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Feminism, minorities, LGBTQIA issues, Italian politics and problems

I’m a barbie girl? — January 18, 2018

I’m a barbie girl?

di Nancy Astley

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A perfetta dimostrazione che uccide più il consumismo del patriarcato, nonostante siano, purtroppo, correlati indissolubilmente, nel 1959 in America inizia la commercializzazione del giocattolo forse più venduto al mondo: la Barbie. Sfido chiunque a non sapere di che si tratti. Era una bambola rivoluzionaria per i tempi, date le sue fattezze di donna adulta. Rivoluzionaria perché fino ad allora venivano solo prodotte bambole raffiguranti neonati, a parte una bambola tedesca che si chiamava Bild Lilli, che non ebbe gran successo, anche perché inizialmente era stata creata come oggetto per adulti. Aveva un aspetto da pin up, era in pratica quelle che oggi definiremmo un’action figure, derivata da un fumetto dei tempi.

Da ormai dieci anni dall’instaurazione del capitalismo si è fatta strada a grossi passi una nuova tendenza, definita dallo stesso Marx come “feticismo della merce”, ovvero il consumismo. Gli economisti, come l’americano Lebow, la definiscono con queste parole:

“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo…”

e questo è più o meno l’inizio della fine. Incominciano in quegli anni i primi bombardamenti pubblicitari su larga scala e la nostra neo nata Barbie è la prima bambola, o addirittura il primo giocattolo, a venire pubblicizzata in maniera massiva anche in televisione. In quegli anni si sviluppa l’idea della donna oggetto, della casalinga felice e realizzata con il suo nuovissimo tostapane o ripresa felice e sognante davanti alla sua nuova lavatrice. Si fa strada l’idea di come la nostra donna si debba presentare, e cosa c’è di meglio che inculcarlo nelle giovani menti dei bambini degli anni ’60 se non attraverso un oggetto d’uso quotidiano? Le prime bambole commercializzate erano, in realtà, more e bionde, ma prestissimo le more sono sparite dagli scaffali lasciando spazio solo alle biondissime, giusto per indicarci qual era il modello di bellezza che si voleva portare avanti. Dicevo, queste bambole bionde, statuarie, perfette, dalle gambe lunghe e affusolate, seni alti e perfetti, di misure assolutamente proporzionate da modella (anoressica), con i lunghi capelli morbidi e setosi entrarono nelle case di tutte le bambine insegnando loro che cosa la società pretendeva dai loro corpi e dalle loro menti. Alla bellissima Barbie aggiunsero poi un corollario di personaggi come l’affascinate e super scolpito addominali-a-tartaruga-Ken, suo marito, e vari altri personaggi che affollavano la loro bellissima casa, in piena atmosfera consumistica, dove bisognava creare sempre nuovi prodotti da vendere. Abbiamo, quindi, questa donna bellissima, sempre perfettamente truccata che si occupa della casa e del marito.

