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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

Io, gay, femminista e contro la GPA — gennaio 26, 2018

Io, gay, femminista e contro la GPA

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Intervista a Vincenzo

Come descriveresti la parola “femminismo”? Cosa ti rende femminista? Come ti ci sei avvicinato?

Per me il femminismo è la consapevolezza del sessismo cui sono state vittime le donne nel corso dei secoli, ma anche una rivendicazione di uguaglianza tra maschi e femmine, nonché un superamento dei ruoli di genere che ancora oggi ci rendono stereotipati e svantaggiati su moltissimi aspetti. Mi sono avvicinato al femminismo grazie alla pagina Facebook “Le cagne sono animali meravigliosi”, anche se le mie idee erano già orientate verso di esso. Per fare un esempio, fin dall’adolescenza notavo (e biasimavo) la disparità inerente alla sessualità tra maschi e femmine: se un amico raccontava di aver fatto sesso con una ragazza riceveva congratulazioni e stima; se a raccontarlo era un’amica, riceveva epiteti come “zoccola”, “puttana” e via dicendo.
Da questi semplici, banali episodi iniziai a capire che la nostra società è profondamente misogina, e che l’unico modo per migliorarla è quello di mettere uomo e donna sullo stesso livello sociale, andando oltre le differenze biologiche.

C’è una correlazione fra comunità LGBT+ e femminismo?

Bella domanda. Se parliamo di lotta alla discriminazione e alla violenza, sì, la correlazione c’è.

Cosa ne pensi della recente spaccatura fra Arcilesbica ed Arcigay sulla maternità surrogata? Secondo te la paternità è un diritto?

Partiamo dal presupposto che la paternità non è un diritto. Anzi, premettiamo che un bambino non è un diritto, bensì un essere umano con dei diritti. La cosa è ben diversa, se vista con oggettività. Condivido la posizone di Arcilesbica sulla maternità surrogata. Va detto che a questa pratica vi ricorrono perlopiù coppie eterosessuali, motivo per cui non comprendo l’indignazione di molti rappresentanti di Arcigay. Io non ritengo giusto un mondo nel quale si stipula un contratto in cui si stabiliscono prezzi, spese legali e sanitarie e il compenso della madre surrogata. Passerebbe il triste messaggio che solo chi ha la possibilità di avere tanti soldi può adottare un bambino, comprandolo e sfruttando il corpo della donna. E non dimentichiamo cosa succederebbe se il bimbo non presentasse le peculiarità prospettate dai genitori adottivi. Stiamo parlando di un contratto commerciale che ci trasforma in merce, non di un atto d’amore. Se bastasse l’amore, non si ricorrerebbe ad una pratica così barbara.

Come credi sia la situazione in Italia per la comunità LGBT+? Ti senti discriminato? Cosa credi possa essere migliorato?

Penso che si debbano fare ancora dei grandi passi, tra cui abbattere i ruoli di genere e gli stereotipi. La situazione è lievemente migliorata, ma la discriminazione persiste. E va anche detto che le molteplici forme di discriminazione omofobica vanno a braccetto con quelle di matrice misogina, di cui molti omosessuali si rendono deliberatamente autori. La maggior parte degli omosessuali ha ancora un prototipo di maschio stereotipato. Basterebbe fare un giro su alcune chat come Grindr e Romeo. Nelle didascalie di questi grandi paladini della lotta alla discriminazione, leggi frasi come “Non accetto effeminati o checche, ma solo maschili”. Dunque il maschio deve per forza essere rude e possente, mentre se non lo è viene etichettato come effeminato. Capisci qual è il problema? Il fatto che maschi e femmine siano biologicamente diversi viene inteso come scusante per imporre un ruolo ai singoli individui. Dov’è scritto che il maschio debba essere rude? Perché non ci si accorge che l’avversione per i ragazzi considerate “checche” è il frutto della misoginia? Quindi sì, mi sento discriminato.

E per quanto riguarda i diritti delle donne? Quali credi siano le prossime mosse da fare?

