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Femminismo, parità, diritti LGBT e politica italiana

La legge Merlin: regolamentazione e abolizionismo della prostituzione in Italia — aprile 29, 2018

La legge Merlin: regolamentazione e abolizionismo della prostituzione in Italia

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Che cos’è la legge Merlin?

La legge Merlin del 20 febbraio 1958, tuttora vigente in Italia, prende il nome dall’omonima promotrice della norma, Angelina (Lina) Merlin. La legge abolì la regolamentazione della prostituzione, introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento alla prostituzione. Essa non criminalizza la prostituzione in sé, bensì unicamente il suo sfruttamento. La vendita di servizi sessuali di propria spontanea volontà, senza l’azione coercitiva di terzi, rimane legale.

Profilo delle prostitute in Italia

Prima di introdurre il contesto storico che ha portato alla regolamentazione della prostituzione e poi alla sua abolizione, occorre ricordare che la maggior parte delle prostitute, non solo in Italia ma anche in altri Paesi occidentali, appartenevano alla working-class, avevano dunque poche possibilità lavorative e difficile condizione economica, dato che il salario massimo di una donna poteva essere di gran lunga inferiore rispetto a quello percepito da un uomo per lo stesso mestiere[1]. La prostituta era vista come il corrispettivo femminile del ladro ed entrambi erano ritenuti un pericolo per la società italiana. Addirittura Cesare Lombroso, ad esempio, nella sua opera “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale” pensava che si potesse distinguere in base a determinate anomalie fisiche (da lui considerate “criteri scientifici”) fra donne “normali” e prostitute e delinquenti. Il testo ripropone l’idea patriarcale secondo la quale la donna delinquerebbe per motivi biologici, giustificando in questo modo il suo asservimento all’uomo.

 

Regolamentazione della prostituzione in Italia

Il 17 marzo del 1861 è stato proclamato il Regno d’Italia ed è stata introdotta nel 1860 da Cavour per la prima volta una legislazione sulla prostituzione. Per la sua stesura ci si era basati sulla Napoleonica réglementation e il Bureau des Moeurs. All’epoca c’era bisogno di unità territoriale, di ordine e l’esistenza stessa delle prostitute era considerata come qualcosa che minava il sistema. La legge è stata, però, aspramente criticata perché prevedeva una rigida sorveglianza, attuata tramite la polizia e i medici, imponendo così un vero e proprio controllo statale sulle prostitute. Infatti, venivano effettuati controlli periodici (e molto invasivi!) delle loro condizioni di salute (ma non di quelle dei clienti) nei cosiddetti sifilicomi, affinché non si diffondessero malattie veneree, specialmente tra membri dell’esercito e della marina [2]. Inoltre, le prostitute erano obbligate a iscriversi su appositi registri.

Si arrivò così nel 1888 alla legge Crispi, che portò a cambiamenti significativi:

  • le prostitute non erano più obbligate a registrarsi ma si dovevano registrare i luoghi, affinché la polizia potesse controllarli;
  • il controllo della polizia fu limitato;
  • i sifilicomi furono sostituiti da ospedali appositi per entrambi i sessi;
  • fu proibita la vendita di cibi e bevande, nonché i canti e i balli nei bordelli;
  • si stabilì che le imposte sugli infissi dovessero rimanere chiuse, da qui il nome di “case chiuse”.

Il sistema della regolamentazione si rivelò fallace, in quanto la prostituzione di strada non fu mai sconfitta e portò le prostitute ad essere sempre più isolate dal resto della società. Si arrivò pertanto alla conclusione che “la regolamentazione del 1860 . . . non portò ai benefici per la salute che erano stati promessi” [3].

La legge Merlin

Nel 1958 fu approvata la legge Merlin [4] che abrogò tutte le precedenti norme in materia, chiuse i bordelli e introdusse i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. L’unica forma che rimane legale [5] è quella in cui, come già sostenuto nell’introduzione, la donna si prostituisca da sé, ad esempio in strada o nel proprio appartamento. La legge è il risultato di un’azione abolizionista sostenuta da più parti della società civile, fra le quali appunto le femministe stesse, nonché dai movimenti di sinistra Marxista. Prese spunto dal lavoro fatto in Francia grazie all’attivista francese ed ex prostituta Marthe Richard, che aveva portato alla chiusura delle case di tolleranza in Francia nel 1946. La Merlin si rifece, inoltre, anche all’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini nei confronti della legge, e all’articolo 41, che afferma che le attività economiche non devono essere svolte se recano danno alla dignità umana:

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”

(Articolo 41, comma 1-2, Costituzione della Repubblica Italiana)

Non tutti furono, però, d’accordo con la norma. Ad esempio, Eugenio Dugoni ebbe durissimi scontri con la Merlin e Gaetano Pieraccini arrivò ad affermare che:

“Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso.”

(Fonte: Wikipedia)

Si diffuse anche l’idea che l’abolizione della regolamentazione avrebbe portato ad una diffusione incontrollata delle malattie veneree, cosa che si è rivelata poi infondata.

Conclusione

La regolamentazione è stata storicamente introdotta in Italia per contribuire alla creazione di una cittadinanza unita e forte e per arrestare la diffusione delle malattie veneree. In Italia non c’è stato un vero e proprio movimento abolizionista organizzato, così come in altre nazioni come la Gran Bretagna, ma si è arrivati ugualmente ad una legge abolizionista con la chiusura dei bordelli. In un periodo storico in cui si è riacceso il dibattito su una possibile regolamentazione in Italia, è necessario guardare alle nostre radici storiche, nonché all’esperienza di altre nazioni europee, come la Svezia o la Germania.

Curiosità: chi era Lina Merlin

Nata a Pozzonovo (Padova) nel 1887, fu una delle 21 donne che fece parte dell’Assemblea costituente che redasse la Costituzione Italiana [6]. Nel 1919 si iscrisse al Partito Socialista. Fu insegnante, senatrice e partigiana. Fu arrestata per ben cinque volte dalla polizia fascista e dovette lasciare l’insegnamento perché si rifiutò di prestare il giuramento fascista.

Fonti

[1] Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale: Il caso italiano, 1880-1900. Vol 1. Firenze: Nuova Italia, 1972-1973, p. 239.

[2] Prostitution in Italy and England in the nineteenth century. 

[3] Commissione Regia (1885), Relazione, proposte, allegati, 1: 91

[4] Legge 75/58 20 February 1958 “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui” (detta “legge Merlin”) (PDF), su pariopportunita.gov.it.

[5] In realtà secondo Lina Merlin anche la prostituzione volontaria era contraria alla dignità della donna, per questo aveva previsto anche la criminalizzazione del cliente (quello che chiameremmo “modello nordico”), misura poi non presente nella versione finale della legge.

[6] Prostituzione, 60 anni fa lo stop alle case chiuse con la legge Merlin

[Attenzione: il seguente articolo è basato in parte su un saggio scritto da una delle collaboratrici di Libera; pertanto, per qualsiasi riproduzione su siti e/o giornali è necessaria una menzione!]

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Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)? — marzo 23, 2018

Ma chi sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist)?

Introduzione

TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist) è un acronimo utilizzato per descrivere le posizioni condivise da alcune femministe radicali separatiste, che rifiutano alle donne transgender l’accesso a determinati spazi riservati alle donne. Secondo gli attivisti trans, si tratterebbe di un palese caso di transfobia[1]; secondo questo gruppo di femministe radicali le donne hanno diritto a creare spazi unicamente per le donne nate donne e “TERF”  sarebbe un termine estremamente offensivo utilizzato per veicolare misoginia e sessismo, nonché usato per silenziare le donne che esprimano il proprio criticismo verso il moderno attivismo trans[2]. Non è ben chiaro, pertanto, se si tratti di un termine descrittivo o di un insulto. In ciascuno dei due casi, le femministe radicali trans-escludenti non considerano le donne trans come donne, almeno non in senso biologico, e per questo motivo non le ritengono oggetto del loro femminismo. Questa sottocategoria di femministe non vuole essere definita TERF, bensì gender critical (critica nei confronti del genere) o semplicemente radfem, pur non rappresentando necessariamente il femminismo radicale nella sua interezza, che ha sempre avuto visioni variegate al riguardo (anche se loro non sono d’accordo e sono dell’idea, piuttosto, che il femminismo radicale escluda per definizione il maschile). In ogni caso bisogna ricordare che non esiste un gruppo interno di femministe radicali che si identifica con l’acronimo TERF, bensì questa parola è loro imposta dall’esterno e considerata come un insulto sessista per silenziare le loro idee ed evitare il dibattito. Inoltre, non tutte le femministe trans-escludenti si definiscono come femministe radicali.

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Essere femminista radicale comporta automaticamente l’essere TERF?

No. Bisogna ricordare che il femminismo radicale si concentra sulle donne in quanto persone di sesso femminile che ricevono una determinata socializzazione (femminile) e sono trattate in un determinato modo dalla società, ovvero come esseri inferiori rispetto agli uomini.
Tuttavia, le donne trans, in quanto persone di sesso maschile che, però, vivono o desiderano vivere il resto della propria esistenza come donne, sono state accolte da altre femministe radicali come donne. Queste ultime, pur condividendo l’idea centrale femminista radicale della “liberazione della classe femminile dal dominio patriarcale”, si sono distanziate dal femminismo critico nei confronti  delle identità non binarie e delle persone transgender e transessuali. Un esempio è la femminista radicale americana Catherine MacKinnon, la quale ha dichiarato quanto segue:

“La società maschile dominata dagli uomini ha definito da sempre le donne come un gruppo biologico discreto. Se questo avesse potuto portare alla liberazione, saremmo già libere da un pezzo…Per me le donne sono un gruppo politico. Non ho mai avuto l’occasione di dirlo in questi anni, finché non c’è stata una gran discussione su se le donne trans siano donne… Onestamente non m’importa come qualcuno diventa una donna o un uomo. E’ solo parte della loro specificità e unicità, come quella di ciascun altro. Chiunque si identifichi come donna, voglia diventare donna, sarà in mezzo ad altre donne, per quanto mi riguarda, è una donna.”