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Le pubblicità di ogni genere di bene materiale tendono sempre di più a mostrarci un’immagine da Barbie, interpretata da attrici in carne ed ossa. Ritengo che ciò non faccia che creare disagio nelle menti delle bambine, che capiscono che devono ambire ad avere un corpo perfetto e statuario e a desiderare una vita con un marito, al quale presentarsi sempre perfettamente acconciate e truccate in ogni momento della giornata. Solo così poteva avvenire la realizzazione della donna, presentata come una figura stupida ad uso e consumo del marito. E chissà se la prima mente che ha immaginato la Barbie, Ruth Handler, ci abbia mai riflettuto. Negli anni questa piccola creatura ha portato alla Mattel, la fabbrica che la distribuiva, una quantità di denaro inimmaginabile. Ha conquistato il favore di tutto il mondo. I collezionisti impazzivano per lei, le bambine l’adoravano e facevano comprare ai genitori ogni tipo di gadget, un successo forse mai più eguagliato per un singolo giocattolo. Ma più si diffondeva e più nessuno pensava agli effetti devastanti sulla figura della donna stessa. Da qui nascono le varie definizioni di associazione di idee bionda-senza cervello, forse anche incentivate da nuovi modelli di Barbie che parlavano e dicevano chicche tipo: ”La matematica è difficile”. Ci sono stati, però, alcuni film che hanno cercato, sotto forma di commedia, di far capire quanto ci fosse di sbagliato ad ambire ad essere una Barbie. Uno di questi è “La donna perfetta” di Frank Oz del 2004, con una bravissima Nicole Kidman, ma non era che un remake di un film del 1975, tratto dal romanzo di Ira Levin “La fabbrica delle mogli”. In sintesi, si denunciava la visione distorta della donna perpetuata dagli uomini, che in questa storia arrivavano anche non preoccuparsi minimamente di snaturare la loro moglie (spesso molto più in carriera o potente socialmente del loro lui) attraverso un processo computerizzato che le rendeva a tutti gli effetti delle bellissime bambole (Barbie) piegate al loro totale volere. Da notare anche il fatto, che, almeno nel film di Oz, si conclude che chi crea e innesca questo diabolico progetto è una donna, che rimpiange i bei tempi andati degli anni ‘50, dove tutto era perfetto e quella doveva essere il modello di perbenismo e perfezione a cui si doveva ambire in quanto femmine. Un po’ quello che ancora oggi ci sia aspetta da una donna ai tempi nostri! Il secondo grande momento di “contestazione” alla Barbie viene poi da una canzone Barbie girl del gruppo danese degli Aqua. Questa canzone è stata anche denunciata dalla Mattel, che rifiutava un interpretazione così aperta e reale del loro prodotto. Trattandosi, però, solo di una parodia, persero la causa. In questa canzone ci sono frasi, che fanno capire chiaramente che il fenomeno della barbiezzazione della donna ha conquistato anche il favore del pubblico maschile incentivato proprio ad “usare” la donna. Ritroviamo frasi di grande impatto, come: “You can brush my hair, undress me everywhere”, “Kiss me here, touch me there, hanky panky “,”You can touch, you can play, if you say ‘I’m always yours’“, “Make me walk, make me talk, do whatever you please, I can act like a star, I can beg on my knees, Come jump in, bimbo friend, let us do it again”. Frasi che direi si commentano da sole. Ma per fortuna negli anni subito dopo l’affermazione della mitica bionda di plastica, si afferma una nuova ondata di femminismo, un femminismo un po’ più moderno e radicale volto a distruggere il pensiero consumista e patriarcale e liberare le donne anche da questo genere di subdola oppressione. E avvengono casi, anche se certamente non correlati all’avvento dell’ondata femminista, documentati anche da numerose ricerche, in cui le bambine passano fasi adolescenziali in cui rifiutano a tal punto il modello inculcato loro durante l’infanzia, da far diventare le loro bambole oggetto di ogni genere di punizione, dalla decapitazione, alla semplice totale rasatura dei capelli, arrivando infine persino a metterle in forno. Questo forse la dice lunga più di ogni altra cosa. Oggi lottiamo più apertamente contro questi fenomeni così chiaramente sessisti e patriarcali, e forse le nuove generazioni non ne saranno più influenzate come magari è avvenuto in passato, perché per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. Ma saremo pronte, se si ripresentasse il caso di un fenomeno di costume così forte, a riconoscerne e rifiutare immediatamente questi insegnamenti errati? Avremo la giusta memoria storica e la forza di non farci soggiogare le menti di nuovo? Mi auguro di sì, ma intanto mi godo la soddisfazione di vedere che le femministe non prendano sul serio la Mattel, anche se continua a cercare di entrare nelle loro grazie. Loro, però, non mollano! Vedi articolo su wired.it “La Barbie strizza l’occhio alle femministe (ma non convince) – La Mattel prova a cambiare faccia alla bambola simbolo dell’odierna discriminazione sessuale, ma non ne è capace.”

Go girls!