L’unica mossa sta nel superare i ruoli di genere, in modo da avere una società basata sull’uguaglianza.
E’ chiaro che ottenendo un superamento di una tale portata non ci saranno più i presupposti per rendere le donne più precarie rispetto agli uomini nel mondo del lavoro, né più deboli né dipendenti da lui. La discriminazione tocca anche noi uomini, per cui dovremmo essere più compatti per il raggiungimento dell’obiettivo.

 

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I’m a barbie girl: la barbie e il consumismo — gennaio 18, 2018

I’m a barbie girl: la barbie e il consumismo

di Sarah Soldini

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A perfetta dimostrazione che uccide più il consumismo del patriarcato, nonostante siano, purtroppo, correlati indissolubilmente, nel 1959 in America inizia la commercializzazione del giocattolo forse più venduto al mondo: la Barbie. Sfido chiunque a non sapere di che si tratti. Era una bambola rivoluzionaria per i tempi, date le sue fattezze di donna adulta. Rivoluzionaria perché fino ad allora venivano solo prodotte bambole raffiguranti neonati, a parte una bambola tedesca che si chiamava Bild Lilli, che non ebbe gran successo, anche perché inizialmente era stata creata come oggetto per adulti. Aveva un aspetto da pin up, era in pratica quelle che oggi definiremmo un’action figure, derivata da un fumetto dei tempi.

Da ormai dieci anni dall’instaurazione del capitalismo si è fatta strada a grossi passi una nuova tendenza, definita dallo stesso Marx come “feticismo della merce”, ovvero il consumismo. Gli economisti, come l’americano Lebow, la definiscono con queste parole:

“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo…”

e questo è più o meno l’inizio della fine. Incominciano in quegli anni i primi bombardamenti pubblicitari su larga scala e la nostra neo nata Barbie è la prima bambola, o addirittura il primo giocattolo, a venire pubblicizzata in maniera massiva anche in televisione. In quegli anni si sviluppa l’idea della donna oggetto, della casalinga felice e realizzata con il suo nuovissimo tostapane o ripresa felice e sognante davanti alla sua nuova lavatrice. Si fa strada l’idea di come la nostra donna si debba presentare, e cosa c’è di meglio che inculcarlo nelle giovani menti dei bambini degli anni ’60 se non attraverso un oggetto d’uso quotidiano? Le prime bambole commercializzate erano, in realtà, more e bionde, ma prestissimo le more sono sparite dagli scaffali lasciando spazio solo alle biondissime, giusto per indicarci qual era il modello di bellezza che si voleva portare avanti. Dicevo, queste bambole bionde, statuarie, perfette, dalle gambe lunghe e affusolate, seni alti e perfetti, di misure assolutamente proporzionate da modella (anoressica), con i lunghi capelli morbidi e setosi entrarono nelle case di tutte le bambine insegnando loro che cosa la società pretendeva dai loro corpi e dalle loro menti. Alla bellissima Barbie aggiunsero poi un corollario di personaggi come l’affascinate e super scolpito addominali-a-tartaruga-Ken, suo marito, e vari altri personaggi che affollavano la loro bellissima casa, in piena atmosfera consumistica, dove bisognava creare sempre nuovi prodotti da vendere. Abbiamo, quindi, questa donna bellissima, sempre perfettamente truccata che si occupa della casa e del marito.