[…]
“Per essere donna una persona deve vivere come donna. Le donne trans lo stanno facendo e a mio parere possono offrire allo stesso modo una preziosa prospettiva al riguardo.”

[…]

Ho conosciuto donne trans che si oppongono fermamente a ogni forma di violenza maschile contro le donne . . . e stanno lottando per far sì che finisca. Le donne trans che conosco sanno molto bene che la supremazia maschile è un sistema politico d’oppressione e loro stesse si oppongono ad esso.”

– MacKinnon

[Fonte: Intervista a Catherine MacKinnon]

Allo stesso modo la pensa John Stoltenberg e così scrisse la stessa Andrea Dworkin in Women Hating, la quale già nel 1974 arrivò alle seguenti conclusioni, sicuramente rivoluzionarie e senza alcun dubbio includenti per l’epoca:

La transessualità può essere definita come una forma particolare della nostra generale multisessualità che è impossibilitata a raggiungere il suo naturale sviluppo a causa di condizioni sociali estremamente avverse. Non c’è dubbio che nella cultura della discretezza maschile-femminile [in termini moderni forse diremmo: epoca dominata dal binarismo sessuale], la transessualità è vissuta come un disastro per l’individuo transessuale. Ogni persona transessuale, sia essa bianca, nera, uomo, donna, ricca, povera, è in uno stato di primaria emergenza in quanto transessuale. Ci sono tre punti cruciali da menzionare al riguardo. Prima di tutto, ogni transessuale ha il diritto a continuare a vivere così come ritiene più opportuno. Ciò significa che ogni transessuale ha diritto d’accesso a interventi di riassegnazione chirurgica del sesso e dovrebbe essere messo a disposizione dalla comunità come una delle sue funzioni. Questa è una misura d’emergenza per una condizione d’emergenza. In secondo luogo, cambiando le nostre premesse su cosa sia un uomo e cosa sia una donna, sui giochi di ruolo e sulla polarità, la situazione sociale delle persone transessuali si trasformerà, e saranno pienamente integrate nella nostra comunità e non più perseguitate e odiate. Infine, la comunità costruita sull’identità androgina significherà la fine della transessualità così come la conosciamo oggi. O la persona transessuale sarà in grado di espandere la sua sessualità in una fluida androginia o, cadendo i ruoli di genere, il fenomeno della transessualità scomparirà e quell’energia sarà trasformata in nuove modalità di identità sessuali [oggi diremmo: di genere] e di comportamento.[3]

In cosa credono le TERF?

Questo gruppo di femministe radicali crede che il femminismo sia per la liberazione delle donne (intese come persone di sesso femminile) dall’oppressione maschile, teoria che in realtà alla base di qualunque interpretazione femminista.
Le donne trans, però, a loro dire non sarebbero discriminate in quanto donne ma in quanto uomini non conformi al genere a loro assegnato dal patriarcato. Esse godrebbero comunque di privilegio maschile, perché hanno avuto socializzazione maschile e non lo perderebbero neanche transizionando completamente.
Si oppongono attivamente al moderno attivismo trans e al “transgenderismo” in generale. Si propongono di difendere il sesso biologico, che esse non considerano un costrutto sociale, così come fa la teoria queer. Sono dell’idea che la discriminazione subita dalle donne sia dovuta al loro sesso di appartenenza, che essere donna sia una specifica realtà materiale e non una sensazione. Per queste femministe le donne trans sarebbero maschi (= uomini) e gli uomini trans sarebbero femmine (=donne).  Le donne trans non sarebbero incluse nel loro femminismo perché sono biologicamente maschi, mentre gli uomini trans lo sarebbero, perché di sesso femminile. Per loro il sesso è l’unica realtà materiale percepibile (ovvero le differenze fra maschio e femmina), mentre il genere sarebbe imposto dall’esterno a partire dalla nascita a seconda del sesso di appartenenza (se sei maschio: socializzazione maschile, se sei femmina: socializzazione femminile). Rifiutano totalmente l’idea che esista un’identità di genere già presente nella mente delle persone e che prescriva il loro comportamento (da loro criticato come “essenzialismo di genere”). Alcune di loro arrivano anche oltre, arrivando ad affermare che le persone trans transizionerebbero unicamente sulla base di determinati stereotipi di genere e considerano il trans attivismo per questo motivo una corrente conservatrice, in quanto, a loro dire, prescrive un determinato comportamento unicamente in base a determinati stereotipi di genere. Una donna trans per loro non è una donna ma un uomo che ha modificato il suo corpo per adeguarlo ad un’immagine di donna creata ad hoc dalla società patriarcale. In modo analogo, un uomo trans avrebbe transizionato per sfuggire alla misoginia, dopo aver sviluppato un determinato odio per il proprio corpo femminile e per il modo in cui era stato trattato dalla società. In generale, le femministe gender critical non sono contrarie alle donne trans in quanto trans, ma vorrebbero che loro si riconoscessero come un terzo sesso piuttosto che come donne (perché, come già detto, per loro “donna” è una precisa realtà biologica). In altri casi, esse vogliono semplicemente preservare determinati spazi femminili, cosa che considerano fondamentale in una società dominata dalla violenza maschile. 

Interventi di riassegnazione chirurgica del sesso

Gli interventi di riassegnazione chirurgica del sesso sono visti da questo tipo di femministe come una mutilazione, un mito portato avanti dalla cultura fallocentrica, che comunque non cambia il sesso di appartenenza di una persona. L’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso non creerebbe una neovagina, ma si tratterebbe semplicemente di un pene rovesciato (inverted penis).
Il fatto che le persone trans transizionino, sostengono queste femministe, è dovuto all’esistenza stessa degli stereotipi di genere nella società patriarcale. A loro dire, se questi non esistessero, nessuno sentirebbe l’esigenza di cambiare il proprio corpo “di nascita”; l’attivismo trans sarebbe regressivo perché spingerebbe a cambiare il proprio corpo unicamente in base a ciò che la società prescrive.

La donna secondo le femministe radicali trans-escludenti e l’impatto sull’identità lesbica

Come abbiamo visto nel precedente paragrafo, secondo le TERF, dire di “sentirsi” uomo o “sentirsi” donna è basato unicamente sul fatto che ci siano determinati ruoli di genere che penalizzano le persone che non si conformano ad essi. “Che cosa definirebbe, a quel punto, una donna?” si chiedono loro. Una donna sarebbe una persona che si comporta da donna o si sente donna? No. A loro dire, l’essere donna è unicamente una precisa realtà biologica. Lamentano che la donna venga cancellata dall’attivismo trans moderno, che in taluni casi, a livello di linguaggio, ad esempio, propone l’utilizzo di termini percepiti come più inclusivi come “persona che ha il ciclo” piuttosto che “donna che ha il ciclo” o “persona incinta” e non “donna incinta”.

Che cosa accadrà se il concetto di “donna” sarà privato di qualsiasi contenuto reale socialmente riconoscibile, ma le relazioni sessuali di genere rimarranno le stesse? I problemi non scompariranno, ma perderemo la lingua che descrive il sistema patriarcale di oppressione, e quindi la conoscenza necessaria per organizzare la lotta contro di essa.
[Estratto di un articolo in russo scritto da una donna trans che invita al dialogo fra attivisti trans e femministe radicali separatiste]

Oltretutto, numerose femministe radicali separatiste, in particolar modo quelle lesbiche, sono dell’idea che l’identità transgender non solo cancellerebbe cosa significhi essere donna, ma spingerebbe lesbiche butch (mascoline) a identificarsi come trans.

Si può parlare di “culto” trans?

L’esistenza di bambini transgender è a sua volta negato da questo gruppo di femministe, che considerano la somministrazione di puberty blockers su minori come una forma di abuso minorile. Per loro ci sarebbe, inoltre, un tentativo da parte dell’industria medica e farmaceutica di arricchirsi sulla salute delle persone con disforia di genere. Dunque, ci sarebbe una vera e propria forma di “culto” dietro l’attivismo trans! Il transgenderismo, sostendendo la progressiva eliminazione del sesso biologico a favore dell’identità di genere porterebbe con il passare del tempo all’inclusione di uomini in safe spaces prima solo per donne (centri antiviolenza, spogliatoi, bagni e così via). Inoltre, sarebbe per definizione omofobo perché andrebbe a negare l’omosessualità come attrazione verso persone dello stesso sesso (e non genere). 
Queste donne lamentano che qualsiasi criticismo al transattivismo sia silenziato e che non venga loro garantita la libertà d’espressione. Affermano anche di esser state minacciate da attivisti trans e, talvolta, di essere state persino vittime di aggressione.

Cis/trans

Per questo gruppo di femministe non esiste un asse di oppressione cis/trans, perché per loro una donna trans non è più discriminata di una donna cis. L’essere nata donna non comporterebbe, secondo le loro posizioni, alcun vantaggio nella società in cui viviamo, bensì solo svantaggi e pesante misoginia. Le donne, dicono spesso, non scelgono di identificarsi come tali, specialmente nelle società più sessiste, dove mutilazioni genitali femminili, stupri e violenza sono all’ordine del giorno. Una donna non può affermare semplicemente che “si identifica come un uomo” per sfuggire a questa violenza. Dire che le donne trans sono più discriminate di quelle cis equivarrebbe, dunque, a fare un discorso sessista, che considera gli uomini più discriminati delle donne (come già detto prima, per queste femministe maschio = uomo e femmina = donna; a tal proposito le TERF spesso dicono anche che non vi è alcun dato che testimonia che le donne trans siano meno violente degli uomini e riportano casi di violenza sessuale a sostegno della loro tesi).

