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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Lettera alla donna che mi ha stuprata — febbraio 25, 2018

Lettera alla donna che mi ha stuprata

[EN Version below]

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“Cara R.,
sono certa che ti ricordi di me anche se è passato tanto tempo dal nostro ultimo incontro e dal periodo in cui abbiamo condiviso qualcosa assieme. Eravamo molto piccole. Tu eri giovane, io ero più piccola di te. Ricordo che giocavamo assieme, facevamo disegni, inventavamo storie, ci davamo abbracci e baci. Ho ancora foto mie con te, di quando ero piccola. Quando le riguardo mi ricordo di quei tempi, di quanto siano lontani, di quanto non ritornino più. Sono intrappolati in un tempo perso, in un’epoca che hai fatto a brandelli. Me lo sono chiesta molte volte, sai, perché hai fatto tutto a pezzi. Perché hai voluto sporcare il nostro rapporto con un gesto simile. Perché non mi hai voluta più bene. Perché mi hai costretta a fare cose che non volevo fare. Perché mi hai detto che non dovevo dirlo a nessuno. Ho immaginato per anni il nostro incontro, io che ti chiedevo perché e tu che mi chiedevi scusa. Sono andata avanti con quella consapevolezza. Ho dovuto affrontare per la prima volta il ricordo all’età di 14 anni. Per una volta, per la prima volta della mia vita ho scoperto di essere bisessuale. Il percorso di accettazione è stato particolarmente sofferto per me. La vedevo come una cosa lurida, come qualcosa che mi legasse a te. Avevo paura di essere diventata una lesbica anche io. Sì, perché per me eri una lesbica e nient’altro. Credevo che le lesbiche fossero delle persone sporche, schifose, cattive, che ti costringono a far cose che non vuoi fare contro la tua volontà. Ogni volta che vedevo immagini di due donne che si baciavano mi veniva da vomitare. A 14 anni ho dovuto capire che sono bisessuale perché lo sono, che tu non c’entri nulla, che io sono io e che non potevo andare avanti essendo infelice. Dovevo accettare che le donne mi danno qualcosa che gli uomini non mi danno e che questo qualcosa mi fa star bene. Nello stesso tempo, ho dovuto perdonarti. O, meglio, ho sognato di perdonarti. Ho sognato che ci abbracciavamo, io che ti chiedevo ancora una volta perché e tu mi dicevi che ti dispiaceva. E ti raccontavo, ti raccontavo per ore delle ragazze che interessavano a me, come se tu potessi essere l’interlocutrice migliore, come se tu potessi capirmi. Per me tu eri e in un certo senso in parte ancora sei “la lesbica”. Quella esperienza l’ho vista come un’esperienza omosessuale precoce, ma ho voluto chiuderla in un cassetto e non riprenderla più. Pensavo che accettando la mia bisessualità sarei riuscita a passarci sopra per sempre. Adesso che ho ventitré anni, capisco che una cosa del genere non potrò mai dimenticarla. Io ti ho perdonata, ti perdono ogni giorno, ma nello stesso tempo il filo che mi lega a te esiste ancora. Ѐ proprio questo filo che voglio tagliare e per questo ti scrivo.
Mi hai obbligato più volte a tacere, a mantenere il segreto. La tua è stata una violenza silenziosa, ma pur sempre una violenza. Io l’ho raccontato a poche persone. Di queste poche persone la maggioranza mi ha creduta, ma non sapeva esattamente cosa dirmi. C’è stata una minoranza che mi ha detto che me lo sono inventata, che era impossibile, non esistono donne che stuprano altre donne. È come dire che un cavallo stupra un essere umano. Non ho mai fatto nomi. Nessuno sa il tuo nome, il tuo volto, nessuno sa dove vivi, come ti chiami, chi è tuo padre, chi è tua madre. Nessuno sa nulla, per questo puoi fare sogni tranquilli. Non m’interessa denunciarti, non mi è mai interessato. Non sono tipa da mettere alla berlina le persone. Sono stata empatica abbastanza da chiedermi cosa sia saltato per la testa a te, pur non avendoti mai giustificata. Se adesso ti scrivo è proprio perché non ho nulla da nasconderti. Questo è solo un atto di