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Feminism, minorities, LGBTQIA issues, Italian politics and problems

I’m a barbie girl? — January 18, 2018

I’m a barbie girl?

di Nancy Astley

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A perfetta dimostrazione che uccide più il consumismo del patriarcato, nonostante siano, purtroppo, correlati indissolubilmente, nel 1959 in America inizia la commercializzazione del giocattolo forse più venduto al mondo: la Barbie. Sfido chiunque a non sapere di che si tratti. Era una bambola rivoluzionaria per i tempi, date le sue fattezze di donna adulta. Rivoluzionaria perché fino ad allora venivano solo prodotte bambole raffiguranti neonati, a parte una bambola tedesca che si chiamava Bild Lilli, che non ebbe gran successo, anche perché inizialmente era stata creata come oggetto per adulti. Aveva un aspetto da pin up, era in pratica quelle che oggi definiremmo un’action figure, derivata da un fumetto dei tempi.

Da ormai dieci anni dall’instaurazione del capitalismo si è fatta strada a grossi passi una nuova tendenza, definita dallo stesso Marx come “feticismo della merce”, ovvero il consumismo. Gli economisti, come l’americano Lebow, la definiscono con queste parole:

“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo…”

e questo è più o meno l’inizio della fine. Incominciano in quegli anni i primi bombardamenti pubblicitari su larga scala e la nostra neo nata Barbie è la prima bambola, o addirittura il primo giocattolo, a venire pubblicizzata in maniera massiva anche in televisione. In quegli anni si sviluppa l’idea della donna oggetto, della casalinga felice e realizzata con il suo nuovissimo tostapane o ripresa felice e sognante davanti alla sua nuova lavatrice. Si fa strada l’idea di come la nostra donna si debba presentare, e cosa c’è di meglio che inculcarlo nelle giovani menti dei bambini degli anni ’60 se non attraverso un oggetto d’uso quotidiano? Le prime bambole commercializzate erano, in realtà, more e bionde, ma prestissimo le more sono sparite dagli scaffali lasciando spazio solo alle biondissime, giusto per indicarci qual era il modello di bellezza che si voleva portare avanti. Dicevo, queste bambole bionde, statuarie, perfette, dalle gambe lunghe e affusolate, seni alti e perfetti, di misure assolutamente proporzionate da modella (anoressica), con i lunghi capelli morbidi e setosi entrarono nelle case di tutte le bambine insegnando loro che cosa la società pretendeva dai loro corpi e dalle loro menti. Alla bellissima Barbie aggiunsero poi un corollario di personaggi come l’affascinate e super scolpito addominali-a-tartaruga-Ken, suo marito, e vari altri personaggi che affollavano la loro bellissima casa, in piena atmosfera consumistica, dove bisognava creare sempre nuovi prodotti da vendere. Abbiamo, quindi, questa donna bellissima, sempre perfettamente truccata che si occupa della casa e del marito.

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Le pubblicità di ogni genere di bene materiale tendono sempre di più a mostrarci un’immagine da Barbie, interpretata da attrici in carne ed ossa. Ritengo che ciò non faccia che creare disagio nelle menti delle bambine, che capiscono che devono ambire ad avere un corpo perfetto e statuario e a desiderare una vita con un marito, al quale presentarsi sempre perfettamente acconciate e truccate in ogni momento della giornata. Solo così poteva avvenire la realizzazione della donna, presentata come una figura stupida ad uso e consumo del marito. E chissà se la prima mente che ha immaginato la Barbie, Ruth Handler, ci abbia mai riflettuto. Negli anni questa piccola creatura ha portato alla Mattel, la fabbrica che la distribuiva, una quantità di denaro inimmaginabile. Ha conquistato il favore di tutto il mondo. I collezionisti impazzivano per lei, le bambine l’adoravano e facevano comprare ai genitori ogni tipo di gadget, un successo forse mai più eguagliato per un singolo giocattolo. Ma più si diffondeva e più nessuno pensava agli effetti devastanti sulla figura della donna stessa. Da qui nascono le varie definizioni di associazione di idee bionda-senza cervello, forse anche incentivate da nuovi modelli di Barbie che parlavano e dicevano chicche tipo: ”La matematica è difficile”. Ci sono stati, però, alcuni film che hanno cercato, sotto forma di commedia, di far capire quanto ci fosse di sbagliato ad ambire ad essere una Barbie. Uno di questi è “La donna perfetta” di Frank Oz del 2004, con una bravissima Nicole Kidman, ma non era che un remake di un film del 1975, tratto dal romanzo di Ira Levin “La fabbrica delle mogli”. In sintesi, si denunciava la visione distorta della donna perpetuata dagli uomini, che in questa storia arrivavano anche non preoccuparsi minimamente di snaturare la loro moglie (spesso molto più in carriera o potente socialmente del loro lui) attraverso un processo computerizzato che le rendeva a tutti gli effetti delle bellissime bambole (Barbie) piegate al loro totale volere. Da notare anche il fatto, che, almeno nel film di Oz, si conclude che chi crea e innesca questo diabolico progetto è una donna, che rimpiange i bei tempi andati degli anni ‘50, dove tutto era perfetto e quella doveva essere il modello di perbenismo e perfezione a cui si doveva ambire in quanto femmine. Un po’ quello che ancora oggi ci sia aspetta da una donna ai tempi nostri! Il secondo grande momento di “contestazione” alla Barbie viene poi da una canzone Barbie girl del gruppo danese degli Aqua. Questa canzone è stata anche denunciata dalla Mattel, che rifiutava un interpretazione così aperta e reale del loro prodotto. Trattandosi, però, solo di una parodia, persero la causa. In questa canzone ci sono frasi, che fanno capire chiaramente che il fenomeno della barbiezzazione della donna ha conquistato anche il favore del pubblico maschile incentivato proprio ad “usare” la donna. Ritroviamo frasi di grande impatto, come: “You can brush my hair, undress me everywhere”, “Kiss me here, touch me there, hanky panky “,”You can touch, you can play, if you say ‘I’m always yours’“, “Make me walk, make me talk, do whatever you please, I can act like a star, I can beg on my knees, Come jump in, bimbo friend, let us do it again”. Frasi che direi si commentano da sole. Ma per fortuna negli anni subito dopo l’affermazione della mitica bionda di plastica, si afferma una nuova ondata di femminismo, un femminismo un po’ più moderno e radicale volto a distruggere il pensiero consumista e patriarcale e liberare le donne anche da questo genere di subdola oppressione. E avvengono casi, anche se certamente non correlati all’avvento dell’ondata femminista, documentati anche da numerose ricerche, in cui le bambine passano fasi adolescenziali in cui rifiutano a tal punto il modello inculcato loro durante l’infanzia, da far diventare le loro bambole oggetto di ogni genere di punizione, dalla decapitazione, alla semplice totale rasatura dei capelli, arrivando infine persino a metterle in forno. Questo forse la dice lunga più di ogni altra cosa. Oggi lottiamo più apertamente contro questi fenomeni così chiaramente sessisti e patriarcali, e forse le nuove generazioni non ne saranno più influenzate come magari è avvenuto in passato, perché per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. Ma saremo pronte, se si ripresentasse il caso di un fenomeno di costume così forte, a riconoscerne e rifiutare immediatamente questi insegnamenti errati? Avremo la giusta memoria storica e la forza di non farci soggiogare le menti di nuovo? Mi auguro di sì, ma intanto mi godo la soddisfazione di vedere che le femministe non prendano sul serio la Mattel, anche se continua a cercare di entrare nelle loro grazie. Loro, però, non mollano! Vedi articolo su wired.it “La Barbie strizza l’occhio alle femministe (ma non convince) – La Mattel prova a cambiare faccia alla bambola simbolo dell’odierna discriminazione sessuale, ma non ne è capace.”