Non-binary

Secondo le femministe gender critical l’etichetta “non-binary” sarebbe superflua perché nessuna persona segue completamente gli stereotipi associati al sesso maschile o femminile. Il postulare la propria appartenenza a un’identità non binaria, inoltre, rafforzerebbe il binarismo di genere invece di abbatterlo, perché dire che esista un’identità non binaria sottintenderebbe l’esistenza stessa del binarismo. Secondo queste femministe le persone cisgender, chi in larga misura e chi in misura minore, non necessariamente condividerebbero una visione binaria del mondo e non necessariamente vivano “bene” la loro vita come uomini e come donne, poiché nessuno segue al 100% comportamenti dettati dai ruoli di genere.

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Obiezioni e criticismo al Trans Exclusionary Radical Feminism 

Le TERF come gruppo d’odio

Queste femministe sono viste da coloro che le criticano come un vero e proprio gruppo autoritario e dogmatico (per queste femministe il loro è l’unico “vero femminismo”) che promuove transmisoginia e diffonde stereotipi e luoghi comuni sulle persone trans. Si tratterebbe di un gruppo che compie un continuo atto di violenza negando alle donne e agli uomini transgender la loro identità, oltre che l’accesso agli spazi del genere in cui loro si sentono più a loro agio. Le TERF si sono giustificate dicendo che non sono contro i diritti delle persone trans, ma semplicemente credono che “maschi biologici” (quelli che in termini moderni diremmo “AMAB” – Assigned Male at Birth) non debbano essere considerate donne e vogliono spazi distinti in base al sesso d’appartenenza piuttosto che al genere. Pur non dicendosi apertamente transfobiche, queste femministe, almeno negli anni ’80 in America, si sono battute affinché le persone trans non potessero ottenere più interventi di riassegnazione chirurgica del sesso o avere accesso ai bagni pubblici del sesso in cui si indentificano [4]. Le femministe trans-escludenti sono state anche accostate all’estremismo religioso e all’antifemminismo in generale, in quanto in taluni casi hanno proposto terapie alternative per la disforia di genere rispetto all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso e hanno parlato di transessualità come una scelta [5], oltre ad aver usato politicamente pochi casi di cronaca che coinvolgono crossdressers come teoria a sostegno della presunta violenza delle donne transgender.

Commento

Siccome da entrambe le parti ci sono reciproche accuse di violenza (le femministe gender critical testimoniano attacchi di attivisti trans contro di loro, mentre gli attivisti e le attiviste trans parlano di bullismo e violenza esplicita nei loro confronti), non credo di essere nella posizione tale da poter dare un mio giudizio preciso. Se è vero che oggi le accuse di transfobia o omofobia sono spesso usate a caso, come ha fatto anche notare il team di Wikisessualità e che le donne cis debbano avere totale libertà di organizzarsi in gruppi autonomi, è anche vero che c’è un confine fra critica e stigmatizzazione e bisogna ricordare altresì che nessuna idea politica dovrebbe essere utilizzata per finalità d’odio. Mi auguro che in futuro ci sarà un maggior dialogo fra gli ambienti queer e femministi, in modo da potersi venire reciprocamente incontro in caso di differenze di idee o di visioni del mondo, a patto che esse siano, ovviamente, basate su un criticismo sano e ragionato e non su pregiudizi e fobie.

Esempi di Youtuber gender criticalMagdalen BernsPeachyoghurt.

Fonti

  1. The Long History of Transgender exclusion from feminism
  2. TERF is hate speech
  3. Dworkin, A. (1974). Woman hating. New York: Dutton. (vedi anche: Transadvocate)
  4. Ulteriori informazioni su The TERFs
  5. Raymon, Janice G. (1980). Technology on the Social and Ethical Aspects of Transsexual Surgery.

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Differenze fra il femminismo radicale e la destra conservatrice — marzo 13, 2018

Differenze fra il femminismo radicale e la destra conservatrice

Talvolta si tende ad accostare il pensiero femminista radicale alla destra conservatrice di stampo cattolico, soprattutto quando si parla di prostituzione e pornografia. In questo articolo analizzerò punto per punto le principali divergenze e gli eventuali punti di contatto.

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Aborto

La destra conservatrice e cattolica considera, in linea generale, l’aborto come un vero e proprio omicidio. Si parte dal presupposto che ogni vita sia preziosa perché concessa da Dio e il feto è considerato di fatto già una persona. Secondo questa concezione non sarebbe l’individuo a disporre della sua esistenza ma Dio a donarla e, per questo motivo, l’aborto è visto come una pratica inaccettabile. Per lo stesso motivo i metodi di contraccezione d’emergeza, come la pillola del giorno dopo, sono considerati un peccato mortale, in quanto impediscono lo sviluppo della vita.
Il femminismo radicale, al contrario, si è sempre schierato per un accesso libero all’aborto da parte delle donne, poiché ha visto la sua negazione come un controllo dei corpi femminili da parte dello Stato e, più in generale, della società patriarcale. Il discorso sull’aborto s’inserisce in un discorso più ampio sul sesso e sulla sessualità che interessa in modo particolare le femministe radicali.

Sessualità

Il pensiero di estrema destra considera l’orientamento sessuale come una scelta. Le persone omosessuali sceglierebbero di esserlo e, se riportate sulla “retta via”, potrebbero essere “curati” e “ritornare” ad un orientamento eterosessuale. La donna sarebbe portata per natura ad essere attratta dall’uomo per portare avanti la specie. Inoltre, rapporti sessuali che non siano riproduttivi risultano un peccato.
Il femminismo radicale, al contrario, parte dal presupposto che la società sia dominata dall’eteropatriarcato, ovvero che l’eterosessualità sia imposta alle donne per relegarle ad un preciso ruolo di genere. Le femministe radicali furono le prime ad affermare con coraggio che “il personale è politico” e hanno quindi analizzato criticamente il rapporto fra donna e uomo in chiave politica. Nacquero, ad esempio, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta dei gruppi di autocoscienza in cui le donne discutevano della loro vita privata e di come l’uomo avesse una posizione dominante, non solo in ambito legale e politico, ma anche sociale, culturale e sessuale.
Mentre per la morale cattolica è peccaminoso per una donna fare sesso per fini non procreativi, il cuore del femminismo radicale è l’idea di sessualità liberata, che si potrà raggiungere totalmente, però, solo in una società scevra dal patriarcato.

Sesso e genere

Secondo la destra conservatrice il genere coincide con il sesso e, per questo motivo, ci sarebbero determinati comportamenti associati al sesso d’appartenenza. Secondo la Chiesa e la destra, la donna possiede un naturale istinto materno che la spinge ad essere madre per poter portare avanti la vita. La donna sarebbe, quindi, portata “per natura” ad essere passiva, debole e asservita a suo marito. Viceversa, l’uomo è portato a essere forte e dominante, principalmente a causa del testosterone, e a proteggere donne e bambini.
Il femminismo radicale, al contrario, considera il genere come una gabbia, come una prigione. Non c’è alcuna ragione “naturale” per la quale una persona di sesso maschile debba essere virile e rude e una persona di sesso femminile remissiva.
Non esistono cose da uomo e cose da donna. Esistono solo persone, che hanno differenti gusti ed interessi, e che vanno rispettate come esseri umani. La cultura ha associato il blu ai maschi, ad esempio, e il rosa alle femmine, ma fino a qualche decennio fa, il rosa era per gli uomini. Il punto chiave del femminismo radicale è non associare più nessuno stereotipo ai due sessi.

Utero in affitto (detto anche GPA)

La Chiesa cattolica si schiera contro la maternità surrogata, perché non la considera compatibile con i valori cristiani. Un bambino dovrebbe nascere, a loro dire, nell’ambito di una coppia eterosessuale stabilmente unita in matrimonio. L’utero in affitto è visto, dunque, come una vera e propria compravendita di bambini e comporta un utilizzo della donna come incubatrice. Ad esempio, la dottoressa Pérardel la definisce come una “prostituzione procreativa“, che attua una duplice violenza: alla donna e al bambino. Tuttavia, la condanna alla GPA (Gestazione per altri) si accompagna spesso a un attacco alle coppie omosessuali in generale. Vengono nominati casi di coppie omosessuali che ricorrono a questa pratica, ma non si fa menzione che, secondo dati statistici, l’80% delle coppie che fa ricorso a questa pratica, è eterosessuale.

Il femminismo radicale ha, effettivamente, un punto di contatto con il cattolicesimo perché anch’esso si posiziona contro la maternità surrogata, in cui la donna viene utilizzata e ridotta a merce per la creazione di un bambino. Viene messo in evidenza come, nei contratti previsti da questa pratica, la donna più che avere un effettivo controllo del suo corpo, rinuncia di fatto al suo diritto alla maternità. Spesso sono donne povere a diventare madri surrogate, con ovuli provenienti, invece, da un’altra donna donatrice. In questo modo, si spezzerebbe di fatto il legame di sangue fra colei che partorisce e il bambino e, quindi, la madre surrogata non avrebbe per motivi legali più nessun diritto su di lui. Quindi, dietro la gestazione per altri si celerebbe una strategia di marketing neoliberale che avvantaggerebbe unicamente i più ricchi, alle spese delle donne. La GPA è spesso presentata come “dono” o “sacrificio” da parte della donna, ma, in realtà, le femministe radicali hanno osservato che non si tratta di un dono, quanto piuttosto del diritto dell’uomo a disporre del corpo femminile, in questo caso per fini riproduttivi. Si tratterebbe, dunque, di una forma di controllo da parte del patriarcato. Anche nell’ambito dell’attivismo LGBT non tutte le voci sono concordi nel considerare la GPA come una pratica progressista. Ad esempio, di recente Arcilesbica ha dichiarato la sua contrarietà, distaccandosi, almeno dal punto di vista politico, da Arcigay. La stessa Arcilesbica, poi, ha fatto notare come la possibilità di ricorrere all’utero in affitto comporti una diminuzione delle adozioni. A suo parere, pertanto, sarebbe necessario battersi per il diritto all’adozione per coppie omessuali e per le persone single, piuttosto che per una pratica che, di fatto, non ha nulla a che vedere con l’attivismo LGBT.

