loro “donna” è una precisa realtà biologica). In altri casi, esse vogliono semplicemente preservare determinati spazi femminili, cosa che considerano fondamentale in una società dominata dalla violenza maschile. 

Interventi di riassegnazione chirurgica del sesso

Gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso sono visti da questo tipo di femministe come una mutilazione, un mito portato avanti dalla cultura fallocentrica, che comunque non cambia il sesso di appartenenza di una persona. L’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso non creerebbe una neovagina, ma si tratterebbe semplicemente di un pene rovesciato (inverted penis).
Il fatto che le persone trans transizionino, sostengono queste femministe, è dovuto all’esistenza stessa degli stereotipi di genere nella società patriarcale. A loro dire, se questi non esistessero, nessuno sentirebbe l’esigenza di cambiare il proprio corpo “di nascita”; l’attivismo trans sarebbe regressivo perché spingerebbe a cambiare il proprio corpo unicamente in base a ciò che la società prescrive.

La donna secondo le femministe radicali trans-escludenti e l’impatto sull’identità lesbica

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, secondo le TERF, dire di “sentirsi” uomo o “sentirsi” donna è basato unicamente sul fatto che ci siano determinati ruoli di genere che penalizzano le persone che non si conformano ad essi. “Che cosa definirebbe, a quel punto, una donna?” si chiedono loro. Una donna sarebbe una persona che si comporta da donna o si sente donna? No. A loro dire, l’essere donna è unicamente una precisa realtà biologica. Lamentano che la donna venga cancellata dall’attivismo trans moderno, che in taluni casi, a livello di linguaggio, ad esempio, propone l’utilizzo di termini percepiti come più inclusivi come “persona che ha il ciclo” piuttosto che “donna che ha il ciclo” o “persona incinta” e non “donna incinta”.

Che cosa accadrà se il concetto di “donna” sarà privato di qualsiasi contenuto reale socialmente riconoscibile, ma le relazioni sessuali di genere rimarranno le stesse? I problemi non scompariranno, ma perderemo la lingua che descrive il sistema patriarcale di oppressione, e quindi la conoscenza necessaria per organizzare la lotta contro di essa.
[Estratto di un articolo in russo scritto da una donna trans che invita al dialogo fra attivisti trans e femministe radicali separatiste]

Oltretutto, numerose femministe radicali separatiste, in particolar modo quelle lesbiche, sono dell’idea che l’identità transgender non solo cancellerebbe cosa significhi essere donna, ma spingerebbe lesbiche butch (mascoline) a identificarsi come trans.

Si può parlare di “culto” trans?

L’esistenza di bambini transgender è a sua volta negato da questo gruppo di femministe, che considerano la somministrazione di puberty blockers su minori come una forma di abuso minorile. Per loro ci sarebbe, inoltre, un tentativo da parte dell’industria medica e farmaceutica di arricchirsi sulla salute delle persone con disforia di genere. Dunque, ci sarebbe una vera e propria forma di “culto” dietro l’attivismo trans! Il transgenderismo, sostendendo la progressiva eliminazione del sesso biologico a favore dell’identità di genere porterebbe con il passare del tempo all’inclusione di uomini in safe spaces prima solo per donne (centri antiviolenza, spogliatoi, bagni e così via). Inoltre, sarebbe per definizione omofobo perché andrebbe a negare l’omosessualità come attrazione verso persone dello stesso sesso (e non genere). 
Queste donne lamentano che qualsiasi criticismo al transattivismo sia silenziato e che non venga loro garantita la libertà d’espressione. Affermano anche di esser state minacciate da attivisti trans e, talvolta, di essere state persino vittime di aggressione.

Cis/trans

Per questo gruppo di femministe non esiste un asse di oppressione cis/trans, perché per loro una donna trans non è più discriminata di una donna cis. L’essere nata donna non comporterebbe, secondo le loro posizioni, alcun vantaggio nella società in cui viviamo, bensì solo svantaggi e pesante misoginia. Le donne, dicono spesso, non scelgono di identificarsi come tali, specialmente nelle società più sessiste, dove mutilazioni genitali femminili, stupri e violenza sono all’ordine del giorno. Una donna non può affermare semplicemente che “si identifica come un uomo” per sfuggire a questa violenza. Dire che le donne trans sono più discriminate di quelle cis equivarrebbe, dunque, a fare un discorso sessista, che considera gli uomini più discriminati delle donne (come già detto prima, per queste femministe maschio = uomo e femmina = donna; a tal proposito le TERF spesso dicono anche che non vi è alcun dato che testimonia che le donne trans siano meno violente degli uomini e riportano casi di violenza sessuale a sostegno della loro tesi).