coraggio, l’ennesimo che compio per arrivare finalmente alla conclusione che non ci lega niente. Ho pensato, all’inizio, che essere in parte lesbica fosse essere come te. Ho creduto erroneamente che tu amassi le donne. E invece no, cara R., tu non ami né potrai amare mai una donna, a differenza mia. Non puoi dire di amare le donne se in passato ne hai violentato una. Non puoi amare le donne se usi il loro corpo come se fosse un giocattolo, se lo schiacci con il tuo peso, se dici loro di toccarle quando sono incoscienti. Non puoi amare le donne e neanche i bambini. Non puoi amare i bambini se li privi della loro innocenza, se li costringi ad atti sessuali contro la loro volontà, se li zittisci imponendo loro la tua sessualità malata. Quando io spoglio dolcemente una donna e ascolto il suo corpo fino a portarla al piacere, lo faccio con rispetto, con amore, con dedizione. Ogni donna per me è un mondo da scoprire, è un essere così completo nella sua potenza e dolcezza che quasi mi stupisco che esista. Le carezze d’amore che condivido con le donne mi rendono quella che sono. Una donna che ama le donne. Qualcuno direbbe “una lesbica”. Non m’interessa del nome, dell’etichetta. M’interessa di amare e rispettare le donne giorno dopo giorno. Mi interessa di lottare per i loro diritti, che poi sono anche i miei diritti. Se immagino il mio futuro, immagino una moglie al mio fianco e magari una figlia. Vorrei essere una madre, vorrei avere una famiglia.
Per anni ho creduto che questo stupro fosse ciò che ci unisse, che fosse qualcosa di cui vergognarmi, un fardello di cui non mi potevo mai liberare. E, invece, è proprio questo stupro la mia forza, è il punto di partenza, ciò che mi ricorda ogni giorno quanto siamo diverse. Lo stupro conferma che simili non lo saremo mai, che io amo le donne e tu no. Questo filo è stato spezzato, come vedi io e te non potremmo essere più lontane l’una dall’altra. Sei una persona senza amore, io sono una persona che ama ogni giorno, che mostra affetto e dolcezza in ogni cosa che fa. Hai rubato la mia infanzia, questo credo che tu lo sappia, ma non mi toglierai mai la mia dolcezza e la mia emotività. Nonostante io ancora oggi abbia problemi a fidarmi delle persone, nonostante io abbia continuamente paure, talvolta immotivate, l’amore è la forza che mi fa continuare questo tortuoso viaggio che è la vita. Io ho una vita piena d’amore, anche se non è il classico amore romantico che tutti chiamano “relazione”. Un giorno forse avrò anche quello, ma per ora non m’interessa. Mi hai potuta zittire quando avevo sette anni, mi hai potuto rubare l’innocenza e far scomparire il sorriso sul mio volto, ma non potrai mai rubarmi la voglia d’amare. Cara R., io ti ho perdonata. Non sono più arrabbiata con te. Non ho problemi a parlare con te. Ti ho sempre guardata negli occhi, non ho mai avuto il timore d’incontrarti. Sei tu quella che abbassa la testa quando mi vede, sei tu quella che mi evita. Non ho bisogno di una risposta, di un perché. Non più, non m’interessa saperlo. Spero solo che tu ci abbia riflettuto, che tu abbia capito la gravità delle tue azioni, sempre se questo possa servire a qualcosa. Non devi scusarti con me. Non varrebbe a nulla. Quella piccola donna che tu hai violentato adesso è una guerriera ed è finalmente libera. Non ci lega più nulla, il filo è stato spezzato. Sei libera anche tu e sei perdonata. Adesso io e te siamo separate, abbiamo due vite opposte e ognuna può lavorare alla sua autonomamente. Non ti auguro la morte, cara R. Ti auguro tanta felicità ed il meglio che la vita ti possa offrire. Ti auguro di diventare una donna che rispetta le donne. Ti auguro di poter imparare un giorno cosa sia l’amore e d’essere forte quanto lo sono io. Io ti ho voluta davvero bene, non ho mai smesso di volertene nonostante la rabbia e l’indignazione. Ti auguro la libertà, quella che io ora sto abbracciando.
Non c’è più nessun segreto, è finito tutto.
Possiamo aprire gli occhi, tutte e due.”