Pornografia

La destra e, più in particolare, la Chiesa cattolica considera la pornografia come un peccato, dal quale è possibile liberarsi grazie all’aiuto di Dio. La pornografia è considerata immorale e contraria a ciò che sarebbe buono e giusto (ovvero i rapporti sessuali fra una coppia sposata eterosessuale). Nella pornografia le persone raffigurate si riducono a oggetti, vengono mostrati corpi in un’ostinata e ossessiva ripetizione di atti sessuali che non lasciano spazio all’amore e all’immaginazione.
Per il femminismo radicale la pornografia è creata in conformità con i desideri e il piacere maschili, raffigura spesso scene di violenza contro le donne, ridotte a oggetti sessuali e dà, in linea generale, un’immagine negativa della donna. Le femministe radicali si sono storicamente schierate contro la pornografia e continuano a farlo in base al fatto che la violenza e la degradazione nella pornografia stiano aumentando esponenzialmente. Oltre alla violenza, vedono un legame fra pornografia e prostituzione e denunciano anche l’effetto che ha la pornografia sulla sessualità di uomini e donne. Le donne sarebbero portate in alcuni casi a compiere gesti estremi, sotto influenza dell’industria pornografica, ad esempio a sottoporsi a interventi di labioplastica per la riduzione delle piccole labbra della vulva per un mero fattore estetico, dato che nei video pornografici vengono mostrate attrici con labbra piccolissime e che questa condizione sia ormai considerata la “norma” dal punto di vista estetico. Gli uomini sarebbero poi, in determinati casi, portati a reiterare comportamenti visti nei video pornografici e a imporli, sia direttamente che velatamente, alle donne. La pornografia, secondo le femministe radicali, in sostanza non è perfettibile, ma è di base uno dei modi in cui si mostra la violenza patriarcale.

Prostituzione

La prostituzione, secondo la Chiesa cattolica e la destra conservatrice, offende la dignità di chi si prostituisce. Sia la prostituta che il cliente peccano contro sé stessi, perché infrangono la castità e macchiano il loro corpo di un grave peccato. La prostituta è vista come colpevole di un peccato, dal quale può, però, redimersi.

Il femminismo radicale, invece, non considera la donna come colpevole. Si tratta, piuttosto, di una violenza compiuta da coloro che la sfruttano, ovvero il pappone e il cliente che paga l’accesso al suo corpo. Le femministe radicali combattono attivamente la tratta e sostengono l’abolizionismo. In base a questa visione le prostitute non devono essere perseguite o soggette a sanzioni dal punto di vista penale. Al contrario, la maggior parte delle donne prostituite è vittima di tratta e bisognerebbe, di conseguenza, denunciare attivamente e cercare di arginare quanto più possibile questo fenomeno, che spesso coinvolge non solo donne ma anche uomini e bambini.

Quando le donne non sono costrette a prostituirsi perché vittime di tratta, spesso la loro decisione è influenzata dalla mancanza di altre possibilità economiche e lavorative, oppure in risposta a determinati traumi. Per le femministe radicali la prostituzione è, quindi, intrinsecamente legata alla povertà, dunque a un fattore di classe. A questo si aggiunge il fatto che coloro che si prostituiscono appartengono per lo più a minoranze etniche.

“Se la prostituzione è una scelta libera, perché le donne con minori possibilità di scelta sono quelle che più spesso si trovano a farlo?” (MacKinnon, 1993)

[Melissa Farley, Isin Baral, Merab Kiremire and Ufuk Sezgin, “Prostitution in Five Countries”, Feminism & Psychology, 1998, pp. 405–426]

Un’altra delle argomentazioni utilizzate dalle femministe radicali è che i clienti comprano, di fatto, il consenso di queste donne, dato che in assenza di denaro non si sarebbero sottoposte a determinate pratiche. In ogni caso, la prostituzione scomparirebbe in una società non patriarcale e non capitalista.

Conclusione

Il femminismo radicale, pur avendo apparentemente somiglianze con il pensiero della destra conservatrice e della Chiesa cattolica, se ne distacca ampiamente perché, pur essendo contrario a determinate pratiche come la GPA, lo è per motivi molto diversi.
Hanno posizioni che sono agli antipodi e, anche se ci sono congruenze, si tratta di un fatto meramente casuale, che, in ogni caso, non si riconduce necessariamente a un’affinità a livello ideologico.

 

Lettera alla donna che mi ha stuprata — febbraio 25, 2018

Lettera alla donna che mi ha stuprata

[EN Version below]

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“Cara R.,
sono certa che ti ricordi di me anche se è passato tanto tempo dal nostro ultimo incontro e dal periodo in cui abbiamo condiviso qualcosa assieme. Eravamo molto piccole. Tu eri giovane, io ero più piccola di te. Ricordo che giocavamo assieme, facevamo disegni, inventavamo storie, ci davamo abbracci e baci. Ho ancora foto mie con te, di quando ero piccola. Quando le riguardo mi ricordo di quei tempi, di quanto siano lontani, di quanto non ritornino più. Sono intrappolati in un tempo perso, in un’epoca che hai fatto a brandelli. Me lo sono chiesta molte volte, sai, perché hai fatto tutto a pezzi. Perché hai voluto sporcare il nostro rapporto con un gesto simile. Perché non mi hai voluta più bene. Perché mi hai costretta a fare cose che non volevo fare. Perché mi hai detto che non dovevo dirlo a nessuno. Ho immaginato per anni il nostro incontro, io che ti chiedevo perché e tu che mi chiedevi scusa. Sono andata avanti con quella consapevolezza. Ho dovuto affrontare per la prima volta il ricordo all’età di 14 anni. Per una volta, per la prima volta della mia vita ho scoperto di essere bisessuale. Il percorso di accettazione è stato particolarmente sofferto per me. La vedevo come una cosa lurida, come qualcosa che mi legasse a te. Avevo paura di essere diventata una lesbica anche io. Sì, perché per me eri una lesbica e nient’altro. Credevo che le lesbiche fossero delle persone sporche, schifose, cattive, che ti costringono a far cose che non vuoi fare contro la tua volontà. Ogni volta che vedevo immagini di due donne che si baciavano mi veniva da vomitare. A 14 anni ho dovuto capire che sono bisessuale perché lo sono, che tu non c’entri nulla, che io sono io e che non potevo andare avanti essendo infelice. Dovevo accettare che le donne mi danno qualcosa che gli uomini non mi danno e che questo qualcosa mi fa star bene. Nello stesso tempo, ho dovuto perdonarti. O, meglio, ho sognato di perdonarti. Ho sognato che ci abbracciavamo, io che ti chiedevo ancora una volta perché e tu mi dicevi che ti dispiaceva. E ti raccontavo, ti raccontavo per ore delle ragazze che interessavano a me, come se tu potessi essere l’interlocutrice migliore, come se tu potessi capirmi. Per me tu eri e in un certo senso in parte ancora sei “la lesbica”. Quella esperienza l’ho vista come un’esperienza omosessuale precoce, ma ho voluto chiuderla in un cassetto e non riprenderla più. Pensavo che accettando la mia bisessualità sarei riuscita a passarci sopra per sempre. Adesso che ho ventitré anni, capisco che una cosa del genere non potrò mai dimenticarla. Io ti ho perdonata, ti perdono ogni giorno, ma nello stesso tempo il filo che mi lega a te esiste ancora. Ѐ proprio questo filo che voglio tagliare e per questo ti scrivo.
Mi hai obbligato più volte a tacere, a mantenere il segreto. La tua è stata una violenza silenziosa, ma pur sempre una violenza. Io l’ho raccontato a poche persone. Di queste poche persone la maggioranza mi ha creduta, ma non sapeva esattamente cosa dirmi. C’è stata una minoranza che mi ha detto che me lo sono inventata, che era impossibile, non esistono donne che stuprano altre donne. È come dire che un cavallo stupra un essere umano. Non ho mai fatto nomi. Nessuno sa il tuo nome, il tuo volto, nessuno sa dove vivi, come ti chiami, chi è tuo padre, chi è tua madre. Nessuno sa nulla, per questo puoi fare sogni tranquilli. Non m’interessa denunciarti, non mi è mai interessato. Non sono tipa da mettere alla berlina le persone. Sono stata empatica abbastanza da chiedermi cosa sia saltato per la testa a te, pur non avendoti mai giustificata. Se adesso ti scrivo è proprio perché non ho nulla da nasconderti. Questo è solo un atto di coraggio, l’ennesimo che compio per arrivare finalmente alla conclusione che non ci lega niente. Ho pensato, all’inizio, che essere in parte lesbica fosse essere come te. Ho creduto erroneamente che tu amassi le donne. E invece no, cara R., tu non ami né potrai amare mai una donna, a differenza mia. Non puoi dire di amare le donne se in passato ne hai violentato una. Non puoi amare le donne se usi il loro corpo come se fosse un giocattolo, se lo schiacci con il tuo peso, se dici loro di toccarle quando sono incoscienti. Non puoi amare le donne e neanche i bambini. Non puoi amare i bambini se li privi della loro innocenza, se li costringi ad atti sessuali contro la loro volontà, se li zittisci imponendo loro la tua sessualità malata. Quando io spoglio dolcemente una donna e ascolto il suo corpo fino a portarla al piacere, lo faccio con rispetto, con amore, con dedizione. Ogni donna per me è un mondo da scoprire, è un essere così completo nella sua potenza e dolcezza che quasi mi stupisco che esista. Le carezze d’amore che condivido con le donne mi rendono quella che sono. Una donna che ama le donne. Qualcuno direbbe “una lesbica”. Non m’interessa del nome, dell’etichetta. M’interessa di amare e rispettare le donne giorno dopo giorno. Mi interessa di lottare per i loro diritti, che poi sono anche i miei diritti. Se immagino il mio futuro, immagino una moglie al mio fianco e magari una figlia. Vorrei essere una madre, vorrei avere una famiglia.
Per anni ho creduto che questo stupro fosse ciò che ci unisse, che fosse qualcosa di cui vergognarmi, un fardello di cui non mi potevo mai liberare. E, invece, è proprio questo stupro la mia forza, è il punto di partenza, ciò che mi ricorda ogni giorno quanto siamo diverse. Lo stupro conferma che simili non lo saremo mai, che io amo le donne e tu no. Questo filo è stato spezzato, come vedi io e te non potremmo essere più lontane l’una dall’altra. Sei una persona senza amore, io sono una persona che ama ogni giorno, che mostra affetto e dolcezza in ogni cosa che fa. Hai rubato la mia infanzia, questo credo che tu lo sappia, ma non mi toglierai mai la mia dolcezza e la mia emotività. Nonostante io ancora oggi abbia problemi a fidarmi delle persone, nonostante io abbia continuamente paure, talvolta immotivate, l’amore è la forza che mi fa continuare questo tortuoso viaggio che è la vita. Io ho una vita piena d’amore, anche se non è il classico amore romantico che tutti chiamano “relazione”. Un giorno forse avrò anche quello, ma per ora non m’interessa. Mi hai potuta zittire quando avevo sette anni, mi hai potuto rubare l’innocenza e far scomparire il sorriso sul mio volto, ma non potrai mai rubarmi la voglia d’amare. Cara R., io ti ho perdonata. Non sono più arrabbiata con te. Non ho problemi a parlare con te. Ti ho sempre guardata negli occhi, non ho mai avuto il timore d’incontrarti. Sei tu quella che abbassa la testa quando mi vede, sei tu quella che mi evita. Non ho bisogno di una risposta, di un perché. Non più, non m’interessa saperlo. Spero solo che tu ci abbia riflettuto, che tu abbia capito la gravità delle tue azioni, sempre se questo possa servire a qualcosa. Non devi scusarti con me. Non varrebbe a nulla. Quella piccola donna che tu hai violentato adesso è una guerriera ed è finalmente libera. Non ci lega più nulla, il filo è stato spezzato. Sei libera anche tu e sei perdonata. Adesso io e te siamo separate, abbiamo due vite opposte e ognuna può lavorare alla sua autonomamente. Non ti auguro la morte, cara R. Ti auguro tanta felicità ed il meglio che la vita ti possa offrire. Ti auguro di diventare una donna che rispetta le donne. Ti auguro di poter imparare un giorno cosa sia l’amore e d’essere forte quanto lo sono io. Io ti ho voluta davvero bene, non ho mai smesso di volertene nonostante la rabbia e l’indignazione. Ti auguro la libertà, quella che io ora sto abbracciando.
Non c’è più nessun segreto, è finito tutto.
Possiamo aprire gli occhi, tutte e due.”