Go girls!

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Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta” — December 25, 2017

Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta”

[Italian version HERE]

This text is the result of the interview with “Il Maschio Beta”, whom I had the pleasure to meet some months ago. I really appreciate his engagement with feminist and LGBT+ issues and that’s why I want to share with you his points of view!

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How would you describe the word feminism? What makes you a feminist?

To me feminism is two things. First, an acknowledgment of the ultimate discrimination of human history, the sexism perpetrated by men against women: a mental structure that crosses all ages and all societies, and is so ingrained in our way of thinking that sometimes it is very difficult to acknowledge it.

The second part of my definition of feminism follows the acknowledgement and is the determination to address and fight this historical injustice; the goal would be to start conceiving every living person for what they are: people, and not something determined by their sex and/or gender. People often misunderstand “feminism” as limited to the fight for equal opportunities in the workplace, or little more than that; if we limit our definition to legal discriminations, it is easy to assume that once they have been corrected by the law, there will be no more need of feminism. However, the third wave of feminism has proven that there is still much more to be done, even in Western countries, because we have not addressed the core issues of the discrimination: we still blame women if they get raped, we still blame women not only when they leave their husbands but also when it is the husbands who leave them, we still consider women little more than what’s between their legs and judge them both if they do sex and if they don’t do sex (slut-shaming is alive and well everywhere), we dismiss women’s issues as trivial, we rarely acknowledge the low or bad presence of women in media… In other words, we are still far from considering women people in their own right.
I chose to become a feminist because I wanted to help other human beings achieve the status of person that I enjoy simply for being a man; and also, if I may be totally honest, because I know that equality and respect are the future and when my children are going to ask me what I did to rectify this situation, I do not want my answer to be “I did nothing”.

– When did you start to define yourself as a feminist? Why would you think men should use this term?
I actually have a very specific date for that! It was the 24th September 2014, after I heard Emma Watson’s speech at the UN where she launched her #HeForShe campaign: she was summoning men to support feminism and I got the call. I had always been convinced that women deserve equal opportunities and equal treatment but back then I saw no way I could possibly be of any help: the issues were so widespread and deep, I could not even begin thinking about it! Besides, I was very reluctant to identify as a feminist: first because I thought that it was women’s business and that as a man I could have no part in it; but secondly because I was still convinced that such a word implied “misandry”! Oh well, the things you later get to be ashamed of… Getting to know more and more feminists – online and live – I grew out of that dissatisfaction and today I find that for all intents and purposes identifying as feminist suits me quite fine. I am of course aware that some activists would rather prefer men to identify as “allies” or “pro-feminists”; I am fine with that, too, but I see that “feminism” still carries a stigma that as a man I would like to help dismantle: I am a cis straight white able-bodied man (a Default Man, to quote Grayson Perry) and if I find no fault in using this term, then maybe other men will follow and find it appealing in their turn. Let’s keep in mind that for the average Default Man feminism in itself is still a lot to process, so I think we should keep alternative labels like “pro-feminist” or “ally” on the side for a moment…

Why did you open the blog “Il Maschio Beta”?
I opened my blog and the related Facebook page almost two years after I officially became a feminist. During the previous few weeks I had been feeling slightly unwelcomed in the feminist groups I was attending (one live here in London and the other online); I sensed a bit of rejection on a personal level but the main issue had to do with my role as a male in a feminist group: how was I allowed to talk about women in groups where women wanted to talk about themselves? Or about men in groups where one of the biggest concerns is not making everything “about men”? (and reasonably so…) Or was I just expected to listen? And what then? How was I expected to actually start changing things? Back then I was helping a friend admin-ing a pace on Facebook and after I wrote a post asking men to stop being silent in front of femicides she suggested I could open a blog. Inspired by the suggestion, and by the example of other feminist blogs I admire, I created both the blog and the Facebook page related. Now I finally have my space where I can talk as a man to other men, thus – hopefully! – avoiding any charge of mansplaining… In time, I started using the blog not just for my own posts but also for translations of articles from other languages and as a tool for popularization; and I started using the Facebook page to bring to men not just the most obvious of women’s issues (gender pay gap, rape culture…) but also as a platform to raise awareness about a number of issues, from male and white privilege to LGBTQ+ rights, from racism to fatherhood and mental issues…

