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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Lettera alla donna che mi ha stuprata — febbraio 25, 2018

Lettera alla donna che mi ha stuprata

[EN Version below]

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“Cara R.,
sono certa che ti ricordi di me anche se è passato tanto tempo dal nostro ultimo incontro e dal periodo in cui abbiamo condiviso qualcosa assieme. Eravamo molto piccole. Tu eri giovane, io ero più piccola di te. Ricordo che giocavamo assieme, facevamo disegni, inventavamo storie, ci davamo abbracci e baci. Ho ancora foto mie con te, di quando ero piccola. Quando le riguardo mi ricordo di quei tempi, di quanto siano lontani, di quanto non ritornino più. Sono intrappolati in un tempo perso, in un’epoca che hai fatto a brandelli. Me lo sono chiesta molte volte, sai, perché hai fatto tutto a pezzi. Perché hai voluto sporcare il nostro rapporto con un gesto simile. Perché non mi hai voluta più bene. Perché mi hai costretta a fare cose che non volevo fare. Perché mi hai detto che non dovevo dirlo a nessuno. Ho immaginato per anni il nostro incontro, io che ti chiedevo perché e tu che mi chiedevi scusa. Sono andata avanti con quella consapevolezza. Ho dovuto affrontare per la prima volta il ricordo all’età di 14 anni. Per una volta, per la prima volta della mia vita ho scoperto di essere bisessuale. Il percorso di accettazione è stato particolarmente sofferto per me. La vedevo come una cosa lurida, come qualcosa che mi legasse a te. Avevo paura di essere diventata una lesbica anche io. Sì, perché per me eri una lesbica e nient’altro. Credevo che le lesbiche fossero delle persone sporche, schifose, cattive, che ti costringono a far cose che non vuoi fare contro la tua volontà. Ogni volta che vedevo immagini di due donne che si baciavano mi veniva da vomitare. A 14 anni ho dovuto capire che sono bisessuale perché lo sono, che tu non c’entri nulla, che io sono io e che non potevo andare avanti essendo infelice. Dovevo accettare che le donne mi danno qualcosa che gli uomini non mi danno e che questo qualcosa mi fa star bene. Nello stesso tempo, ho dovuto perdonarti. O, meglio, ho sognato di perdonarti. Ho sognato che ci abbracciavamo, io che ti chiedevo ancora una volta perché e tu mi dicevi che ti dispiaceva. E ti raccontavo, ti raccontavo per ore delle ragazze che interessavano a me, come se tu potessi essere l’interlocutrice migliore, come se tu potessi capirmi. Per me tu eri e in un certo senso in parte ancora sei “la lesbica”. Quella esperienza l’ho vista come un’esperienza omosessuale precoce, ma ho voluto chiuderla in un cassetto e non riprenderla più. Pensavo che accettando la mia bisessualità sarei riuscita a passarci sopra per sempre. Adesso che ho ventitré anni, capisco che una cosa del genere non potrò mai dimenticarla. Io ti ho perdonata, ti perdono ogni giorno, ma nello stesso tempo il filo che mi lega a te esiste ancora. Ѐ proprio questo filo che voglio tagliare e per questo ti scrivo.
Mi hai obbligato più volte a tacere, a mantenere il segreto. La tua è stata una violenza silenziosa, ma pur sempre una violenza. Io l’ho raccontato a poche persone. Di queste poche persone la maggioranza mi ha creduta, ma non sapeva esattamente cosa dirmi. C’è stata una minoranza che mi ha detto che me lo sono inventata, che era impossibile, non esistono donne che stuprano altre donne. È come dire che un cavallo stupra un essere umano. Non ho mai fatto nomi. Nessuno sa il tuo nome, il tuo volto, nessuno sa dove vivi, come ti chiami, chi è tuo padre, chi è tua madre. Nessuno sa nulla, per questo puoi fare sogni tranquilli. Non m’interessa denunciarti, non mi è mai interessato. Non sono tipa da mettere alla berlina le persone. Sono stata empatica abbastanza da chiedermi cosa sia saltato per la testa a te, pur non avendoti mai giustificata. Se adesso ti scrivo è proprio perché non ho nulla da nasconderti. Questo è solo un atto di