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Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — October 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

Fonti:

http://www.obiettivo-chaire.it/contenuti-visualizza.asp?ID=19&Pag=0

https://it.wikipedia.org/wiki/Femminismo

https://en.wikipedia.org/wiki/Judith_Butler#Gender_Trouble:_Feminism_and_the_Subversion_of_Identity_.281990.29

https://it.wikipedia.org/wiki/Posizioni_femministe_nei_riguardi_della_sessualit%C3%A0#Femminismo_e_pornografia

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sputiamo_su_Hegel

https://it.wikipedia.org/wiki/Prostituzione_in_Europa#Svezia

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/?p=4489

https://unitalianoinsvezia.com/category/sesso/prostituzione/

http://www.etimoitaliano.it/2014/12/pornografia.html

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

http://www.obiettivo-chaire.it/contenuti-visualizza.asp?ID=19&Pag=0

 

 

I had never had an orgasm, but then…  — September 20, 2017

I had never had an orgasm, but then… 

At first I didn’t want to write this article. I thought “it’s too personal”, just like maybe it was too personal to talk about me and my rapist. But here I am, so… I guess I changed my mind!

[EN – PER LA VERSIONE IN ITALIANO VEDI SOTTO!]

I’ve always been interested in sex. It’s something that has always fascinated me. I started to masturbate when I was 10 and I had sex for the first time at 14 with my ex girlfriend. Some months ago I found some erotic stories that I wrote at that age, when I first discovered I was attracted to both men and women. Guys saw me as some kind of “Goddess of sex”, maybe just because of my bisexuality or because I talked about sex and sexuality without any problems.

I wasn’t the Goddess of Sex, though. I arrived at my 20s and again sex was still my obsession and my torment. My obsession because I obviously liked the idea of it. I liked to make the other person feel good, so to say.  “What about you?” asked my best friend. “Do you feel any good?”  “Yeah, but…” “But what? Have you ever had an orgasm?” “Well…no, I haven’t. I mean…” I don’t know when or why but after some sexual intercourses I arrived at the conclusion that orgasm was something that I could never reach. I thought I had some kind of problem, and this frustrated me. I could reach an orgasm indeed, but only through masturbation. Once, something changed: it happened. I was surprised and I felt like a different person. I don’t know what changed. Probably I trusted someone for the first time. I let myself go. I experienced some sexual desires I was afraid before to experiment. And I felt much much better. I understood that sex was not only about giving, but also about receiving. Which seems obvious to most of you, but it wasn’t to me.

In February this year I had for the first time the idea to write a story about what happened to me. I started Orgazm in April. It’s essentially a homoerotic love story between Kay and Sara, two expats living in Germany. Sara is a bisexual woman whose dream is being a singer. After an abusive ex relationship, she starts to explore her sexuality. When Kay gets to know her, Sara goes to parties, she gets drunk and has sex many times. Kay is fascinated by her lifestyle, but at the same time she shows some kind of criticism.

Kay’s story is not my story, but surely my experience inspired me to write this novel. My aim is depicting women having sex (mostly with other women), talking about sex, thinking about sex and exploring their sexuality. I’m sure many women out there don’t feel listened by their partners when it comes to sex. Other times they don’t even know their desires, essentially because patriarchy puts pressures on women not to talk about their sexual desires and kinks.

So, if you are having trouble reaching an orgasm, I just wanna tell you: relax, it’ll happen. Just take your time and don’t put too much pressure on yourself. It’s not your fault, it’s never your fault,  I believe in you! 

[P.S. In this article I’m referring to clitoral orgasm reached through external or internal stimulation of the clitoris, as Masters & Johnson’s research shows. It’s my experience and I’m not saying it will be everyone’s. But in a world where women’s sexuality isn’t taken seriously it’s my job as a feminist to talk openly about my relationship with sex and sexuality]
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[IT]

Onestamente all’inizio non volevo neanche scriverlo, quest’articolo. Ho pensato fosse troppo personale, ma direi che ho cambiato idea…
Sono sempre stata interessata al sesso, mi ha sempre affascinata. Ho iniziato a masturbarmi all’età di 10 anni e ho fatto sesso per la prima volta a 14 con la mia ex ragazza. Qualche mese fa ho trovato delle storie erotiche scritte da me a quell’età, quando ho capito per la prima volta di essere attratta sia dagli uomini che dalle donne. I ragazzi mi vedeva come una sorta di “dea del sesso” solo perché sono bisessuale e ho sempre parlato apertamente di me e dei miei desideri sessuali.