According to you, how feminism can be beneficial to men?
As I said in a previous answer, I became a feminist after listening to Emma Watson’s speech. One of her main arguments to invite men to join the cause was the damage made by patriarchy to men; I can safely say after spending some time thinking about men and masculinities (as well as after having my own experience of how damaging the preconceptions on masculinity can be) that it is all – unfortunately – very true: from the psychological pressure to “be a man” to the increased number of suicides, most of the perceived illnesses of menfolk that some would like to blame on feminism are actually the patriarchy’s fault; therefore, embracing a more tolerant and welcoming culture can only do good to men. And this does not only apply to Default Men such as myself: there are categories of men that we rarely acknowledge as men but who are men alright! Gay people, for a start: a few days ago, I was reading the results of a survey from where it emerges that what most gay men are scared of is being seen as feminine, as not manly enough. One of the core teachings of feminism, at least to me, is that being associated to females and/or femininity is not something to be ashamed or scared of (maybe only when it is a pinky and sugary tool of patriarchy aimed at perpetuating submission – but this is another matter). How much good would our gay brothers receive if we did not contribute to make them feel guilty for what they are and ashamed of themselves? And a similar reasoning can be applied to every man who does not belong to a respected group: poor men, black men, trans men…
(By the way, case in point: we are so used to thinking of “man” as equivalent to “Default Man” that we forget a man can perfectly not be a cis straight able-bodied white man…)

If you think about the Italian society, what do you think could be improved in terms of women’s rights?
If we stick to legal rights, the first two widespread (and, I find, very underrated) discriminations that come to mind concern housewives and prostitutes. Italian welfare state still depends on women’s availability to make house chores and attend to childcare; however, this all happens for free: housewives still do not get paid for what they do, a residue of an age when the acknowledged social contract was that the man went out to provide for the family and the woman stayed in the house to maintain the house, cook and clean. Of course, many more women now have a job of their own, and fathers apparently have started attending a bit more to their own children, but the weight of the house care still falls heavily on the woman (OCSE-Sole 24Ore) Either we start paying housewives (but I’m not sure this could be feasible financially for the State) or we seriously commit to changing something: allowing women more flexibility with their jobs, or granting extended paternity leaves to men and making sure that they take them, finding a balance between the two, or something else entirely… I am not an economist so I don’t know what would work better; the problem, however, is there nonetheless and we’d better find a solution soon.
The other problem I mentioned is prostitution: there is an unaccounted number of women enslaved by men and other women to provide sex for men, most of them trafficked thanks to ties with organized crime, and this is already an incredibly serious issue, no less serious than slavery in tomato fields in Southern Italy (caporalato), but considered almost tolerable because “it’s the oldest job in the world”. There is also the case of many women who start selling sex out of poverty: sometimes we read in the news that female students yield to economic pressures and start prostituting themselves and on occasion we also read of job ads for women (care of old people but also the usual office job…) where it is hinted (never explicitly stated, God forbid!) that an availability to perform sexual services is requested. No matter what we can think of prostitution as an issue: as long as women are brought up thinking that renting their bodies is a viable solution to escape poverty, there is something wrong with our society (if not else, because men are never asked to do the same).
This leads to a second part of my answer, which covers attitudes that cannot be mended with the law but which still need some thinking. As I mentioned in my first answer, we still live in a deeply misogynistic society, and Italy is even more so than our Western partners. It does not help to reply that until a few weeks ago women could not drive in Saudi Arabia: we should aim for the best, not compare ourselves to what lies behind us! We need to change the mentality of a country that still reeks of Latino chauvinism, Catholic moralism, and Fascist machismo: men must learn to take responsibility for sexism, racism and any discrimination they contribute to; women should stop fighting each other because of a misunderstood self-righteousness (the “I’m not like the other women” attitude); when it comes to sexual aggressions such as revenge porn, rape, femicide, we should stop blaming the women (who more often than not merely made choices we just may not like), and start blaming the men if there is malice on their side; overall, we all should start thinking that women can do just as much and as well as a man, in politics, economics, the industry, the military, education…

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — October 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

Fonti:

http://www.obiettivo-chaire.it/contenuti-visualizza.asp?ID=19&Pag=0

https://it.wikipedia.org/wiki/Femminismo

https://en.wikipedia.org/wiki/Judith_Butler#Gender_Trouble:_Feminism_and_the_Subversion_of_Identity_.281990.29

https://it.wikipedia.org/wiki/Posizioni_femministe_nei_riguardi_della_sessualit%C3%A0#Femminismo_e_pornografia

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sputiamo_su_Hegel

https://it.wikipedia.org/wiki/Prostituzione_in_Europa#Svezia

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/?p=4489

https://unitalianoinsvezia.com/category/sesso/prostituzione/

http://www.etimoitaliano.it/2014/12/pornografia.html

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

http://www.obiettivo-chaire.it/contenuti-visualizza.asp?ID=19&Pag=0

 

 

I had never had an orgasm, but then…  — September 20, 2017

I had never had an orgasm, but then… 

At first I didn’t want to write this article. I thought “it’s too personal”, just like maybe it was too personal to talk about me and my rapist. But here I am, so… I guess I changed my mind!

[EN – PER LA VERSIONE IN ITALIANO VEDI SOTTO!]

I’ve always been interested in sex. It’s something that has always fascinated me. I started to masturbate when I was 10 and I had sex for the first time at 14 with my ex girlfriend. Some months ago I found some erotic stories that I wrote at that age, when I first discovered I was attracted to both men and women. Guys saw me as some kind of “Goddess of sex”, maybe just because of my bisexuality or because I talked about sex and sexuality without any problems.