coraggio, l’ennesimo che compio per arrivare finalmente alla conclusione che non ci lega niente. Ho pensato, all’inizio, che essere in parte lesbica fosse essere come te. Ho creduto erroneamente che tu amassi le donne. E invece no, cara R., tu non ami né potrai amare mai una donna, a differenza mia. Non puoi dire di amare le donne se in passato ne hai violentato una. Non puoi amare le donne se usi il loro corpo come se fosse un giocattolo, se lo schiacci con il tuo peso, se dici loro di toccarle quando sono incoscienti. Non puoi amare le donne e neanche i bambini. Non puoi amare i bambini se li privi della loro innocenza, se li costringi ad atti sessuali contro la loro volontà, se li zittisci imponendo loro la tua sessualità malata. Quando io spoglio dolcemente una donna e ascolto il suo corpo fino a portarla al piacere, lo faccio con rispetto, con amore, con dedizione. Ogni donna per me è un mondo da scoprire, è un essere così completo nella sua potenza e dolcezza che quasi mi stupisco che esista. Le carezze d’amore che condivido con le donne mi rendono quella che sono. Una donna che ama le donne. Qualcuno direbbe “una lesbica”. Non m’interessa del nome, dell’etichetta. M’interessa di amare e rispettare le donne giorno dopo giorno. Mi interessa di lottare per i loro diritti, che poi sono anche i miei diritti. Se immagino il mio futuro, immagino una moglie al mio fianco e magari una figlia. Vorrei essere una madre, vorrei avere una famiglia.
Per anni ho creduto che questo stupro fosse ciò che ci unisse, che fosse qualcosa di cui vergognarmi, un fardello di cui non mi potevo mai liberare. E, invece, è proprio questo stupro la mia forza, è il punto di partenza, ciò che mi ricorda ogni giorno quanto siamo diverse. Lo stupro conferma che simili non lo saremo mai, che io amo le donne e tu no. Questo filo è stato spezzato, come vedi io e te non potremmo essere più lontane l’una dall’altra. Sei una persona senza amore, io sono una persona che ama ogni giorno, che mostra affetto e dolcezza in ogni cosa che fa. Hai rubato la mia infanzia, questo credo che tu lo sappia, ma non mi toglierai mai la mia dolcezza e la mia emotività. Nonostante io ancora oggi abbia problemi a fidarmi delle persone, nonostante io abbia continuamente paure, talvolta immotivate, l’amore è la forza che mi fa continuare questo tortuoso viaggio che è la vita. Io ho una vita piena d’amore, anche se non è il classico amore romantico che tutti chiamano “relazione”. Un giorno forse avrò anche quello, ma per ora non m’interessa. Mi hai potuta zittire quando avevo sette anni, mi hai potuto rubare l’innocenza e far scomparire il sorriso sul mio volto, ma non potrai mai rubarmi la voglia d’amare. Cara R., io ti ho perdonata. Non sono più arrabbiata con te. Non ho problemi a parlare con te. Ti ho sempre guardata negli occhi, non ho mai avuto il timore d’incontrarti. Sei tu quella che abbassa la testa quando mi vede, sei tu quella che mi evita. Non ho bisogno di una risposta, di un perché. Non più, non m’interessa saperlo. Spero solo che tu ci abbia riflettuto, che tu abbia capito la gravità delle tue azioni, sempre se questo possa servire a qualcosa. Non devi scusarti con me. Non varrebbe a nulla. Quella piccola donna che tu hai violentato adesso è una guerriera ed è finalmente libera. Non ci lega più nulla, il filo è stato spezzato. Sei libera anche tu e sei perdonata. Adesso io e te siamo separate, abbiamo due vite opposte e ognuna può lavorare alla sua autonomamente. Non ti auguro la morte, cara R. Ti auguro tanta felicità ed il meglio che la vita ti possa offrire. Ti auguro di diventare una donna che rispetta le donne. Ti auguro di poter imparare un giorno cosa sia l’amore e d’essere forte quanto lo sono io. Io ti ho voluta davvero bene, non ho mai smesso di volertene nonostante la rabbia e l’indignazione. Ti auguro la libertà, quella che io ora sto abbracciando.
Non c’è più nessun segreto, è finito tutto.
Possiamo aprire gli occhi, tutte e due.”