Non ero la dea del sesso, però. Ho superato i vent’anni e il sesso si è mostrato ancora una volta come la mia ossessione e il mio tormento. La mia ossessione perché ne amavo l’idea. Amavo il momento di condivisione con l’altra persona e che l’altra persona si sentisse bene.
“Ma tu?” mi ha chiesto poi la mia migliore amica. “Ti piace?” “Sì, ma…” “Ma cosa? Non hai mai avuto un orgasmo?” “In realtà no…”

Non so quando o perché, ma dopo una serie di rapporti sessuali ero arrivata alla conclusione che per me fosse impossibile raggiungere un orgasmo. Pensavo di avere qualche problema e ciò mi portava frustrazione. In realtà un orgasmo potevo raggiungerlo tramite la masturbazione.
Un giorno, però, qualcosa è cambiato: non so come ma è successo. Ne sono rimasta sorpresa e da quel momento in poi mi sono sentita come una persona differente. Non so cosa sia cambiato. Probabilmente mi sono fidata di qualcuno per la prima volta, mi sono lasciata andare, ho deciso di vivermi fino in fondo ed esplorare desideri sessuali che prima avevo paura a sperimentare. E mi sono sentita molto molto meglio. Ho capito che il sesso non è solo dare, ma anche ricevere. Che sembra ovvio per la maggior parte di voi, ma non per me.
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Nel febbraio del 2017 mi sono detta di voler scrivere una storia riguardo ciò che mi è accaduto. L’ho iniziata ad aprile. Si tratta essenzialmente di una storia d’amore e nello stesso tempo omoerotica fra due donne, Kay e Sara, due expat che vivono in Germania. Sara è una ragazza bisessuale il cui gran sogno è diventare una cantante. Dopo una relazione abusiva con il suo ex ragazzo inizia ad esplorare in vari modi la sua sessualità. Quando Kay la conosce, Sara va nei locali, partecipa a feste, si ubriaca e fa sesso ripetutamente. Kay è affascinata dal suo stile di vita, ma nello stesso tempo ne è critica.

La storia di Kay non è la mia storia, ma sicuramente la mia esperienza mi ha ispirata a scrivere questo romanzo. Il mio scopo è mostrare donne che fanno sesso (in genere con altre donne), che parlano di sesso, che pensano al sesso ed esplorano la propria sessualità. Sono sicura che ci sono molte donne che non si sentono capite dai propri partner in ambito sessuale. Altre volte loro stesse non conoscono i loro desideri, essenzialmente perché il patriarcato spinge le donne a non parlare dei propri desideri sessuali e kink.

Quindi, se hai difficoltà a raggiungere un orgasmo, voglio solo dirti: rilassati, accadrà. Prenditi il tuo tempo e non porti pressioni inutilmente. Non è mica colpa tua, non è mai colpa tua. Io credo in te!

Morire per un pompino — September 15, 2016

Morire per un pompino

(This article is in ITALIAN)

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Recentemente sono stata profondamente colpita da una notizia, il suicidio di Tiziana Cantone, una ragazza di soli trentun anni, i cui video hard hanno avuto una diffusione capillare sul web fino a poco tempo fa. Molti hanno sostenuto e sostengono che non sia una santa, che la sua morte non cambi nulla, perché lei ha accettato di farsi filmare e di diffondere materiale pornografico in cui era protagonista, assieme al fidanzato Sergio di Palo, e altri uomini, probabilmente per vendicarsi del suo ex ragazzo. Colpisce come la colpa sia stata attribuita unicamente a lei, come se fosse l’unica protagonista del video, e non chi ha mandato quei video a chi non doveva e a chi ne ha permesso la diffusione su WhatsApp e su siti pornografici, senza l’autorizzazione di Tiziana. “Stai facendo il video? BRAVOH!” Chi non ha letto questa frase e spinto da curiosità, si è informato sulla vicenda? Sono nati meme, parodie. La frase è rimbalzata sui principali social network. Nel frattempo Tiziana riceve minacce, insulti, è costretta a lasciare il lavoro, a cambiare cognome e casa. Prova a rifarsi una nuova vita, si rivolge alla giustizia ma la giustizia italiana procede a rilento.