I wasn’t the Goddess of Sex, though. I arrived at my 20s and again sex was still my obsession and my torment. My obsession because I obviously liked the idea of it. I liked to make the other person feel good, so to say.  “What about you?” asked my best friend. “Do you feel any good?”  “Yeah, but…” “But what? Have you ever had an orgasm?” “Well…no, I haven’t. I mean…” I don’t know when or why but after some sexual intercourses I arrived at the conclusion that orgasm was something that I could never reach. I thought I had some kind of problem, and this frustrated me. I could reach an orgasm indeed, but only through masturbation. Once, something changed: it happened. I was surprised and I felt like a different person. I don’t know what changed. Probably I trusted someone for the first time. I let myself go. I experienced some sexual desires I was afraid before to experiment. And I felt much much better. I understood that sex was not only about giving, but also about receiving. Which seems obvious to most of you, but it wasn’t to me.

In February this year I had for the first time the idea to write a story about what happened to me. I started Orgazm in April. It’s essentially a homoerotic love story between Kay and Sara, two expats living in Germany. Sara is a bisexual woman whose dream is being a singer. After an abusive ex relationship, she starts to explore her sexuality. When Kay gets to know her, Sara goes to parties, she gets drunk and has sex many times. Kay is fascinated by her lifestyle, but at the same time she shows some kind of criticism.

Kay’s story is not my story, but surely my experience inspired me to write this novel. My aim is depicting women having sex (mostly with other women), talking about sex, thinking about sex and exploring their sexuality. I’m sure many women out there don’t feel listened by their partners when it comes to sex. Other times they don’t even know their desires, essentially because patriarchy puts pressures on women not to talk about their sexual desires and kinks.

So, if you are having trouble reaching an orgasm, I just wanna tell you: relax, it’ll happen. Just take your time and don’t put too much pressure on yourself. It’s not your fault, it’s never your fault,  I believe in you! 

[P.S. In this article I’m referring to clitoral orgasm reached through external or internal stimulation of the clitoris, as Masters & Johnson’s research shows. It’s my experience and I’m not saying it will be everyone’s. But in a world where women’s sexuality isn’t taken seriously it’s my job as a feminist to talk openly about my relationship with sex and sexuality]
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[IT]

Onestamente all’inizio non volevo neanche scriverlo, quest’articolo. Ho pensato fosse troppo personale, ma direi che ho cambiato idea…
Sono sempre stata interessata al sesso, mi ha sempre affascinata. Ho iniziato a masturbarmi all’età di 10 anni e ho fatto sesso per la prima volta a 14 con la mia ex ragazza. Qualche mese fa ho trovato delle storie erotiche scritte da me a quell’età, quando ho capito per la prima volta di essere attratta sia dagli uomini che dalle donne. I ragazzi mi vedeva come una sorta di “dea del sesso” solo perché sono bisessuale e ho sempre parlato apertamente di me e dei miei desideri sessuali.

Non ero la dea del sesso, però. Ho superato i vent’anni e il sesso si è mostrato ancora una volta come la mia ossessione e il mio tormento. La mia ossessione perché ne amavo l’idea. Amavo il momento di condivisione con l’altra persona e che l’altra persona si sentisse bene.
“Ma tu?” mi ha chiesto poi la mia migliore amica. “Ti piace?” “Sì, ma…” “Ma cosa? Non hai mai avuto un orgasmo?” “In realtà no…”

Non so quando o perché, ma dopo una serie di rapporti sessuali ero arrivata alla conclusione che per me fosse impossibile raggiungere un orgasmo. Pensavo di avere qualche problema e ciò mi portava frustrazione. In realtà un orgasmo potevo raggiungerlo tramite la masturbazione.
Un giorno, però, qualcosa è cambiato: non so come ma è successo. Ne sono rimasta sorpresa e da quel momento in poi mi sono sentita come una persona differente. Non so cosa sia cambiato. Probabilmente mi sono fidata di qualcuno per la prima volta, mi sono lasciata andare, ho deciso di vivermi fino in fondo ed esplorare desideri sessuali che prima avevo paura a sperimentare. E mi sono sentita molto molto meglio. Ho capito che il sesso non è solo dare, ma anche ricevere. Che sembra ovvio per la maggior parte di voi, ma non per me.
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Nel febbraio del 2017 mi sono detta di voler scrivere una storia riguardo ciò che mi è accaduto. L’ho iniziata ad aprile. Si tratta essenzialmente di una storia d’amore e nello stesso tempo omoerotica fra due donne, Kay e Sara, due expat che vivono in Germania. Sara è una ragazza bisessuale il cui gran sogno è diventare una cantante. Dopo una relazione abusiva con il suo ex ragazzo inizia ad esplorare in vari modi la sua sessualità. Quando Kay la conosce, Sara va nei locali, partecipa a feste, si ubriaca e fa sesso ripetutamente. Kay è affascinata dal suo stile di vita, ma nello stesso tempo ne è critica.

La storia di Kay non è la mia storia, ma sicuramente la mia esperienza mi ha ispirata a scrivere questo romanzo. Il mio scopo è mostrare donne che fanno sesso (in genere con altre donne), che parlano di sesso, che pensano al sesso ed esplorano la propria sessualità. Sono sicura che ci sono molte donne che non si sentono capite dai propri partner in ambito sessuale. Altre volte loro stesse non conoscono i loro desideri, essenzialmente perché il patriarcato spinge le donne a non parlare dei propri desideri sessuali e kink.

Quindi, se hai difficoltà a raggiungere un orgasmo, voglio solo dirti: rilassati, accadrà. Prenditi il tuo tempo e non porti pressioni inutilmente. Non è mica colpa tua, non è mai colpa tua. Io credo in te!

Am I homoromantic? — August 17, 2017

Am I homoromantic?

[VIDEO IN ITALIAN] – Non sono io nel video ma mi rivedo in quello che dice! // It’s not me in the video but I agree with her!