Non-binary

Secondo le femministe gender critical l’etichetta “non-binary” sarebbe superflua perché nessuna persona segue completamente gli stereotipi associati al sesso maschile o femminile. Il postulare la propria appartenenza a un’identità non binaria, inoltre, rafforzerebbe il binarismo di genere invece di abbatterlo, perché dire che esista un’identità non binaria sottintenderebbe l’esistenza stessa del binarismo. Secondo queste femministe le persone cisgender, chi in larga misura e chi in misura minore, non necessariamente condividerebbero una visione binaria del mondo e non necessariamente vivano “bene” la loro vita come uomini e come donne, poiché nessuno segue al 100% comportamenti dettati dai ruoli di genere.

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Obiezioni e criticismo al Trans Exclusionary Radical Feminism 

Le TERF come gruppo d’odio

Queste femministe sono viste da coloro che le criticano come un vero e proprio gruppo autoritario e dogmatico (per queste femministe il loro è l’unico “vero femminismo”) che promuove transmisoginia e diffonde stereotipi e luoghi comuni sulle persone trans. Si tratterebbe di un gruppo che compie un continuo atto di violenza negando alle donne e agli uomini transgender la loro identità, oltre che l’accesso agli spazi del genere in cui loro si sentono più a loro agio. Le TERF si sono giustificate dicendo che non sono contro i diritti delle persone trans, ma semplicemente credono che “maschi biologici” (quelli che in termini moderni diremmo “AMAB” – Assigned Male at Birth) non debbano essere considerate donne e vogliono spazi distinti in base al sesso d’appartenenza piuttosto che al genere. Pur non dicendosi apertamente transfobiche, queste femministe, almeno negli anni ’80 in America, si sono battute affinché le persone trans non potessero ottenere più interventi di riassegnazione chirurgica del sesso o avere accesso ai bagni pubblici del sesso in cui si indentificano [4]. Le femministe trans-escludenti sono state anche accostate all’estremismo religioso e all’antifemminismo in generale, in quanto in taluni casi hanno proposto terapie alternative per la disforia di genere rispetto all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso e hanno parlato di transessualità come una scelta [5], oltre ad aver usato politicamente pochi casi di cronaca che coinvolgono crossdressers come teoria a sostegno della presunta violenza delle donne transgender.

Commento

Siccome da entrambe le parti ci sono reciproche accuse di violenza (le femministe gender critical testimoniano attacchi di attivisti trans contro di loro, mentre gli attivisti e le attiviste trans parlano di bullismo e violenza esplicita nei loro confronti), non credo di essere nella posizione tale da poter dare un mio giudizio preciso. Se è vero che oggi le accuse di transfobia o omofobia sono spesso usate a caso, come ha fatto anche notare il team di Wikisessualità e che le donne cis debbano avere totale libertà di organizzarsi in gruppi autonomi, è anche vero che c’è un confine fra critica e stigmatizzazione e bisogna ricordare altresì che nessuna idea politica dovrebbe essere utilizzata per finalità d’odio. Mi auguro che in futuro ci sarà un maggior dialogo fra gli ambienti queer e femministi, in modo da potersi venire reciprocamente incontro in caso di differenze di idee o di visioni del mondo, a patto che esse siano, ovviamente, basate su un criticismo sano e ragionato e non su pregiudizi e fobie.

Esempi di Youtuber gender criticalMagdalen BernsPeachyoghurt.

Fonti

  1. The Long History of Transgender exclusion from feminism
  2. TERF is hate speech
  3. Dworkin, A. (1974). Woman hating. New York: Dutton. (vedi anche: Transadvocate)
  4. Ulteriori informazioni su The TERFs
  5. Raymon, Janice G. (1980). Technology on the Social and Ethical Aspects of Transsexual Surgery.

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