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​”Dear R.,

I’m sure you still remember me, even if a lot of time passed since the last time we met and we shared something together. We were really young. You were young, I was even younger. I remember that we played together, we made drawings, we invented stories, we gave each other hugs and kisses. I still have pictures of us, of when I was a child. When I look at them again I remember those times, how far they are, they will not come back. They are trapped in a time we lost, in a time you shred. I asked myself multiple times, why you teared everything apart. Why you wanted to soil our relationship with something like that. Why didn’t you love me anymore. Why you forced me to do things I didn’t want to do. Why you told me I didn’t have to tell anyone. I imagined for years our meeting: in my fantasies I asked you why and you apologized. I went on in my life with that awareness. I had to face that memory for the first time when I was 14. For the first time in my life I understood I liked women. I had troubles accepting what I am. I thought it was something dirty that bounded me to you. I was afraid I became a lesbian like you. Yes, for me you were nothing but a lesbian. I thought lesbians were dirty, disgusting, evil people, that force people to do things against their will. Pictures of two women kissing disgusted me. When I was 14 I had to understand that I am what I am because I was always like that, that you have nothing to do with that, that I couldn’t go on being unhappy. I had to accept that women give me something men don’t and that this “something” makes me feel good. At the same time I had to forgive you. I dreamed about forgiving you. I dreamed about embracing you. I asked you once again “why?” and you told me you were sorry. I told you also about the girls I was interested in, as if you could be the best person I could speak to about this theme, as you could understand me. You were and you still are for me “the lesbian”. I thought that experience was a premature homosexual experience, I closed it in drawer to not see it anymore. I thought that accepting myself I would have forgot about what happened to me. Now at 23 I know that I could never forget something like this. I forgave you, I forgive you every day, but there is still a thread connecting us. I want to cut it, that’s why I’m writing this letter to you. You forced me to shut up, to keep this secret. Your violence was silent, but it was still violence. I told just a few people about it. The most of them believed me, but didn’t know what to tell me. A few people told me that I invented it, that it was impossible. Women raping women don’t exist. It’s like saying a horse can rape a human being. I told no one your name. Nobody knows your name, your face, nobody knows where you live, who’s your father, who’s your mother. They know nothing, you can sleep well. I don’t want to press charges against you, it never was my interest. I don’t want to ruin your reputation. I’ve been empathic enough to ask my self what came to your mind, even though I never justified your actions. If I’m writing to you right now it’s because I have nothing to hide. This is just an act of courage that I make to come to the conclusion that nothing bounds us.  At first I thought that being lesbian was like being in part like you. I thought that you loved women. But I was wrong. Dear R., you don’t love nor could you ever love a woman. You can’t say you love women if in the past you raped one of them. You can’t love women if you use their bodies like it’s just a toy,  if you squash them with your weight, if you tell them to touch you when they aren’t conscious about what they’re doing. You can’t love women nor kids. You can’t love children if you steal their innocence, if you force them to sexual acts against their will, if you silence them by imposing them your sick sexuality. When I undress sweetly a woman and I listen to her body bringing her to pleasure, I do this with respect, with love, dedication. Every woman is a world to discover for me, it’s such a complete human being in her strength and sweetness that I’m even surprised she exists. Love caresses that I share with women make me who I am. A woman who loves women. Somebody would say “a lesbian”. I don’t care about the name, the label. I care about loving and respecting women day by day. I’m interested in fighting for their rights, that are my rights too. When I think about my future I imagine myself with a wife by my side and maybe a daughter. I’d love to be a mother, I’d love to have a family. I thought this rape was the thing that unites us, that was something I had to be ashamed of, like a burden I could never free myself from. However, this rape is my strength, it’s a starting point, what reminds me everyday how different we are. That rape confirms that we will never be similar, that I love women and you don’t. Nothing unites us anymore, we could never be so far away from each other. You are a person without love, I’m a person that loves every day, that shows affection and sweetness in everything she does. You stole my childhood, I think you know that but you’ll never take my sweetness and my sensitivity away from me. Although even today I have problems to trust people,although I am sometimes afraid for no reason, love is the force that makes me keep going on this difficult journey called life. I have a life full of love, even though it isn’t the classical romantic love that everyone calls “relationship”. Maybe one day I’ll have that as well, but I’m not interested right now.
You could have silenced me when I was seven, you could have stolen my innocence and made my smile fade away, but you could never steal my desire to love. Dear R., I forgave you. I’m not angry with you anymore. I’ve no problems in talking to you. I always looked into your eyes, I’ve never been afraid to meet you. You’re the one bowing your head when you see me, you’re the one avoiding me. I don’t need an answer, I don’t need to know why. Not anymore, I don’t care. I only hope you thought about it, that you understood the gravity of our actions, if it means something. You don’t need to apologize. It doesn’t make any sense. That little woman you raped now is a warrior and she’s finally free. Nothing unites us anymore, the thread has been cut. You’re free as well and you have been forgiven. We are now separated, we have two opposite lives and both of us can live seperately her own life. I don’t want you to die, dear R. I wish you happiness and the best life could offer you. I hope you will be one day a woman that respects women. I hope that you will be able to learn one day what love is and that you will be as strong as I am. I really loved you, I never stopped from loving you despite the anger and the resentment. I hope you’ll free, like I am now.
There’s no more secret anymore, everything’s over.
We can finally open our eyes, both of us.”