Sexual orientation is an internal mechanism that directs a person’s sexual and romantic disposition towards one or more persons, to varying degrees (LeVay & Baldwin, 2012). However, defining sexual orientation is challenging in a world that is rapidly changing. Sexual orientation has been perceived either in terms of discrete categories (homosexual, bisexual, heterosexual) (LeVay & Baldwin, 2014) or as a spectrum. Even if the debate regarding its nature still remains one of the major unsolved questions in sex science (Gangestad, Bailey, & Martin, 2000; Haslam, 1997), in this post I will talk about my personal attitude towards my sexuality, which I believe to be fluid.

As you probably remember I defined myself in some posts as a bisexual woman, while in others as a lesbian. This may be confusing for some of you and that’s one of the reasons why I would like to be clearer about it. Until I was 14 I thought to be heterosexual, because I experienced romantic and sexual interests towards people of my opposite sex. However, if I look back at, for example, the 10-years-old “me” I already had some kind of fantasies or desires towards women, which emerged predominantly in the form of dreams or weird thoughts like ‘Is she looking at me? Does she like me? Is she gay?’ At 14 years old I had my first real crush for a girl at my school. After that a really long period of self-analysis began. I started to question my heterosexuality and I looked back at my past to find traces of things that could make me understand who I really was. And I remembered about how many times I asked myself if my English teacher liked me. I remembered a girl at middle school who was defined as a ‘lesbian’ just because she kissed a girl. I remembered thinking that she was gorgeous and looking at her while she smiled at me. Then I remembered my weird relationship with what I believed to be an online friend, how I tried to flirt with her and how I was sexually attracted to her. I remembered that when I was 10 I had a dream where I kissed a girl twice. After a year of deep analysis I came to the conclusion that I’m bisexual. However, my attitude and my attraction towards both sexes is different. I only had relationships with women. I define myself as a homoromantic bisexual because I only experienced romantic attraction towards women (even if I don’t exclude a remote possibility of falling in love with a man). I also believe that my degree of sexual attraction is different depending on the sex of the person involved. The majority of my sexual desires are heterosexual (85-90%), even though I’m also sexually attracted to woman and I had more sex with women than with men. However, my romantic interest in people of the opposite gender is really low. Some people have troubles understanding my sexuality and they don’t like the term homoromantic. They perceive the expression of my preferences as a threat or as a way to label what I am. But why would it be a label? Why is the term bisexual a more acceptable term than bisexual homoromantic? Bisexuality is not 50% attraction towards women and 50% attraction towards men. It’s much more complex than this, just as sexuality itself.
Even though further studies might have to clarify what sexuality is and what its relation to romantic attraction is, in this post I wanted to show you how I define myself and how proud I am to tell you: I am a bisexual. I am a homoromantic!

P. S. I’m not offended if someone uses the term lesbian to define what I am. However, I believe it’s not accurate. I prefer using the term bisexual because I don’t want to erase any part of myself. If I sleep with a man, I’m not straight. If I sleep with a woman, I’m not a lesbian. I’m still bi, I’m still me. 
Thank you. 

❤ 

[References] 

Gangestad, S. W., Bailey, J. M., & Martin, N. G. (2000). Taxometric analyses of sexual orientation and gender identity. Journal of Personality and Social Psychology, 78, 1109–1121.
LeVay, S., & Baldwin, J. (2012). Human sexuality (4th ed.). Sunderland, MA: Sinauer
Savin-Williams, Ritch C. “An exploratory study of the categorical versus spectrum nature of sexual orientation.” The Journal of Sex Research 51.4 (2014): 446-453.

 

 

 

I was raped by a woman (and I’m a woman, too!)  — August 4, 2017

I was raped by a woman (and I’m a woman, too!) 

Once I googled “woman raped by a woman”, hoping to find stories similar to mine. However, I found just a pair of articles, nothing more. That’s also the reason why I decided to share my experience with you. When I was 14 I had troubles accepting my bisexuality because I didn’t want to be a lesbian. The term “lesbian” was unacceptable for me. I associated it to pain and fear.

But… Why? Well, when I was 7 something really bad happened to me. The daughter of one of my father’s friends was always really sweet to me. I think she was 15 or 16. I remember we played video games together, we made drawings. She hugged me most of the times. I was happy. I believed I had a friend, I trusted her. But one day…something changed. The first thing I remember is that she kissed me. I didn’t know what sex was. I didn’t know what love was. But I remember that I told myself: “If you don’t like someone and this person kisses you, you gotta push them away. That’s what they do in movies.” And I did it. Once, twice, three times, but she didn’t stop. At the end I just decided to do what she asked me to do. I touched her where she told me to touch. I closed my eyes as she told me to do. “Don’t tell mum and dad. This is our secret.” I knew it was wrong what we were doing. I remember that I found it disgusting. I stopped many times to cough or because I felt like I was going to throw up. But nothing changed, it just went worse. What happened to me shocked me. This rape is part of me now. I’m the result of everything that happens to me and this rape is part of it, whether I want it or not. For many years I believed that she did what she did because she was lesbian. That was all. I believed all lesbians were evil. When I discovered to be bisexual I told myself that I didn’t want to be like her, that I couldn’t like women, that it was wrong. Then I understood. I will never be her, because I do like women, that’s true, but I’m not a pedophile.

What shocked me the most about this whole story were people’s reactions. Some of them told me I invented it, that it can’t be true. Others made fun of me. They told me “yeah, you wanna play the victim now”. But I’m not a victim, I never felt I was. I’m a warrior, I’m a surviver and I’m proud of myself! The most disappointing reaction came from my parents. I remember that I was in the bathroom, crying a lot. When they asked me what was wrong I replied: “She kissed me.” What could I say? I was scared to tell the whole truth. And how could I tell them if I didn’t even know it was sex? They just laughed. My dad said something like: “Oh, doesn’t she have a boyfriend?” and my mum’s words were even worse: “You know, we can’t tell anything. She’s the daughter of your father’s friend…”

I don’t care now. I don’t care if people tell me that I invented it. I don’t care if you believe it’s a lie just because it’s not what it’s normally associated to the word “rape”. I just want to share my story because I know that there are somewhere people who experienced something similar. You’re NOT alone. You’re strong and I believe in you. Don’t be scared to tell the truth. I’m sure your voices will be heard.