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​”Dear R.,

I’m sure you still remember me, even if a lot of time passed since the last time we met and we shared something together. We were really young. You were young, I was even younger. I remember that we played together, we made drawings, we invented stories, we gave each other hugs and kisses. I still have pictures of us, of when I was a child. When I look at them again I remember those times, how far they are, they will not come back. They are trapped in a time we lost, in a time you shred. I asked myself multiple times, why you teared everything apart. Why you wanted to soil our relationship with something like that. Why didn’t you love me anymore. Why you forced me to do things I didn’t want to do. Why you told me I didn’t have to tell anyone. I imagined for years our meeting: in my fantasies I asked you why and you apologized. I went on in my life with that awareness. I had to face that memory for the first time when I was 14. For the first time in my life I understood I liked women. I had troubles accepting what I am. I thought it was something dirty that bounded me to you. I was afraid I became a lesbian like you. Yes, for me you were nothing but a lesbian. I thought lesbians were dirty, disgusting, evil people, that force people to do things against their will. Pictures of two women kissing disgusted me. When I was 14 I had to understand that I am what I am because I was always like that, that you have nothing to do with that, that I couldn’t go on being unhappy. I had to accept that women give me something men don’t and that this “something” makes me feel good. At the same time I had to forgive you. I dreamed about forgiving you. I dreamed about embracing you. I asked you once again “why?” and you told me you were sorry. I told you also about the girls I was interested in, as if you could be the best person I could speak to about this theme, as you could understand me. You were and you still are for me “the lesbian”. I thought that experience was a premature homosexual experience, I closed it in drawer to not see it anymore. I thought that accepting myself I would have forgot about what happened to me. Now at 23 I know that I could never forget something like this. I forgave you, I forgive you every day, but there is still a thread connecting us. I want to cut it, that’s why I’m writing this letter to you. You forced me to shut up, to keep this secret. Your violence was silent, but it was still violence. I told just a few people about it. The most of them believed me, but didn’t know what to tell me. A few people told me that I invented it, that it was impossible. Women raping women don’t exist. It’s like saying a horse can rape a human being. I told no one your name. Nobody knows your name, your face, nobody knows where you live, who’s your father, who’s your mother. They know nothing, you can sleep well. I don’t want to press charges against you, it never was my interest. I don’t want to ruin your reputation. I’ve been empathic enough to ask my self what came to your mind, even though I never justified your actions. If I’m writing to you right now it’s because I have nothing to hide. This is just an act of courage that I make to come to the conclusion that nothing bounds us.  At first I thought that being lesbian was like being in part like you. I thought that you loved women. But I was wrong. Dear R., you don’t love nor could you ever love a woman. You can’t say you love women if in the past you raped one of them. You can’t love women if you use their bodies like it’s just a toy,  if you squash them with your weight, if you tell them to touch you when they aren’t conscious about what they’re doing. You can’t love women nor kids. You can’t love children if you steal their innocence, if you force them to sexual acts against their will, if you silence them by imposing them your sick sexuality. When I undress sweetly a woman and I listen to her body bringing her to pleasure, I do this with respect, with love, dedication. Every woman is a world to discover for me, it’s such a complete human being in her strength and sweetness that I’m even surprised she exists. Love caresses that I share with women make me who I am. A woman who loves women. Somebody would say “a lesbian”. I don’t care about the name, the label. I care about loving and respecting women day by day. I’m interested in fighting for their rights, that are my rights too. When I think about my future I imagine myself with a wife by my side and maybe a daughter. I’d love to be a mother, I’d love to have a family. I thought this rape was the thing that unites us, that was something I had to be ashamed of, like a burden I could never free myself from. However, this rape is my strength, it’s a starting point, what reminds me everyday how different we are. That rape confirms that we will never be similar, that I love women and you don’t. Nothing unites us anymore, we could never be so far away from each other. You are a person without love, I’m a person that loves every day, that shows affection and sweetness in everything she does. You stole my childhood, I think you know that but you’ll never take my sweetness and my sensitivity away from me. Although even today I have problems to trust people,although I am sometimes afraid for no reason, love is the force that makes me keep going on this difficult journey called life. I have a life full of love, even though it isn’t the classical romantic love that everyone calls “relationship”. Maybe one day I’ll have that as well, but I’m not interested right now.
You could have silenced me when I was seven, you could have stolen my innocence and made my smile fade away, but you could never steal my desire to love. Dear R., I forgave you. I’m not angry with you anymore. I’ve no problems in talking to you. I always looked into your eyes, I’ve never been afraid to meet you. You’re the one bowing your head when you see me, you’re the one avoiding me. I don’t need an answer, I don’t need to know why. Not anymore, I don’t care. I only hope you thought about it, that you understood the gravity of our actions, if it means something. You don’t need to apologize. It doesn’t make any sense. That little woman you raped now is a warrior and she’s finally free. Nothing unites us anymore, the thread has been cut. You’re free as well and you have been forgiven. We are now separated, we have two opposite lives and both of us can live seperately her own life. I don’t want you to die, dear R. I wish you happiness and the best life could offer you. I hope you will be one day a woman that respects women. I hope that you will be able to learn one day what love is and that you will be as strong as I am. I really loved you, I never stopped from loving you despite the anger and the resentment. I hope you’ll free, like I am now.
There’s no more secret anymore, everything’s over.
We can finally open our eyes, both of us.”

December 17

L’orgasmo vaginale non esiste (e vi spiego perché) — febbraio 4, 2018

L’orgasmo vaginale non esiste (e vi spiego perché)

[English translation below]

The clitoris has no other function than that of sexual pleasure.