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​”Dear R.,

I’m sure you still remember me, even if a lot of time passed since the last time we met and we shared something together. We were really young. You were young, I was even younger. I remember that we played together, we made drawings, we invented stories, we gave each other hugs and kisses. I still have pictures of us, of when I was a child. When I look at them again I remember those times, how far they are, they will not come back. They are trapped in a time we lost, in a time you shred. I asked myself multiple times, why you teared everything apart. Why you wanted to soil our relationship with something like that. Why didn’t you love me anymore. Why you forced me to do things I didn’t want to do. Why you told me I didn’t have to tell anyone. I imagined for years our meeting: in my fantasies I asked you why and you apologized. I went on in my life with that awareness. I had to face that memory for the first time when I was 14. For the first time in my life I understood I liked women. I had troubles accepting what I am. I thought it was something dirty that bounded me to you. I was afraid I became a lesbian like you. Yes, for me you were nothing but a lesbian. I thought lesbians were dirty, disgusting, evil people, that force people to do things against their will. Pictures of two women kissing disgusted me. When I was 14 I had to understand that I am what I am because I was always like that, that you have nothing to do with that, that I couldn’t go on being unhappy. I had to accept that women give me something men don’t and that this “something” makes me feel good. At the same time I had to forgive you. I dreamed about forgiving you. I dreamed about embracing you. I asked you once again “why?” and you told me you were sorry. I told you also about the girls I was interested in, as if you could be the best person I could speak to about this theme, as you could understand me. You were and you still are for me “the lesbian”. I thought that experience was a premature homosexual experience, I closed it in drawer to not see it anymore. I thought that accepting myself I would have forgot about what happened to me. Now at 23 I know that I could never forget something like this. I forgave you, I forgive you every day, but there is still a thread connecting us. I want to cut it, that’s why I’m writing this letter to you. You forced me to shut up, to keep this secret. Your violence was silent, but it was still violence. I told just a few people about it. The most of them believed me, but didn’t know what to tell me. A few people told me that I invented it, that it was impossible. Women raping women don’t exist. It’s like saying a horse can rape a human being. I told no one your name. Nobody knows your name, your face, nobody knows where you live, who’s your father, who’s your mother. They know nothing, you can sleep well. I don’t want to press charges against you, it never was my interest. I don’t want to ruin your reputation. I’ve been empathic enough to ask my self what came to your mind, even though I never justified your actions. If I’m writing to you right now it’s because I have nothing to hide. This is just an act of courage that I make to come to the conclusion that nothing bounds us.  At first I thought that being lesbian was like being in part like you. I thought that you loved women. But I was wrong. Dear R., you don’t love nor could you ever love a woman. You can’t say you love women if in the past you raped one of them. You can’t love women if you use their bodies like it’s just a toy,  if you squash them with your weight, if you tell them to touch you when they aren’t conscious about what they’re doing. You can’t love women nor kids. You can’t love children if you steal their innocence, if you force them to sexual acts against their will, if you silence them by imposing them your sick sexuality. When I undress sweetly a woman and I listen to her body bringing her to pleasure, I do this with respect, with love, dedication. Every woman is a world to discover for me, it’s such a complete human being in her strength and sweetness that I’m even surprised she exists. Love caresses that I share with women make me who I am. A woman who loves women. Somebody would say “a lesbian”. I don’t care about the name, the label. I care about loving and respecting women day by day. I’m interested in fighting for their rights, that are my rights too. When I think about my future I imagine myself with a wife by my side and maybe a daughter. I’d love to be a mother, I’d love to have a family. I thought this rape was the thing that unites us, that was something I had to be ashamed of, like a burden I could never free myself from. However, this rape is my strength, it’s a starting point, what reminds me everyday how different we are. That rape confirms that we will never be similar, that I love women and you don’t. Nothing unites us anymore, we could never be so far away from each other. You are a person without love, I’m a person that loves every day, that shows affection and sweetness in everything she does. You stole my childhood, I think you know that but you’ll never take my sweetness and my sensitivity away from me. Although even today I have problems to trust people,although I am sometimes afraid for no reason, love is the force that makes me keep going on this difficult journey called life. I have a life full of love, even though it isn’t the classical romantic love that everyone calls “relationship”. Maybe one day I’ll have that as well, but I’m not interested right now.
You could have silenced me when I was seven, you could have stolen my innocence and made my smile fade away, but you could never steal my desire to love. Dear R., I forgave you. I’m not angry with you anymore. I’ve no problems in talking to you. I always looked into your eyes, I’ve never been afraid to meet you. You’re the one bowing your head when you see me, you’re the one avoiding me. I don’t need an answer, I don’t need to know why. Not anymore, I don’t care. I only hope you thought about it, that you understood the gravity of our actions, if it means something. You don’t need to apologize. It doesn’t make any sense. That little woman you raped now is a warrior and she’s finally free. Nothing unites us anymore, the thread has been cut. You’re free as well and you have been forgiven. We are now separated, we have two opposite lives and both of us can live seperately her own life. I don’t want you to die, dear R. I wish you happiness and the best life could offer you. I hope you will be one day a woman that respects women. I hope that you will be able to learn one day what love is and that you will be as strong as I am. I really loved you, I never stopped from loving you despite the anger and the resentment. I hope you’ll free, like I am now.
There’s no more secret anymore, everything’s over.
We can finally open our eyes, both of us.”