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Questa vicenda testimonia il fallimento del sistema giudiziario italiano, ma allo stesso tempo deve far riflettere sul nostro presente e su quello che sarà il nostro futuro. Tiziana è solo un’altra delle numerose vittime del cyberbullismo e del cosiddetto revenge porn. L’anarchia del web, l’incapacità di controllare i materiali postati e rimuoverli nei tempi opportuni mettono in luce la doppia natura di Internet: da un lato un luogo di informazione, di condivisione di idee e un possibile strumento per relazionarsi con gli altri; dall’altro lato, c’è il mondo sommerso di Internet, l’Internet della pornografia, del bullismo, della mancanza di privacy.

Sotto un altro punto di vista, la morte di Tiziana deve essere uno spunto di riflessione sulla società moderna e sul ruolo che il femminismo deve ricoprire per la difesa dei diritti delle donne. Emerge ancora una volta il doppio standard vittoriano, quello che divideva (e divide) le donne tra “sante” e “troie”. La morte di Tiziana non ha indignato più di tanto, perché era vista come appartenente alla seconda categoria. Parliamo di progresso, di un modo che sta migliorando, ma in realtà siamo intrappolati negli stessi stereotipi di un tempo. Il patriarcato si è riorganizzato ed è ancora più forte. Una donna che fa sesso liberamente e si diverte facendolo non è vista come una “brava ragazza”. Si ha una concezione del sesso come il compiacere il maschio di turno e, anche se i pompini li fanno tutti, viene vista come una cosa da tenere nascosta. Ciò che è incredibile è che le stesse persone che danno della “troia” a Tiziana passino ore e ore sui siti pornografici.

Il “nuovo” femminismo ha una parte della colpa, perché è un femminismo che si è piegato al capitalismo ed al patriarcato. Finché non ci sarà un’educazione sessuale per i ragazzi e le ragazze italiane, finché i giovani entreranno a contatto con il sesso tramite immagini e video pornografici, sarà difficile fargli comprendere cosa significano erotismo e piacere. Il nuovo femminismo, che si batte unicamente per alcune cause, tralasciandone altre, è il migliore amico del patriarcato. Finché parole come “mestruazioni”, “vagina” e “masturbazione femminile” resteranno un tabù, trovo difficile che ci sia, di fatto, una parità.

Inoltre, è divenuta una moda, da parte di un certo numero di “nuove femministe” tacciare di moralismo chiunque non sia come loro e non si pieghi ai voleri della società patriarcale, asservita alla pornografia e al doppio standard. Io, in quanto femminista, faccio tesoro degli insegnamenti delle femministe e dei femministi italiane degli anni ’70. Quel femminismo che mi ha convinta e che per me è diventato la base per la creazione di una società più equa e più giusta. Un femminismo che doveva necessariamente essere rivoluzionario ed impopolare. Oggi come allora, è necessario un femminismo che abbracci tutte le donne e gli uomini che credono nell’uguaglianza, che pensino che sia assurdo uccidersi per aver fatto un pompino e che una donna che faccia sesso non sia una troia, ma un semplice essere umano che sceglie di provare piacere tramite l’atto sessuale.

P.S. In questo articolo per “pornografia” si intende una certa rappresentazione della donna, specialmente nei video e nelle foto pornografici, come asservita e impotente. Un tipo di pornografia che insegna ai giovani che la donna sia necessariamente passiva in un rapporto sessuale, vista come “buco” o “recipiente. “Erotismo” è, invece, da intendere in senso positivo come rappresentazione della sessualità e dei piaceri umani, mostrando la sessualità in modo attivo e senza alcun tabù.

When I heard the word “feminism” for the first time — November 13, 2015

When I heard the word “feminism” for the first time

[This post may contain mistakes, because English.is not my first language]

Maybe you were wondering where I have been such a long time.

Well, my life is always full of changes and unexpected facts, so you shouldn’t worry if I don’t post for some months. I’ve not forgotten this blog and certainly I won’t.

Today I want to talk about something autobiographic, but in some ways related to feminism.

When did I hear the term “feminism” for the first time?