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Anne Koedt – Il mito dell’orgasmo vaginale per il femminismo 

Anne Koedt, femminista radicale americana, nel suo saggio del 1968 intitolato “Il mito dell’orgasmo vaginale” ha voluto sfatare il mito dell’orgasmo vaginale, educare riguardo il piacere sessuale femminile, basandosi anche sulle recenti ricerche di Alfred Kinsey. Critica apertamente il concetto di frigidità femminile elaborato da Freud, che credeva erroneamente che il sesso sia penetrativo e che una donna che non provi piacere in questo modo debba andare in cura. Per decenni si è creduto in questo mito della frigidità femminile, ma il numero elevato di donne “affette” da questa “patologia” era talmente elevato che anche gli esperti hanno dovuto fare marcia indietro. Secondo il paradigma patriarcale, la donna per essere donna avrebbe dovuto abbandonare la sua sessualità adolescenziale, quella clitoridea, per abbracciare il “piacere vaginale”. L’instaurazione di questo modello sessuale si è rivelato, però, un tentativo da parte dell’uomo di imporre alla donna un modo di vivere il sesso che non le appartiene, contrario alla sua autonomia e per questo innaturale.

Ma perché Freud era così critico nei confronti delle donne a cui non piaceva la penetrazione, da lui viste come “frigide”?

Perché per lui stesso la donna era un non-uomo, un individuo inferiore perché privo di pene e che, anzi, invidiava l’uomo perché ne ha uno. Freud ha giustificato i suoi preconcetti sulle donne elaborando una teoria che normalizza la loro inferiorità. In questo modo, ad esempio, si sono giustificati gli interventi chirurgici di riduzione delle piccole labbra. Il danno più grave, però, è stato quello di far credere alle donne di essere sbagliate. E ancora oggi donne e uomini disinformati parlano di “orgasmo vaginale”.

In realtà l’unico tipo di orgasmo esistente è quello clitorideo, come evidenziato dagli studi di Masters e Johnson. L’idea che esista un orgasmo vaginale è erroneo: l’orgasmo clitorideo avviene per stimolazione diretta della clitoride, mentre quello impropriamente detto “vaginale” avviene per stimolazione indiretta, tramite penetrazione. Il raggiungimento dell’orgasmo tramite il coito è, però, piuttosto rara negli individui di sesso femminile. Difatti, la stimolazione della clitoride tramite autoerotismo è stata associata alla massima intensità fisiologica della risposta orgasmica della donna, seguita dalla stimolazione esterna effettuata dal partner. Il livello minimo d’intensità nella risposta degli organi bersaglio veniva registrato durante il coito.

Anne Koedt si rifà a queste nuove scoperte scientifiche, contrarie a quelle freudiane, e ne approfitta per parlare di liberazione della sessualità femminile e di una nuova idea di sesso, diverso da quello definito come standard. In questo modo la donna sarà vista come un essere umano pari all’uomo, che vuole condividere l’atto sessuale in maniera uguale. Tuttavia, l’idea che il sesso non sia penetrativo mina l’istituzione patriarcale, in quanto gli uomini temono di diventare sessualmente superflui se la clitoride viene sostituita alla vagina come centro del piacere. Se si considera l’anatomia, afferma la Koedt, l’inserimento del pene nella vagina è perfetto per la riproduzione, ma non per la stimolazione sessuale, perché la clitoride è collocata all’esterno e più in alto.

Ma perché allora si diffondono ancora falsità sul piacere femminile?

Perché viviamo in un mondo patriarcale, perché esiste un sistema di oppressione, il genere, per il quale gli individui di sesso maschile opprimono quelli di sesso femminile. L’oppressione delle donne è ANCHE oppressione sessuale. Il sesso è stato ed è ancora uno strumento di asservimento della donna. Finché non si libererà il sesso dalla penetrazione obbligatoria, dall’idea che “se a una donna non piace la penetrazione il problema è il suo” non si arriverà mai all’effettiva liberazione femminile, né sociale né sessuale. Finché l’eterosessualità viene vista come la norma e non come uno dei possibili modi di vivere la propria sessualità, si manterrà l’oppressione femminile.

Carla Lonzi, la donna clitoridea, la donna vaginale e l’idea di sessualità liberata

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Carla Lonzi a sua volta affronta in “Sputiamo su Hegel” il problema del fallocentrismo e la tematica dell’orgasmo femminile. Il saggio “La donna clitoridea e la donna vaginale” si apre proprio così: “Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene. […] Nell’uomo il meccanismo del piacere è strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono. Avere imposto alla donna una coincidenza che non esisteva come dato di fatto nella sua fisiologia è stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione.” (p. 61). Nel saggio Carla Lonzi mette in evidenza come l’orgasmo vaginale sia un mito creato dall’uomo per mantenere lo stato di asservimento della donna, negando la sua esistenza come essere autonomo. Il piacere clitorideo, come aveva evidenziato anche Anne Koedt, è pertanto visto come potenziale minaccia perché è diretta dimostrazione che l’uomo non è indispensabile per la donna e pone le basi del rapporto sessuale come reciproco scambio di piaceri fra soggetti. Lonzi ci ricorda anche che il modello di passività imposto sulla donna si ripercuote su di lei su vari punti di vista: prima di tutto, negando la clitoride come centro del piacere e poi arrivando all’idea che la sessualità della donna sia necessariamente passiva. “Ci si chiede: ma perché la vagina è passiva? Non si può avvertire come qualcosa che prende, che agisce, invece di qualcosa che accoglie, si uniforma e subisce?” (pp. 75-76)

La clitoride è vista dalla scrittrice come un organo che debba essere equivalente al pene, ma “equivalenza non significa uguaglianza in dimensione ridotta. Infatti non si erige, non penetra, non emette sperma né orina, quindi non può fornire alla donna alcuna partecipazione a quelle esperienze tipiche della virilità a cui è collegato il mito fallico patriarcale. Ha invece una particolarità unica: permette orgasmi multipli e ininterrotti se sottoposto a stimolazione adeguata” (p. 105)

È necessario che in futuro il sesso non coincida più con penetrazione. È importante che gli atti sessuali diversi dal coito non siano visti come “preliminari” o “masturbazione”. Sesso dovrà inglobare qualunque atto che porta al reciproco piacere e l’unica differenza fra autoerotismo e sesso sarà dato unicamente dall’assenza o presenza del partner (p. 79).

Riscoprire il piacere clitorideo è la via della libertà per la donna. Allora il sesso non sarà più un’esperienza traumatica per nessuna donna, ma unicamente un reciproco accarezzarsi e toccarsi di corpi fra individui pari.

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[Translation]

Vaginal orgasm? It’s just a lie!

Anne Koedt, American radical feminist, in her essay “The myth of vaginal orgasm” (1968) debunks the myth of vaginal orgasm and educates about female sexual pleasure, according to the recent research done by Alfred Kinsey. She openly criticizes the Freudian concept of frigidity, who believes sex means penetration and that a woman should be cured, if she does not experience pleasure during what is commonly associated with the term “sex”. For decades experts believed in the myth of female frigidity, but the high number of women who “suffered” from this “disease” was so high that they had to do a step back. According to the patriarchal paradigm, the woman would have to abandon her clitoral sexuality to be fully a woman, she would have to embrace the “vaginal pleasure”. However, the establishment of this sexual model has been an attempt by men to impose on women an unnatural way of living sex and sexuality, that is contrary to their anatomy.

But why was Freud so critical of women who did not like penetration, whom he saw as “frigid”?

Because he believed a woman was a non-man, a lower individual because she doesn’t have a penis and who envied men for having one. Freud justified his prejudices against women by developing a theory that normalizes their inferiority. In this way, for example, surgical procedures for reducing the labia minora are justified. The most serious damage, however, was to make women believe they were wrong in their own bodies. And even today, uninformed women and men spread the myth of “vaginal orgasm”.

In fact, the only type of existing orgasm is clitoral, as evidenced by the Masters and Johnson’s research. It is erroneous to think that a vaginal orgasm exists: the clitoral orgasm occurs by direct stimulation of the clitoris, whereas what is wrongly known as “vaginal orgasm” happens when the clitoris is indirectly stimulated (through coitus). The achievement of orgasm through coitus is, however, rather rare in females. In fact, stimulation of the clitoris through masturbation has been associated with the maximum physiological intensity of women’s orgasmic response, followed by external stimulation performed by the partner. The minimum intensity level in the response of the target organs was recorded during coitus.

Anne Koedt refers back to the new scientific discoveries, opposed to the Freudian ones, and talks about the liberation of female sexuality and a new idea of ​​sex, which is different from the patriarchal standard. In this way women will be seen as human beings equal to men. However, the notion that sex is not penetrative undermines the patriarchal institution, as men fear to become sexually superfluous if the clitoris replaces the vagina as a centre of pleasure. If we think about anatomy, Koedt states, the insertion of the penis into the vagina is perfect for reproduction, but not for sexual stimulation, because the clitoris is located externally and higher up.

But why are myths about female pleasures so widespread?

Because we live in a patriarchal world, because there is a system of oppression, gender, that ensures male supremacy over women. The oppression of women is ALSO a sexual oppression. Sex has been and still is a means to perpetrate women’s subjugation. As long as sex won’t be free from compulsory penetration, from the idea that “if a woman doesn’t like penetration, that’s HER problem”, neither the sexual nor the social female liberation will ever occur. As long as heterosexuality is seen as the “norm “and not as one of the possible ways of living one’s sexuality, female oppression will be maintained by the patriarchal system.

Carla Lonzi – “Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale”

Carla Lonzi, just like Koedt, addresses the issues of phallocentrism and female orgasm in “Sputiamo su Hegel”. The essay “The Clitoral and the Vaginal Woman” opens with the following statements: “The female sex (organ) is the clitoris, the male sex (organ) is the penis. […] In men the mechanism of pleasure is strictly connected to the mechanism of reproduction, in women the mechanism of pleasure and the mechanism of reproduction communicate but do not coincide. To have imposed upon women a coincidence that has not existed as a given of fact within her physiology has been an act of cultural violence that has a comparison in no other type of colonisation.” (p.61).