[ITALIAN – La testimonianza di ciò che è accaduto]

Non mi ricordo molto, avevo sette anni e mezzo. La storia breve è che lei era la figlia di un amico di mio padre e, quello che credevo io, ovviamente, era che mi volesse solo molto bene. Insomma, penso che qualunque bambina che vede una persona che la tratta con dolcezza, ci gioca insieme e cavoli vari allora è ovvio che ci si affeziona. E niente. Premetto che io ho un fratello più grande e comunque quando andavamo da lei, in realtà i miei genitori andavano ovviamente a trovare i loro amici e lasciavano me e mio fratello con lei. Noi giocavamo sempre alla PlayStation, finché un bel giorno questa stramaledetta PlayStation si rompe ed inizia l’incubo…mio fratello era interessato unicamente alla Play quindi eravamo sempre io e lei sole mentre lui stava con i miei, di sotto. E nulla, ho ovviamente i ricordi molto vaghi. Mi ricordo la prima volta che lei si è avvicinata e mi ha baciata. Io sono rimasta interdetta, l’ho solo spinta..non sapevo un cavolo di niente, per me era semplicemente un “faccio quello che ho visto nelle serie tv”, ovvero che quando qualcuno non ti interessa lo respingi. Ma comunque lei ha continuato e mano mano le cose sono sempre più peggiorate. La maggior parte delle volte voleva stare lei sopra di me, altre volte mi costringeva a toccarla e io non capivo bene ovviamente che stavo facendo. E niente, le cose più brutte di questa storia sono state le reazioni della gente. Ai miei genitori, quell’estate ho raccontato semplicemente una volta in lacrime che lei mi avesse baciata. La loro reazione? “E non ce l’ha un ragazzo?” e poi una solita solfa sul “non dover dire nulla, perché è la figlia di un caro amico di tuo padre”. Nessuna domanda su che fosse successo di preciso, nulla. La cosa è stata liquidata in pochi secondi. Mi ha fatto malissimo ed ancora oggi mi sento malissimo se ci penso. In futuro ho provato a raccontare questa cosa. C’è chi si è dispiaciuto per me, c’è chi invece mi ha detto di essermi inventata tutto per attirare attenzioni, perché giustamente secondo loro dovevo avere una storia dolorosa alle spalle per risultare “interessante”. Ancora oggi ho paura ad aprirmi con le persone e questa cosa non l’ho più raccontata a nessuno (a parte la mia ex) da quando mi è stato accusato di inventarmi tutto. Sono stanca di passare per la vittima. Io non sono una vittima! Sono stata forte e ho superato tutto da sola. Nessuno mi ha difesa, nessuno ha cercato di aiutarmi. Quando ho scoperto di essere bisessuale, ho avuto tante difficoltà ad accettarmi soprattutto per questa cosa che mi è successa da piccola. Perché fino a quel momento pensavo che le lesbiche fossero persone cattive e che facessero cose sbagliate. Ho dovuto scindere omosessualità/bisessualità da pedofilia, ho dovuto capire che sono così perché sono così e non per quello che ho subito. Insomma, tante cose. E io ci tengo comunque a raccontare quello che mi è successo, perché non me ne vergogno. Avrei voluto solo sapere perché, perché fare un gesto simile a una bambina di 7 anni. Io l’ho rivista, la rivedo ogni volta che vado a votare. Inutile dire che non mi guarda neanche in faccia. E’ lei quella che si vergogna, non io. Io cammino a testa alta. Altre volte l’ho sognata. Una volta in particolare ho sognato chiaramente che la abbracciavo e che le dicevo di averla perdonata. Perché sì, io l’ho perdonata comunque e soprattutto, ho perdonato me stessa, per essere bisessuale ed essere quella che sono.

Morire per un pompino — September 15, 2016

Morire per un pompino

(This article is in ITALIAN)

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Recentemente sono stata profondamente colpita da una notizia, il suicidio di Tiziana Cantone, una ragazza di soli trentun anni, i cui video hard hanno avuto una diffusione capillare sul web fino a poco tempo fa. Molti hanno sostenuto e sostengono che non sia una santa, che la sua morte non cambi nulla, perché lei ha accettato di farsi filmare e di diffondere materiale pornografico in cui era protagonista, assieme al fidanzato Sergio di Palo, e altri uomini, probabilmente per vendicarsi del suo ex ragazzo. Colpisce come la colpa sia stata attribuita unicamente a lei, come se fosse l’unica protagonista del video, e non chi ha mandato quei video a chi non doveva e a chi ne ha permesso la diffusione su WhatsApp e su siti pornografici, senza l’autorizzazione di Tiziana. “Stai facendo il video? BRAVOH!” Chi non ha letto questa frase e spinto da curiosità, si è informato sulla vicenda? Sono nati meme, parodie. La frase è rimbalzata sui principali social network. Nel frattempo Tiziana riceve minacce, insulti, è costretta a lasciare il lavoro, a cambiare cognome e casa. Prova a rifarsi una nuova vita, si rivolge alla giustizia ma la giustizia italiana procede a rilento.

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Questa vicenda testimonia il fallimento del sistema giudiziario italiano, ma allo stesso tempo deve far riflettere sul nostro presente e su quello che sarà il nostro futuro. Tiziana è solo un’altra delle numerose vittime del cyberbullismo e del cosiddetto revenge porn. L’anarchia del web, l’incapacità di controllare i materiali postati e rimuoverli nei tempi opportuni mettono in luce la doppia natura di Internet: da un lato un luogo di informazione, di condivisione di idee e un possibile strumento per relazionarsi con gli altri; dall’altro lato, c’è il mondo sommerso di Internet, l’Internet della pornografia, del bullismo, della mancanza di privacy.