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Le pubblicità di ogni genere di bene materiale tendono sempre di più a mostrarci un’immagine da Barbie, interpretata da attrici in carne ed ossa. Ritengo che ciò non faccia che creare disagio nelle menti delle bambine, che capiscono che devono ambire ad avere un corpo perfetto e statuario e a desiderare una vita con un marito, al quale presentarsi sempre perfettamente acconciate e truccate in ogni momento della giornata. Solo così poteva avvenire la realizzazione della donna, presentata come una figura stupida ad uso e consumo del marito. E chissà se la prima mente che ha immaginato la Barbie, Ruth Handler, ci abbia mai riflettuto. Negli anni questa piccola creatura ha portato alla Mattel, la fabbrica che la distribuiva, una quantità di denaro inimmaginabile. Ha conquistato il favore di tutto il mondo. I collezionisti impazzivano per lei, le bambine l’adoravano e facevano comprare ai genitori ogni tipo di gadget, un successo forse mai più eguagliato per un singolo giocattolo. Ma più si diffondeva e più nessuno pensava agli effetti devastanti sulla figura della donna stessa. Da qui nascono le varie definizioni di associazione di idee bionda-senza cervello, forse anche incentivate da nuovi modelli di Barbie che parlavano e dicevano chicche tipo: ”La matematica è difficile”. Ci sono stati, però, alcuni film che hanno cercato, sotto forma di commedia, di far capire quanto ci fosse di sbagliato ad ambire ad essere una Barbie. Uno di questi è “La donna perfetta” di Frank Oz del 2004, con una bravissima Nicole Kidman, ma non era che un remake di un film del 1975, tratto dal romanzo di Ira Levin “La fabbrica delle mogli”. In sintesi, si denunciava la visione distorta della donna perpetuata dagli uomini, che in questa storia arrivavano anche non preoccuparsi minimamente di snaturare la loro moglie (spesso molto più in carriera o potente socialmente del loro lui) attraverso un processo computerizzato che le rendeva a tutti gli effetti delle bellissime bambole (Barbie) piegate al loro totale volere. Da notare anche il fatto, che, almeno nel film di Oz, si conclude che chi crea e innesca questo diabolico progetto è una donna, che rimpiange i bei tempi andati degli anni ‘50, dove tutto era perfetto e quella doveva essere il modello di perbenismo e perfezione a cui si doveva ambire in quanto femmine. Un po’ quello che ancora oggi ci sia aspetta da una donna ai tempi nostri! Il secondo grande momento di “contestazione” alla Barbie viene poi da una canzone Barbie girl del gruppo danese degli Aqua. Questa canzone è stata anche denunciata dalla Mattel, che rifiutava un interpretazione così aperta e reale del loro prodotto. Trattandosi, però, solo di una parodia, persero la causa. In questa canzone ci sono frasi, che fanno capire chiaramente che il fenomeno della barbiezzazione della donna ha conquistato anche il favore del pubblico maschile incentivato proprio ad “usare” la donna. Ritroviamo frasi di grande impatto, come: “You can brush my hair, undress me everywhere”, “Kiss me here, touch me there, hanky panky “,”You can touch, you can play, if you say ‘I’m always yours’“, “Make me walk, make me talk, do whatever you please, I can act like a star, I can beg on my knees, Come jump in, bimbo friend, let us do it again”. Frasi che direi si commentano da sole. Ma per fortuna negli anni subito dopo l’affermazione della mitica bionda di plastica, si afferma una nuova ondata di femminismo, un femminismo un po’ più moderno e radicale volto a distruggere il pensiero consumista e patriarcale e liberare le donne anche da questo genere di subdola oppressione. E avvengono casi, anche se certamente non correlati all’avvento dell’ondata femminista, documentati anche da numerose ricerche, in cui le bambine passano fasi adolescenziali in cui rifiutano a tal punto il modello inculcato loro durante l’infanzia, da far diventare le loro bambole oggetto di ogni genere di punizione, dalla decapitazione, alla semplice totale rasatura dei capelli, arrivando infine persino a metterle in forno. Questo forse la dice lunga più di ogni altra cosa. Oggi lottiamo più apertamente contro questi fenomeni così chiaramente sessisti e patriarcali, e forse le nuove generazioni non ne saranno più influenzate come magari è avvenuto in passato, perché per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. Ma saremo pronte, se si ripresentasse il caso di un fenomeno di costume così forte, a riconoscerne e rifiutare immediatamente questi insegnamenti errati? Avremo la giusta memoria storica e la forza di non farci soggiogare le menti di nuovo? Mi auguro di sì, ma intanto mi godo la soddisfazione di vedere che le femministe non prendano sul serio la Mattel, anche se continua a cercare di entrare nelle loro grazie. Loro, però, non mollano! Vedi articolo su wired.it “La Barbie strizza l’occhio alle femministe (ma non convince) – La Mattel prova a cambiare faccia alla bambola simbolo dell’odierna discriminazione sessuale, ma non ne è capace.”

Go girls!