In the essay, Carla Lonzi highlights how the vaginal orgasm is a myth created by men to maintain the state of enslavement of women, denying their existence as autonomous beings. Clitoral pleasure, as also pointed out by Anne Koedt, is therefore seen as a potential threat because it is a direct demonstration that men are not indispensable for women and lays the foundations of sexual intercourse as a mutual exchange between equal subjects. Lonzi also reminds us that the model of passivity imposed on women affects them for many reasons: first of all, by denying the clitoris as the centre of female pleasure and by depicting women’s sexuality as passive. “One may ask: but why is vagina passive? Why cannot we see it as something that takes, that acts, instead of something that receives, that conforms, that suffers?” (pp. 75-76)

The writer argues that the clitoris should have a relation of equivalence with the penis inasmuch as a centre of pleasure,  but “equivalence does not mean equality in a reduced dimension. In fact [the clitoris] does not become erect, does not penetrate, emits neither sperm nor urine, thus it cannot provide to women participation in the typical experiences of virility, connected to the phallic patriarchal myth. It has, instead, a unique particularity: it allows multiple and uninterrupted orgasms if subjected to adequate stimulation” (p. 105)

In the future sex should no longer coincide with penetration. It is important that sexual acts other than coitus are not seen as “foreplay” or “masturbation”. Sex will have to incorporate any act that leads to mutual pleasure and the only difference between autoeroticism and sex will be given solely by the absence or presence of the partner (p. 79).

Rediscovering clitoral pleasure is the way for women’s liberation. Then sex will no longer be a traumatic experience for women, but only mutual caresses between equals.

[Fonti/References]

Lonzi, C. (2010). Sputiamo su Hegel e altri scritti. Milano: Et al.

Orgasmo femminile negli individui di sesso femminile

Il mito dell’orgasmo vaginale – Wikipedia

Koedt, Anne (1968). “The myth of the vaginal orgasm”. Notes from the Second Year.

 

Io, gay, femminista e contro la GPA — gennaio 26, 2018

Io, gay, femminista e contro la GPA

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Intervista a Vincenzo

Come descriveresti la parola “femminismo”? Cosa ti rende femminista? Come ti ci sei avvicinato?

Per me il femminismo è la consapevolezza del sessismo cui sono state vittime le donne nel corso dei secoli, ma anche una rivendicazione di uguaglianza tra maschi e femmine, nonché un superamento dei ruoli di genere che ancora oggi ci rendono stereotipati e svantaggiati su moltissimi aspetti. Mi sono avvicinato al femminismo grazie alla pagina Facebook “Le cagne sono animali meravigliosi”, anche se le mie idee erano già orientate verso di esso. Per fare un esempio, fin dall’adolescenza notavo (e biasimavo) la disparità inerente alla sessualità tra maschi e femmine: se un amico raccontava di aver fatto sesso con una ragazza riceveva congratulazioni e stima; se a raccontarlo era un’amica, riceveva epiteti come “zoccola”, “puttana” e via dicendo.
Da questi semplici, banali episodi iniziai a capire che la nostra società è profondamente misogina, e che l’unico modo per migliorarla è quello di mettere uomo e donna sullo stesso livello sociale, andando oltre le differenze biologiche.

C’è una correlazione fra comunità LGBT+ e femminismo?

Bella domanda. Se parliamo di lotta alla discriminazione e alla violenza, sì, la correlazione c’è.

Cosa ne pensi della recente spaccatura fra Arcilesbica ed Arcigay sulla maternità surrogata? Secondo te la paternità è un diritto?

Partiamo dal presupposto che la paternità non è un diritto. Anzi, premettiamo che un bambino non è un diritto, bensì un essere umano con dei diritti. La cosa è ben diversa, se vista con oggettività. Condivido la posizone di Arcilesbica sulla maternità surrogata. Va detto che a questa pratica vi ricorrono perlopiù coppie eterosessuali, motivo per cui non comprendo l’indignazione di molti rappresentanti di Arcigay. Io non ritengo giusto un mondo nel quale si stipula un contratto in cui si stabiliscono prezzi, spese legali e sanitarie e il compenso della madre surrogata. Passerebbe il triste messaggio che solo chi ha la possibilità di avere tanti soldi può adottare un bambino, comprandolo e sfruttando il corpo della donna. E non dimentichiamo cosa succederebbe se il bimbo non presentasse le peculiarità prospettate dai genitori adottivi. Stiamo parlando di un contratto commerciale che ci trasforma in merce, non di un atto d’amore. Se bastasse l’amore, non si ricorrerebbe ad una pratica così barbara.

Come credi sia la situazione in Italia per la comunità LGBT+? Ti senti discriminato? Cosa credi possa essere migliorato?

Penso che si debbano fare ancora dei grandi passi, tra cui abbattere i ruoli di genere e gli stereotipi. La situazione è lievemente migliorata, ma la discriminazione persiste. E va anche detto che le molteplici forme di discriminazione omofobica vanno a braccetto con quelle di matrice misogina, di cui molti omosessuali si rendono deliberatamente autori. La maggior parte degli omosessuali ha ancora un prototipo di maschio stereotipato. Basterebbe fare un giro su alcune chat come Grindr e Romeo. Nelle didascalie di questi grandi paladini della lotta alla discriminazione, leggi frasi come “Non accetto effeminati o checche, ma solo maschili”. Dunque il maschio deve per forza essere rude e possente, mentre se non lo è viene etichettato come effeminato. Capisci qual è il problema? Il fatto che maschi e femmine siano biologicamente diversi viene inteso come scusante per imporre un ruolo ai singoli individui. Dov’è scritto che il maschio debba essere rude? Perché non ci si accorge che l’avversione per i ragazzi considerate “checche” è il frutto della misoginia? Quindi sì, mi sento discriminato.

E per quanto riguarda i diritti delle donne? Quali credi siano le prossime mosse da fare?

L’unica mossa sta nel superare i ruoli di genere, in modo da avere una società basata sull’uguaglianza.
E’ chiaro che ottenendo un superamento di una tale portata non ci saranno più i presupposti per rendere le donne più precarie rispetto agli uomini nel mondo del lavoro, né più deboli né dipendenti da lui. La discriminazione tocca anche noi uomini, per cui dovremmo essere più compatti per il raggiungimento dell’obiettivo.

 

I’m a barbie girl? — gennaio 18, 2018

I’m a barbie girl?

di Sarah Soldini

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A perfetta dimostrazione che uccide più il consumismo del patriarcato, nonostante siano, purtroppo, correlati indissolubilmente, nel 1959 in America inizia la commercializzazione del giocattolo forse più venduto al mondo: la Barbie. Sfido chiunque a non sapere di che si tratti. Era una bambola rivoluzionaria per i tempi, date le sue fattezze di donna adulta. Rivoluzionaria perché fino ad allora venivano solo prodotte bambole raffiguranti neonati, a parte una bambola tedesca che si chiamava Bild Lilli, che non ebbe gran successo, anche perché inizialmente era stata creata come oggetto per adulti. Aveva un aspetto da pin up, era in pratica quelle che oggi definiremmo un’action figure, derivata da un fumetto dei tempi.

Da ormai dieci anni dall’instaurazione del capitalismo si è fatta strada a grossi passi una nuova tendenza, definita dallo stesso Marx come “feticismo della merce”, ovvero il consumismo. Gli economisti, come l’americano Lebow, la definiscono con queste parole:

“La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo al nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo…”

e questo è più o meno l’inizio della fine. Incominciano in quegli anni i primi bombardamenti pubblicitari su larga scala e la nostra neo nata Barbie è la prima bambola, o addirittura il primo giocattolo, a venire pubblicizzata in maniera massiva anche in televisione. In quegli anni si sviluppa l’idea della donna oggetto, della casalinga felice e realizzata con il suo nuovissimo tostapane o ripresa felice e sognante davanti alla sua nuova lavatrice. Si fa strada l’idea di come la nostra donna si debba presentare, e cosa c’è di meglio che inculcarlo nelle giovani menti dei bambini degli anni ’60 se non attraverso un oggetto d’uso quotidiano? Le prime bambole commercializzate erano, in realtà, more e bionde, ma prestissimo le more sono sparite dagli scaffali lasciando spazio solo alle biondissime, giusto per indicarci qual era il modello di bellezza che si voleva portare avanti. Dicevo, queste bambole bionde, statuarie, perfette, dalle gambe lunghe e affusolate, seni alti e perfetti, di misure assolutamente proporzionate da modella (anoressica), con i lunghi capelli morbidi e setosi entrarono nelle case di tutte le bambine insegnando loro che cosa la società pretendeva dai loro corpi e dalle loro menti. Alla bellissima Barbie aggiunsero poi un corollario di personaggi come l’affascinate e super scolpito addominali-a-tartaruga-Ken, suo marito, e vari altri personaggi che affollavano la loro bellissima casa, in piena atmosfera consumistica, dove bisognava creare sempre nuovi prodotti da vendere. Abbiamo, quindi, questa donna bellissima, sempre perfettamente truccata che si occupa della casa e del marito.