I was at high school. It was my 4th or 5th year, if I am not mistaken. My philosophy teacher said:

I believe in the equality between men and women. I’m a feminist.

I remember that I didn’t question the word “feminism.” Even if it was the first time I heard it, it was clear to me that it had a positive meaning. What surprised me was that a male pronounced it. I guess this may be related to the fact that, whether we want it or not, we are all affected by patriarchy.

Patriarchy, directly or indirectly, controls our minds. It doesn’t matter if you consider yourself a feminist or not. It is really likely that you experience the violence and the injustice of patriarchy, because our society is grounded in it.

Now I think differently. It doesn’t surprise me anymore when a man tell me he is a feminist, because I’ve become a feminist myself.

But, to be honest, does it matter if a person is male, woman or non-binary?

We are all people, that’s what it matters, and we should all fight against patriarchy!

And you? When did you hear the word “feminism” for the first time?

Leave a comment, if you want.

P.s. I will talk about my teacher in other posts. I know it may be a little bit personal, but he really had a big influence on me!

Yes, I’m a free bitch! — April 13, 2015

Yes, I’m a free bitch!

[This post may contain mistakes, because I’m not English.]

[Traduzione italiana disponibile dopo il post in inglese.]

Hi! My name is Libera, I’m 20 and I live in the south of Italy. My real name is different, but everyone on the Internet call me Libera.

I decided to create this blog to talk about my experience as a discriminated person. I think I am part of more than one discriminated category. First of all, I am a lesbian. Secondly, I am a southern Italian girl. Finally, I am a woman. Therefore, I experienced three types of discrimination. All of them shocked me, and this is the main reason why I am writing this post right now.

Let’s start with my first assertion: “I am a lesbian.”

This sentence should not be interpreted literally. It is very difficult to label my own sexuality, since I have very strange tastes. I am not equally attracted by both sexes, but it would be very difficult to give you in a few lines, dear readers, a good representation of my sexuality. From a physical point of view, I like both girls and boys. But, from a romantic point of view, I have always preferred women. This is the reason why I believe I am a lesbian. As a lesbian, I have been discriminated only a few times, when I was a teenager. What I experienced more was (and still is) being sexualized by males. Many people asked me to have a threesome, orgies, or something like that. Many men liked me only because they imagined me (or hoped to see me) having sex with another woman. This may seem incredible, but it is the truth.

Being sexualized is an issue that I experienced both as a woman and as a lesbian/bisexual girl.

Being a southern Italian girl, I experienced discrimination because of my origins. I live in Campania, near Naples, one of the most beautiful cities of the world. However, for many Northern Italians we (I mean, southern people) are dirty, uncivilized, and underdeveloped. Even among feminists the prejudices about Southern Italians are widespread. For example, I remember a discussion about feminicide and harassment on a Facebook page. The administrator of this page argued that ‘harassment is more likely to happen in the south of Italy’.

She said this without any clues. When some people replied that feminicide, for example, happens more in northern Italy than in the Southern part of the peninsula, the administrator pointed out that ‘feminicide is so widespread in the North because more women work there than in the south; thus, it is just the result of female independency from men.’
I believe that asserting that feminicide is the result of emancipation is really dangerous. According to this logic many people may say that it might have been better if the women never worked. Furthermore, I did not expect that these prejudices could be common even in feminists’ pages.

As a feminist, I believe that feminism should be equality, but not only for women. As a southern Italian feminist, I decided to have a reaction against it.

The third type of discrimination I experienced is sexism (sessismo or maschilismo in Italian). As a woman, I have always felt disadvantaged. My brother could do things that were denied to me. My male classmates had the right to speak. We, the females, most of the times didn’t. When a boy tried to rape me (fortunately, he did not), my ex-girlfriend told me that it was my fault, because I was a bitch. But these are just some examples. I don’t want to talk about too many things right now. I just want to say that this blog will be about myself, as a member of three discriminated groups. Some posts will be serious, others will be not. I hope just to let you know as many things as possible about my country and my life.

The last thing I would like to talk about is why my blog is called puttana libera. A translation could be ‘free bitch’. Well, I think that ‘bitch’ is used as an offense by most misogynists. However, I have chosen this name because I’m not afraid of being labelled as a bitch. Maybe I can be a bitch, but at least I’m free. And if you call me bitch only because I want the right to be myself, you’re just a fucking misogynist.