Sotto un altro punto di vista, la morte di Tiziana deve essere uno spunto di riflessione sulla società moderna e sul ruolo che il femminismo deve ricoprire per la difesa dei diritti delle donne. Emerge ancora una volta il doppio standard vittoriano, quello che divideva (e divide) le donne tra “sante” e “troie”. La morte di Tiziana non ha indignato più di tanto, perché era vista come appartenente alla seconda categoria. Parliamo di progresso, di un modo che sta migliorando, ma in realtà siamo intrappolati negli stessi stereotipi di un tempo. Il patriarcato si è riorganizzato ed è ancora più forte. Una donna che fa sesso liberamente e si diverte facendolo non è vista come una “brava ragazza”. Si ha una concezione del sesso come il compiacere il maschio di turno e, anche se i pompini li fanno tutti, viene vista come una cosa da tenere nascosta. Ciò che è incredibile è che le stesse persone che danno della “troia” a Tiziana passino ore e ore sui siti pornografici.

Il “nuovo” femminismo ha una parte della colpa, perché è un femminismo che si è piegato al capitalismo ed al patriarcato. Finché non ci sarà un’educazione sessuale per i ragazzi e le ragazze italiane, finché i giovani entreranno a contatto con il sesso tramite immagini e video pornografici, sarà difficile fargli comprendere cosa significano erotismo e piacere. Il nuovo femminismo, che si batte unicamente per alcune cause, tralasciandone altre, è il migliore amico del patriarcato. Finché parole come “mestruazioni”, “vagina” e “masturbazione femminile” resteranno un tabù, trovo difficile che ci sia, di fatto, una parità.

Inoltre, è divenuta una moda, da parte di un certo numero di “nuove femministe” tacciare di moralismo chiunque non sia come loro e non si pieghi ai voleri della società patriarcale, asservita alla pornografia e al doppio standard. Io, in quanto femminista, faccio tesoro degli insegnamenti delle femministe e dei femministi italiane degli anni ’70. Quel femminismo che mi ha convinta e che per me è diventato la base per la creazione di una società più equa e più giusta. Un femminismo che doveva necessariamente essere rivoluzionario ed impopolare. Oggi come allora, è necessario un femminismo che abbracci tutte le donne e gli uomini che credono nell’uguaglianza, che pensino che sia assurdo uccidersi per aver fatto un pompino e che una donna che faccia sesso non sia una troia, ma un semplice essere umano che sceglie di provare piacere tramite l’atto sessuale.

P.S. In questo articolo per “pornografia” si intende una certa rappresentazione della donna, specialmente nei video e nelle foto pornografici, come asservita e impotente. Un tipo di pornografia che insegna ai giovani che la donna sia necessariamente passiva in un rapporto sessuale, vista come “buco” o “recipiente. “Erotismo” è, invece, da intendere in senso positivo come rappresentazione della sessualità e dei piaceri umani, mostrando la sessualità in modo attivo e senza alcun tabù.

Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna — June 21, 2016

Sessismo ed omofobia – cosa li accomuna

Combattere l’omofobia ricalcando gli stessi stereotipi di genere dalla quale il fenomeno nasce è inopportuno e contrario alla causa stessa. Vi siete mai chiesti perché esiste l’omofobia e perché essa abbia forme variegate? Mi spiego meglio. Forse l’omofobia non è solo ignoranza, ma è sintomo di un qualcosa di più grande e complesso, di un problema ancor più arduo da risolvere: il sessismo.
Mi direte che probabilmente non c’è alcun nesso tra i due concetti, ma io un nesso l’ho trovato. Da sempre, trovandosi alle prese con una coppia omosessuale, l’ignorantone di turno chiede chi “faccia l’uomo” e chi “faccia la donna”.
Per un omosessuale sentirsi domandare questo è assurdo. Ma, in realtà, per me la domanda, apparentemente innocua, tradisce un maschilismo di fondo e un attaccamento ad una concezione tradizionale di famiglia (uomo, donna e figli). La famiglia, proposta come rigido ordine gerarchico, è il primo lavaggio del cervello che subiamo quando siamo bambini. L’idea che in una coppia ci debbano essere necessariamente un uomo e una donna è erroneo, dato che l’amore non è qualcosa che abbia a che vedere con la tradizione.
C’è una canzone che amo canticchiare, che afferma: “L’amore è Natura, ma tu ti stai facendo frenare dalla tradizione.”
Quando dicono che l’omosessualità va contro le leggi naturali, adesso so qual è la risposta da dare. Tutto ciò che è tradizione non è Natura; al contrario, non c’è nulla di più culturale e di umano della tradizione. L’omosessualità è naturale quanto qualsiasi altro orientamento sessuale. Ma come viene visto oggi un uomo che non rispetta determinati standard e che ha gusti diversi dalla norma socialmente imposta? L’idea che un omosessuale sia discriminato per la sua presunta o reale assenza di virilità è indice di una società maschilista e retrograda. Il maschio dipinge sé stesso in un’ottica virilistica di dominio, rappresentandosi come una persona forte fisicamente, che domina tutto ciò con cui ha a che fare.
Tralasciando il dettaglio che recenti studi abbiano dimostrato che la donna è forte così come l’uomo e che, dunque, non ha alcun deficit fisico, la volontà di sopraffare propria dell’essere maschile ha portato a una situazione di sfruttamento della Natura, degli altri animali e della donna, considerato un individuo inferiore e da schiavizzare. Il virilismo ha portato ad una discriminazione nei confronti degli omosessuali e spesso in una loro totale negazione.  Non è un caso se un gay viene spesso definito “femminuccia” o “checca”. Se io discrimino una persona perché ha atteggiamenti femminili, sto discriminando il genere femminile nella sua totalità e lo sto subordinando ad un presunto essere superiore, il maschio. Per l’omofobo il maschio vero deve avere caratteristiche da maschio, deve ricalcare l’icona virilistica che la società e la storia hanno da sempre raffigurato. Un uomo che non scopa con le donne, a cui non piace la figa viene visto come un alieno, come un deviato e un diverso, da allontanare e da stigmatizzare.
Se la sua omosessualità è intuibile da atteggiamenti non conformi (ovvero, non virili), questa persona viene continuamente apostrofata con epiteti fastidiosi e ripetitivi. Per motivi più o meno affini, la lesbica viene vista come un individuo strano. Il maschilista e omofobo di turno potrebbe chiederle come mai si sia stancata degli uomini o le dirà che sicuramente sente la mancanza del pene. Altre volte, a causa della pornografia, la lesbica viene mostrata come oggetto del piacere maschile, che è pronta ad avere un rapporto sessuale con un uomo e una donna contemporaneamente. Questa rappresentazione distorta dell’omosessualità e della bisessualità femminili porta alla degradazione dell’omosessualità femminile e, ripeto, della donna stessa. In taluni casi, la donna non viene vista come tale se prova attrazione per una persona del suo stesso sesso e la si definisce “uomo mancato”.
Non c’è dubbio che la fallocrazia entri in gioco anche qui. Perché una donna non può essere semplicemente sé stessa, in tutti i modi in cui voglia essere? Perché un uomo non può essere semplicemente sé stesso, senza essere giudicato in base a quante donne si scopa o dai suoi gusti sessuali? Vedi, caro lettore, per questo esiste il femminismo. Il femminismo esiste per liberare gli uomini e le donne da una schiavitù che si sono autoimposti. Faranno e stanno facendo di tutto per screditarci, mostrando il nostro movimento come un estremismo politico e culturale. Ci screditano, perché stiamo portando le persone a ragionare e anche io in questo momento voglio portarvi a ragionare.
C’è un nesso tra omofobia e sessismo? Adesso probabilmente penserete anche voi che un legame c’è, ma se pensate, come me, che questa lotta vada di pari passo, aderite anche voi al movimento femminista. È  una rivoluzione e precisamente una rivoluzione culturale. Partiamo dalle menti per costruire un mondo migliore, dove ciascuno potrà essere sé stesso.