December 17

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Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta” — dicembre 25, 2017

Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta”

[Italian version HERE]

This text is the result of the interview with “Il Maschio Beta”, whom I had the pleasure to meet some months ago. I really appreciate his engagement with feminist and LGBT+ issues and that’s why I want to share with you his points of view!

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How would you describe the word feminism? What makes you a feminist?

To me feminism is two things. First, an acknowledgment of the ultimate discrimination of human history, the sexism perpetrated by men against women: a mental structure that crosses all ages and all societies, and is so ingrained in our way of thinking that sometimes it is very difficult to acknowledge it.

The second part of my definition of feminism follows the acknowledgement and is the determination to address and fight this historical injustice; the goal would be to start conceiving every living person for what they are: people, and not something determined by their sex and/or gender. People often misunderstand “feminism” as limited to the fight for equal opportunities in the workplace, or little more than that; if we limit our definition to legal discriminations, it is easy to assume that once they have been corrected by the law, there will be no more need of feminism. However, the third wave of feminism has proven that there is still much more to be done, even in Western countries, because we have not addressed the core issues of the discrimination: we still blame women if they get raped, we still blame women not only when they leave their husbands but also when it is the husbands who leave them, we still consider women little more than what’s between their legs and judge them both if they do sex and if they don’t do sex (slut-shaming is alive and well everywhere), we dismiss women’s issues as trivial, we rarely acknowledge the low or bad presence of women in media… In other words, we are still far from considering women people in their own right.
I chose to become a feminist because I wanted to help other human beings achieve the status of person that I enjoy simply for being a man; and also, if I may be totally honest, because I know that equality and respect are the future and when my children are going to ask me what I did to rectify this situation, I do not want my answer to be “I did nothing”.

– When did you start to define yourself as a feminist? Why would you think men should use this term?
I actually have a very specific date for that! It was the 24th September 2014, after I heard Emma Watson’s speech at the UN where she launched her #HeForShe campaign: she was summoning men to support feminism and I got the call. I had always been convinced that women deserve equal opportunities and equal treatment but back then I saw no way I could possibly be of any help: the issues were so widespread and deep, I could not even begin thinking about it! Besides, I was very reluctant to identify as a feminist: first because I thought that it was women’s business and that as a man I could have no part in it; but secondly because I was still convinced that such a word implied “misandry”! Oh well, the things you later get to be ashamed of… Getting to know more and more feminists – online and live – I grew out of that dissatisfaction and today I find that for all intents and purposes identifying as feminist suits me quite fine. I am of course aware that some activists would rather prefer men to identify as “allies” or “pro-feminists”; I am fine with that, too, but I see that “feminism” still carries a stigma that as a man I would like to help dismantle: I am a cis straight white able-bodied man (a Default Man, to quote Grayson Perry) and if I find no fault in using this term, then maybe other men will follow and find it appealing in their turn. Let’s keep in mind that for the average Default Man feminism in itself is still a lot to process, so I think we should keep alternative labels like “pro-feminist” or “ally” on the side for a moment…

Why did you open the blog “Il Maschio Beta”?
I opened my blog and the related Facebook page almost two years after I officially became a feminist. During the previous few weeks I had been feeling slightly unwelcomed in the feminist groups I was attending (one live here in London and the other online); I sensed a bit of rejection on a personal level but the main issue had to do with my role as a male in a feminist group: how was I allowed to talk about women in groups where women wanted to talk about themselves? Or about men in groups where one of the biggest concerns is not making everything “about men”? (and reasonably so…) Or was I just expected to listen? And what then? How was I expected to actually start changing things? Back then I was helping a friend admin-ing a pace on Facebook and after I wrote a post asking men to stop being silent in front of femicides she suggested I could open a blog. Inspired by the suggestion, and by the example of other feminist blogs I admire, I created both the blog and the Facebook page related. Now I finally have my space where I can talk as a man to other men, thus – hopefully! – avoiding any charge of mansplaining… In time, I started using the blog not just for my own posts but also for translations of articles from other languages and as a tool for popularization; and I started using the Facebook page to bring to men not just the most obvious of women’s issues (gender pay gap, rape culture…) but also as a platform to raise awareness about a number of issues, from male and white privilege to LGBTQ+ rights, from racism to fatherhood and mental issues…