Peace.

Libera.

Italian Translation:

Ciao a tutti! Sono Libera ragazza ventenne del Sud d’Italia. Il mio vero nome è un altro, ma tutti mi chiamano Libera. Ho deciso di creare questo blog per parlare della mia esperienza come persona discriminata, siccome penso di far parte di più di una categoria discriminata. Prima di tutto, sono lesbica. Poi, sono del Sud. Infine, sono una donna. Per questo posso dire di aver vissuto tre tipi diversi di discriminazione: ciascuno di essi ha avuto ripercussioni sulla mia vita. Ecco perché vi sto scrivendo.

Iniziamo dalla mia prima frase: “Sono lesbica”

Non dovete interpretarla letteralmente. E’ molto difficile etichettare la mia sessualità, dato che ho gusti strani. Non sono attratta da ambedue i sessi in modo equo. Dal punto di vista fisico mi piacciono sia uomini che donne, ma considerando solo l’aspetto sentimentale, ho sempre preferito le donne. In quanto lesbica, sono stata discriminata poche volte quando ero un’adolescente. Quel che ho vissuto di più (e lo vivo ancora) è stato essere oggettificata e “sessualizzata” da alcuni uomini. Mi è capitato che mi invitassero a partecipare ad un threesome o orge e molti uomini mi stavano attorno solo perché mi immaginavano o speravano di vedermi far sesso con un’altra donna. Questo può sembrare incredibile, ma è la verità.

Inoltre, essendo una meridionale, sono stata discriminata spesso per le mie origini. Vivo in Campania, vicino Napoli, una delle città più belle al mondo. Tuttavia, per molti settentrionali, noi meridionali siamo sporchi, incivili ed inferiori. Anche tra femministe i pregiudizi riguardo i meridionali sono molto diffusi. Per esempio, ricordo una discussione sul femminicidio e sulle molestie su una pagina Facebook. L’amministratrice della pagina ha dichiarato che ‘è più probabile che si venga molestate al Sud.’ L’ha detto senza avere alcuna prova.

Quando qualcuno ha risposto che il femminicidio, ad esempio, accade di più al Nord che al Sud, l’amministratrice si è difesa dicendo che ‘è più diffuso al Nord perché le donne lavorano di più che al sud; quindi, è solo il risultato dell’indipendenza femminile dagli uomini.’
Credo che dire che il femminicidio derivi dall’emancipazione femminile sia molto pericoloso. Secondo questa logica, molte persone potrebbero dire che sarebbe stato meglio se le donne non avessero mai lavorato. Inoltre, non mi aspettavo che tali pregiudizi potessero essere così comuni in pagine femministe.

In quanto femminista, penso che il femminismo significhi parità di diritti, ma non solo per le donne. In quanto femminista del Sud, ho deciso di reagire a quanto detto dalla admin.

Il terzo tipo di discriminazione che ho vissuto è stato il sessismo. Come donna mi sono sentita sempre svantaggiata.  Mio fratello poteva fare cose che mi erano negate. I miei compagni di classe di sesso maschile avevano il diritto di parlare. Noi, le femmine, no. Dovevamo tacere. Quando un ragazzo ha provato a stuprarmi (fortunatamente, sono riuscita a fermarlo), la mia ex ragazza mi ha detto che era colpa mia, perché sono una puttana. Questi sono solo alcuni esempi. Ma non voglio parlare di questo ora. Vorrei solo dire che in questo blog parlerò di me come membro di tre minoranze discriminate. Alcuni post saranno seri, altri no. Spero solo che potrete avere quante più notizie possibili su di me. L’ultima cosa che volevo chiarire è la scelta del nome di questo blog.

Perché “puttana libera”?
Beh, molti misogini usano la parola “puttana” come un’offesa. Ma io non ho paura di essere chiamata così. Forse sono davvero una puttana, ma almeno sono libera. E se mi chiami troia solo perché voglio essere me stessa, allora sei solo un maschilista di merda.
Peace.

Libera.