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Il mansplaining: uomini e donne comunicano in modo diverso? — novembre 1, 2018

Il mansplaining: uomini e donne comunicano in modo diverso?

Il mansplaining e gli studi di genere

Cos‘è il mansplaining?

Mansplaining-sessimo
Copyright: Paul Ellis/Getty Images

Come già riportato nella nostra piccola enciclopedia femminista, si definisce mansplaining quella particolare condizione in cui un uomo dà spiegazioni non richieste e paternalistiche ad una donna. Le donne sanno bene che spesso durante le conversazioni sono interrotte, spesso non necessariamente, (in questo caso si parla di manterrupting), anche se in realtà ne sanno di più del proprio interlocutore.

Studi sul mansplaining

Diversi studi hanno testimoniato che mentre durante le conversazioni gli uomini interrompono più spesso il proprio interlocutore (Anderson & Leaper 1998), le donne vengono frequentemente interrotte, sia da uomini che da altre donne (Hancock & Rubin 2015). Ad esempio, nel corso di una conversazione di tre minuti, in media le donne interrompono gli uomini una sola volta ma altre donne 2,8 volte. Gli uomini interrompono altri uomini due volte e le donne 2,6 volte.  Inoltre, queste ultime utilizzano di piu il linguaggio non verbale, ad esempio cenni di assenso o dissenso e segnali che facilitano la comunicazione (Farley 2010). Se interrompono, lo fanno perlopiù per chiedere ulteriori informazioni e chiarimenti. Invece, gli uomini interrompono nella maggior parte dei casi in modo invadente, parlando sopra il proprio interlocutore e non permettendogli di continuare il suo discorso.

“Mi sono sentita invisibile…prima ho detto la stessa cosa che il ragazzo a fianco a me sta dicendo e tutti annuiscono come se fosse arrivato a chissa che brillante idea quando si è limitato a ripetere cosa ho appena detto”

“Non mi sono sentita rispettata. Ho più conoscenze, esperienza e ho invvestito molto tempo in questa professione e vengo comunque interrotta come se fossi una stagista che dice cose a caso. Mi fa arrabbiare che nessuno si accorga questa situazione.”

(Opinioni di due donne in merito a come si sono sentite quando interrotte) [Fonte]

Le interruzioni non sono però un fatto casuale: chi ha più potere a livello sociale interrompe più spesso (Kollock et al., 1985). Per questo non sorprende sapere che, in base ad una ricerca condotta nel 2012, nei meeting solo il 25% delle donne prende la parola contro il 75% degli uomini. Lo stesso fenomeno si riscontra nelle aule universitarie e scolastiche e nel settore medico, quando i pazienti comunicano con una dottoressa. Persino quando si vuole pubblicare un libro, si hanno fino a otto volte più possibilità di essere preso in considerazione dagli editori se si scrive con un nome maschile. In Italia la maggior parte degli scrittori, persino quelli emergenti, sono uomini mentre la maggior parte dei lettori sono donne. E persino nelle case editrici sorprendentemente lavorano più uomini che donne. Infine, gli uomini hanno più spazio nei media, sia quelli tradizionali come i giornali, sia nel giornalismo online ed in televisione.

Cosa possiamo cambiare?

Senza alcun dubbio sarebbe necessario sensibilizzare uomini e donne su questo tema per la costruzione di una società più paritaria. Il comportamento sociale di uomini e donne si forma quando sono ancora bambini, come ci dimostrano psicologia e sociologia, per questo occorre intervenire quanto prima possibile. In età adulta, invece, è importante che gli uomini comprendano le difficoltà vissute dalle donne, specialmente in ambito professionale, dove si tende a relegarle a funzioni segretariali piuttosto che a ruoli manageriali (anche se le cose naturalmente stanno cambiando).

Fonti

Anderson and Leaper. 1998. “Meta-Analysis of Gender Effects on Conversational Inturruption: Who, What, When, Where, and Why.” Sex roles 39(3-4):225-252.

Hancock and Rubin. 2015. “Influence of Communication Partner’s Gender on Language.” Journal of Language and Social Psychology 34(1):46-64.

Kollock, Blumstein, and Schwartz. 1985. “Sex and Power in Interaction: Conversational privileges and Duties. American Sociological Review 50(1):34-46.

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