December 17

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Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — ottobre 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

 

Fonti
Sesso e genere (antifemminismo, femminismo e attivismo trans)

Femminismo su Wikipedia

Judith Butler

Posizioni femministe sulla sessualità

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

Sputiamo su Hegel

Prostituzione in Europa

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

Harriet Taylor e il femminismo liberale

Prostituzione in Svezia

Pornografia – etimologia

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

 

 

Am I homoromantic? — agosto 17, 2017

Am I homoromantic?

 

Sexual orientation is an internal mechanism that directs a person’s sexual and romantic disposition towards one or more persons, to varying degrees (LeVay & Baldwin, 2012). However, defining sexual orientation is challenging in a world that is rapidly changing. Sexual orientation has been perceived either in terms of discrete categories (homosexual, bisexual, heterosexual) (LeVay & Baldwin, 2014) or as a spectrum. Even if the debate regarding its nature still remains one of the major unsolved questions in sex science (Gangestad, Bailey, & Martin, 2000; Haslam, 1997), in this post I will talk about my personal attitude towards my sexuality, which I believe to be fluid.

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As you probably remember I defined myself in some posts as a bisexual woman, while in others as a lesbian. This may be confusing for some of you and that’s one of the reasons why I would like to be clearer about it. Until I was 14 I thought to be heterosexual, because I experienced romantic and sexual interests towards people of my opposite sex. However, if I look back at, for example, the 10-years-old “me” I already had some kind of fantasies or desires towards women, which emerged predominantly in the form of dreams or weird thoughts like ‘Is she looking at me? Does she like me? Is she gay?’ At 14 years old I had my first real crush for a girl at my school. After that a really long period of self-analysis began. I started to question my heterosexuality and I looked back at my past to find traces of things that could make me understand who I really was. And I remembered about how many times I asked myself if my English teacher liked me. I remembered a girl at middle school who was defined as a ‘lesbian’ just because she kissed a girl. I remembered thinking that she was gorgeous and looking at her while she smiled at me. Then I remembered my weird relationship with what I believed to be an online friend, how I tried to flirt with her and how I was sexually attracted to her. I remembered that when I was 10 I had a dream where I kissed a girl twice. After a year of deep analysis I came to the conclusion that I’m bisexual. However, my attitude and my attraction towards both sexes is different. I only had relationships with women. I define myself as a homoromantic bisexual because I only experienced romantic attraction towards women (even if I don’t exclude a remote possibility of falling in love with a man). I also believe that my degree of sexual attraction is different depending on the sex of the person involved. The majority of my sexual desires are heterosexual (85-90%), even though I’m also sexually attracted to woman and I had more sex with women than with men. However, my romantic interest in people of the opposite gender is really low. Some people have troubles understanding my sexuality and they don’t like the term homoromantic. They perceive the expression of my preferences as a threat or as a way to label what I am. But why would it be a label? Why is the term bisexual a more acceptable term than bisexual homoromantic? Bisexuality is not 50% attraction towards women and 50% attraction towards men. It’s much more complex than this, just as sexuality itself.
Even though further studies might have to clarify what sexuality is and what its relation to romantic attraction is, in this post I wanted to show you how I define myself and how proud I am to tell you: I am a bisexual. I am a homoromantic!

P. S. I’m not offended if someone uses the term lesbian to define what I am. However, I believe it’s not accurate. I prefer using the term bisexual because I don’t want to erase any part of myself. If I sleep with a man, I’m not straight. If I sleep with a woman, I’m not a lesbian. I’m still bi, I’m still me.
Thank you.

❤ 

UPDATE:

I thought a lot about deleting this article because it doesn’t represent what I am anymore. I believe there’s little research about romantic attraction and I’m not sure if it’s really separated from sexual attraction. While writing this article in August 2017, I found indeed some articles about romantic attraction, but they were just hypotheses. Since some bisexual people had a romantic preference for one of the sexes, they said there may be a difference between romantic and sexual attraction. However, there’s no evidence to prove it. I respect people who use terms as “homoromantic”, “biromantic” or “heteroromantic”. However, I do think that bisexual homoromantic is a word that doesn’t define me anymore. I’m a lesbian and I do fall in love just with women. I was wrong in believing that being a lesbian means excluding someone. It’s not excluding, it’s just being what I am: a woman attracted to women. A woman who loves women and loves sleeping with them.]

[References] 

Gangestad, S. W., Bailey, J. M., & Martin, N. G. (2000). Taxometric analyses of sexual orientation and gender identity. Journal of Personality and Social Psychology, 78, 1109–1121.
LeVay, S., & Baldwin, J. (2012). Human sexuality (4th ed.). Sunderland, MA: Sinauer
Savin-Williams, Ritch C. “An exploratory study of the categorical versus spectrum nature of sexual orientation.” The Journal of Sex Research 51.4 (2014): 446-453.