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When I heard the word “feminism” for the first time — November 13, 2015

When I heard the word “feminism” for the first time

[This post may contain mistakes, because English.is not my first language]

Maybe you were wondering where I have been such a long time.

Well, my life is always full of changes and unexpected facts, so you shouldn’t worry if I don’t post for some months. I’ve not forgotten this blog and certainly I won’t.

Today I want to talk about something autobiographic, but in some ways related to feminism.

When did I hear the term “feminism” for the first time?

I was at high school. It was my 4th or 5th year, if I am not mistaken. My philosophy teacher said:

I believe in the equality between men and women. I’m a feminist.

I remember that I didn’t question the word “feminism.” Even if it was the first time I heard it, it was clear to me that it had a positive meaning. What surprised me was that a male pronounced it. I guess this may be related to the fact that, whether we want it or not, we are all affected by patriarchy.

Patriarchy, directly or indirectly, controls our minds. It doesn’t matter if you consider yourself a feminist or not. It is really likely that you experience the violence and the injustice of patriarchy, because our society is grounded in it.

Now I think differently. It doesn’t surprise me anymore when a man tell me he is a feminist, because I’ve become a feminist myself.

But, to be honest, does it matter if a person is male, woman or non-binary?

We are all people, that’s what it matters, and we should all fight against patriarchy!

And you? When did you hear the word “feminism” for the first time?

Leave a comment, if you want.

P.s. I will talk about my teacher in other posts. I know it may be a little bit personal, but he really had a big influence on me!

Dear Father, do you know me? — April 16, 2015

Dear Father, do you know me?

I was in a car.

In a stranger’s car.

He was talking to me, but I barely answered his questions. He was driving, and he drove me somewhere.

I don’t remember exactly when.

I felt this once, when I was in this car, but the thing is that the man that was driving was my father.

Dear father, have you even been present in my life?
Dear father, have you ever known me?

Have you ever listened to me?
When I was a kid, I used to hug you. I remember your fat belly, how I played with it.

But, then…I don’t know what happened, but I was not your baby anymore.

And I looked for a father, elsewhere. And once I found another dad. I remember that he knew many things about me.

He appreciated how I was. He still knows me, and I know – they told mehe is still talking about me, even if we don’t meet anymore. It was two years ago the last time that I saw him.

Dear father, my other dad was my teacher. He completely changed my life. He made me what I am right now. He made me think a lot about this world, how it is good and ruined at the same time.

He said that he wanted to be a friend for me, but he wasn’t. He was and he will be forever my daddy.

Libera.

***

[Italian Translation]

Ero in auto.

Nell’auto di uno sconosciuto. Mi parlava, ma rispondevo a malapena alle sue domande. Guidava, mi portava da qualche parte. Non ricordo esattamente quando.

Questo è quello che ho sentito quando ero in macchina con lui, ma il punto è che l’uomo che stava guidando era mio padre.

Caro padre, sei mai stato presente nella mia vita?

Caro padre, mi hai mai conosciuta?

Mi hai mai ascoltata?
Quando ero piccola, ti abbracciavo spesso. Mi ricordo la tua grossa pancia, come amavo giocarci.

Ma, poi…non so cosa sia successo, ma non ero più la tua piccola.

Ho cercato un padre altrove. Una volta l’ho trovato. Ricordo quante cose sapesse su di me.

Mi apprezzava. Mi conosce ancora e so (me l’hanno detto!) che sta ancora parlando di me, anche se non ci vediamo più.
Sono due anni che non lo vedo. Padre, il mio papà era il mio professore, colui che mi ha completamente cambiato la vita.

Mi ha resa ciò che sono adesso. Mi ha fatta pensare tanto a questo mondo, a come sia bello e rovinato al tempo stesso. Mi ha detto che voleva essere un amico per me, ma non lo era.

Lui è e sarà sempre il mio papà.

Libera.