According to you, how feminism can be beneficial to men?
As I said in a previous answer, I became a feminist after listening to Emma Watson’s speech. One of her main arguments to invite men to join the cause was the damage made by patriarchy to men; I can safely say after spending some time thinking about men and masculinities (as well as after having my own experience of how damaging the preconceptions on masculinity can be) that it is all – unfortunately – very true: from the psychological pressure to “be a man” to the increased number of suicides, most of the perceived illnesses of menfolk that some would like to blame on feminism are actually the patriarchy’s fault; therefore, embracing a more tolerant and welcoming culture can only do good to men. And this does not only apply to Default Men such as myself: there are categories of men that we rarely acknowledge as men but who are men alright! Gay people, for a start: a few days ago, I was reading the results of a survey from where it emerges that what most gay men are scared of is being seen as feminine, as not manly enough. One of the core teachings of feminism, at least to me, is that being associated to females and/or femininity is not something to be ashamed or scared of (maybe only when it is a pinky and sugary tool of patriarchy aimed at perpetuating submission – but this is another matter). How much good would our gay brothers receive if we did not contribute to make them feel guilty for what they are and ashamed of themselves? And a similar reasoning can be applied to every man who does not belong to a respected group: poor men, black men, trans men…
(By the way, case in point: we are so used to thinking of “man” as equivalent to “Default Man” that we forget a man can perfectly not be a cis straight able-bodied white man…)

If you think about the Italian society, what do you think could be improved in terms of women’s rights?
If we stick to legal rights, the first two widespread (and, I find, very underrated) discriminations that come to mind concern housewives and prostitutes. Italian welfare state still depends on women’s availability to make house chores and attend to childcare; however, this all happens for free: housewives still do not get paid for what they do, a residue of an age when the acknowledged social contract was that the man went out to provide for the family and the woman stayed in the house to maintain the house, cook and clean. Of course, many more women now have a job of their own, and fathers apparently have started attending a bit more to their own children, but the weight of the house care still falls heavily on the woman (OCSE-Sole 24Ore) Either we start paying housewives (but I’m not sure this could be feasible financially for the State) or we seriously commit to changing something: allowing women more flexibility with their jobs, or granting extended paternity leaves to men and making sure that they take them, finding a balance between the two, or something else entirely… I am not an economist so I don’t know what would work better; the problem, however, is there nonetheless and we’d better find a solution soon.
The other problem I mentioned is prostitution: there is an unaccounted number of women enslaved by men and other women to provide sex for men, most of them trafficked thanks to ties with organized crime, and this is already an incredibly serious issue, no less serious than slavery in tomato fields in Southern Italy (caporalato), but considered almost tolerable because “it’s the oldest job in the world”. There is also the case of many women who start selling sex out of poverty: sometimes we read in the news that female students yield to economic pressures and start prostituting themselves and on occasion we also read of job ads for women (care of old people but also the usual office job…) where it is hinted (never explicitly stated, God forbid!) that an availability to perform sexual services is requested. No matter what we can think of prostitution as an issue: as long as women are brought up thinking that renting their bodies is a viable solution to escape poverty, there is something wrong with our society (if not else, because men are never asked to do the same).
This leads to a second part of my answer, which covers attitudes that cannot be mended with the law but which still need some thinking. As I mentioned in my first answer, we still live in a deeply misogynistic society, and Italy is even more so than our Western partners. It does not help to reply that until a few weeks ago women could not drive in Saudi Arabia: we should aim for the best, not compare ourselves to what lies behind us! We need to change the mentality of a country that still reeks of Latino chauvinism, Catholic moralism, and Fascist machismo: men must learn to take responsibility for sexism, racism and any discrimination they contribute to; women should stop fighting each other because of a misunderstood self-righteousness (the “I’m not like the other women” attitude); when it comes to sexual aggressions such as revenge porn, rape, femicide, we should stop blaming the women (who more often than not merely made choices we just may not like), and start blaming the men if there is malice on their side; overall, we all should start thinking that women can do just as much and as well as a man, in politics, economics, the industry, the military, education…

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — ottobre 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

 

Fonti
Sesso e genere (antifemminismo, femminismo e attivismo trans)

Femminismo su Wikipedia

Judith Butler

Posizioni femministe sulla sessualità

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

Sputiamo su Hegel

Prostituzione in Europa

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

Harriet Taylor e il femminismo liberale

Prostituzione in Svezia

Pornografia – etimologia

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.