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Le pubblicità di ogni genere di bene materiale tendono sempre di più a mostrarci un’immagine da Barbie, interpretata da attrici in carne ed ossa. Ritengo che ciò non faccia che creare disagio nelle menti delle bambine, che capiscono che devono ambire ad avere un corpo perfetto e statuario e a desiderare una vita con un marito, al quale presentarsi sempre perfettamente acconciate e truccate in ogni momento della giornata. Solo così poteva avvenire la realizzazione della donna, presentata come una figura stupida ad uso e consumo del marito. E chissà se la prima mente che ha immaginato la Barbie, Ruth Handler, ci abbia mai riflettuto. Negli anni questa piccola creatura ha portato alla Mattel, la fabbrica che la distribuiva, una quantità di denaro inimmaginabile. Ha conquistato il favore di tutto il mondo. I collezionisti impazzivano per lei, le bambine l’adoravano e facevano comprare ai genitori ogni tipo di gadget, un successo forse mai più eguagliato per un singolo giocattolo. Ma più si diffondeva e più nessuno pensava agli effetti devastanti sulla figura della donna stessa. Da qui nascono le varie definizioni di associazione di idee bionda-senza cervello, forse anche incentivate da nuovi modelli di Barbie che parlavano e dicevano chicche tipo: ”La matematica è difficile”. Ci sono stati, però, alcuni film che hanno cercato, sotto forma di commedia, di far capire quanto ci fosse di sbagliato ad ambire ad essere una Barbie. Uno di questi è “La donna perfetta” di Frank Oz del 2004, con una bravissima Nicole Kidman, ma non era che un remake di un film del 1975, tratto dal romanzo di Ira Levin “La fabbrica delle mogli”. In sintesi, si denunciava la visione distorta della donna perpetuata dagli uomini, che in questa storia arrivavano anche non preoccuparsi minimamente di snaturare la loro moglie (spesso molto più in carriera o potente socialmente del loro lui) attraverso un processo computerizzato che le rendeva a tutti gli effetti delle bellissime bambole (Barbie) piegate al loro totale volere. Da notare anche il fatto, che, almeno nel film di Oz, si conclude che chi crea e innesca questo diabolico progetto è una donna, che rimpiange i bei tempi andati degli anni ‘50, dove tutto era perfetto e quella doveva essere il modello di perbenismo e perfezione a cui si doveva ambire in quanto femmine. Un po’ quello che ancora oggi ci sia aspetta da una donna ai tempi nostri! Il secondo grande momento di “contestazione” alla Barbie viene poi da una canzone Barbie girl del gruppo danese degli Aqua. Questa canzone è stata anche denunciata dalla Mattel, che rifiutava un interpretazione così aperta e reale del loro prodotto. Trattandosi, però, solo di una parodia, persero la causa. In questa canzone ci sono frasi, che fanno capire chiaramente che il fenomeno della barbiezzazione della donna ha conquistato anche il favore del pubblico maschile incentivato proprio ad “usare” la donna. Ritroviamo frasi di grande impatto, come: “You can brush my hair, undress me everywhere”, “Kiss me here, touch me there, hanky panky “,”You can touch, you can play, if you say ‘I’m always yours’“, “Make me walk, make me talk, do whatever you please, I can act like a star, I can beg on my knees, Come jump in, bimbo friend, let us do it again”. Frasi che direi si commentano da sole. Ma per fortuna negli anni subito dopo l’affermazione della mitica bionda di plastica, si afferma una nuova ondata di femminismo, un femminismo un po’ più moderno e radicale volto a distruggere il pensiero consumista e patriarcale e liberare le donne anche da questo genere di subdola oppressione. E avvengono casi, anche se certamente non correlati all’avvento dell’ondata femminista, documentati anche da numerose ricerche, in cui le bambine passano fasi adolescenziali in cui rifiutano a tal punto il modello inculcato loro durante l’infanzia, da far diventare le loro bambole oggetto di ogni genere di punizione, dalla decapitazione, alla semplice totale rasatura dei capelli, arrivando infine persino a metterle in forno. Questo forse la dice lunga più di ogni altra cosa. Oggi lottiamo più apertamente contro questi fenomeni così chiaramente sessisti e patriarcali, e forse le nuove generazioni non ne saranno più influenzate come magari è avvenuto in passato, perché per fortuna le cose stanno lentamente cambiando. Ma saremo pronte, se si ripresentasse il caso di un fenomeno di costume così forte, a riconoscerne e rifiutare immediatamente questi insegnamenti errati? Avremo la giusta memoria storica e la forza di non farci soggiogare le menti di nuovo? Mi auguro di sì, ma intanto mi godo la soddisfazione di vedere che le femministe non prendano sul serio la Mattel, anche se continua a cercare di entrare nelle loro grazie. Loro, però, non mollano! Vedi articolo su wired.it “La Barbie strizza l’occhio alle femministe (ma non convince) – La Mattel prova a cambiare faccia alla bambola simbolo dell’odierna discriminazione sessuale, ma non ne è capace.”

Go girls!

Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta” — dicembre 25, 2017

Men and feminism: a chat with “Il Maschio Beta”

[Italian version HERE]

This text is the result of the interview with “Il Maschio Beta”, whom I had the pleasure to meet some months ago. I really appreciate his engagement with feminist and LGBT+ issues and that’s why I want to share with you his points of view!

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How would you describe the word feminism? What makes you a feminist?

To me feminism is two things. First, an acknowledgment of the ultimate discrimination of human history, the sexism perpetrated by men against women: a mental structure that crosses all ages and all societies, and is so ingrained in our way of thinking that sometimes it is very difficult to acknowledge it.

The second part of my definition of feminism follows the acknowledgement and is the determination to address and fight this historical injustice; the goal would be to start conceiving every living person for what they are: people, and not something determined by their sex and/or gender. People often misunderstand “feminism” as limited to the fight for equal opportunities in the workplace, or little more than that; if we limit our definition to legal discriminations, it is easy to assume that once they have been corrected by the law, there will be no more need of feminism. However, the third wave of feminism has proven that there is still much more to be done, even in Western countries, because we have not addressed the core issues of the discrimination: we still blame women if they get raped, we still blame women not only when they leave their husbands but also when it is the husbands who leave them, we still consider women little more than what’s between their legs and judge them both if they do sex and if they don’t do sex (slut-shaming is alive and well everywhere), we dismiss women’s issues as trivial, we rarely acknowledge the low or bad presence of women in media… In other words, we are still far from considering women people in their own right.
I chose to become a feminist because I wanted to help other human beings achieve the status of person that I enjoy simply for being a man; and also, if I may be totally honest, because I know that equality and respect are the future and when my children are going to ask me what I did to rectify this situation, I do not want my answer to be “I did nothing”.

– When did you start to define yourself as a feminist? Why would you think men should use this term?
I actually have a very specific date for that! It was the 24th September 2014, after I heard Emma Watson’s speech at the UN where she launched her #HeForShe campaign: she was summoning men to support feminism and I got the call. I had always been convinced that women deserve equal opportunities and equal treatment but back then I saw no way I could possibly be of any help: the issues were so widespread and deep, I could not even begin thinking about it! Besides, I was very reluctant to identify as a feminist: first because I thought that it was women’s business and that as a man I could have no part in it; but secondly because I was still convinced that such a word implied “misandry”! Oh well, the things you later get to be ashamed of… Getting to know more and more feminists – online and live – I grew out of that dissatisfaction and today I find that for all intents and purposes identifying as feminist suits me quite fine. I am of course aware that some activists would rather prefer men to identify as “allies” or “pro-feminists”; I am fine with that, too, but I see that “feminism” still carries a stigma that as a man I would like to help dismantle: I am a cis straight white able-bodied man (a Default Man, to quote Grayson Perry) and if I find no fault in using this term, then maybe other men will follow and find it appealing in their turn. Let’s keep in mind that for the average Default Man feminism in itself is still a lot to process, so I think we should keep alternative labels like “pro-feminist” or “ally” on the side for a moment…

Why did you open the blog “Il Maschio Beta”?
I opened my blog and the related Facebook page almost two years after I officially became a feminist. During the previous few weeks I had been feeling slightly unwelcomed in the feminist groups I was attending (one live here in London and the other online); I sensed a bit of rejection on a personal level but the main issue had to do with my role as a male in a feminist group: how was I allowed to talk about women in groups where women wanted to talk about themselves? Or about men in groups where one of the biggest concerns is not making everything “about men”? (and reasonably so…) Or was I just expected to listen? And what then? How was I expected to actually start changing things? Back then I was helping a friend admin-ing a pace on Facebook and after I wrote a post asking men to stop being silent in front of femicides she suggested I could open a blog. Inspired by the suggestion, and by the example of other feminist blogs I admire, I created both the blog and the Facebook page related. Now I finally have my space where I can talk as a man to other men, thus – hopefully! – avoiding any charge of mansplaining… In time, I started using the blog not just for my own posts but also for translations of articles from other languages and as a tool for popularization; and I started using the Facebook page to bring to men not just the most obvious of women’s issues (gender pay gap, rape culture…) but also as a platform to raise awareness about a number of issues, from male and white privilege to LGBTQ+ rights, from racism to fatherhood and mental issues…

According to you, how feminism can be beneficial to men?
As I said in a previous answer, I became a feminist after listening to Emma Watson’s speech. One of her main arguments to invite men to join the cause was the damage made by patriarchy to men; I can safely say after spending some time thinking about men and masculinities (as well as after having my own experience of how damaging the preconceptions on masculinity can be) that it is all – unfortunately – very true: from the psychological pressure to “be a man” to the increased number of suicides, most of the perceived illnesses of menfolk that some would like to blame on feminism are actually the patriarchy’s fault; therefore, embracing a more tolerant and welcoming culture can only do good to men. And this does not only apply to Default Men such as myself: there are categories of men that we rarely acknowledge as men but who are men alright! Gay people, for a start: a few days ago, I was reading the results of a survey from where it emerges that what most gay men are scared of is being seen as feminine, as not manly enough. One of the core teachings of feminism, at least to me, is that being associated to females and/or femininity is not something to be ashamed or scared of (maybe only when it is a pinky and sugary tool of patriarchy aimed at perpetuating submission – but this is another matter). How much good would our gay brothers receive if we did not contribute to make them feel guilty for what they are and ashamed of themselves? And a similar reasoning can be applied to every man who does not belong to a respected group: poor men, black men, trans men…
(By the way, case in point: we are so used to thinking of “man” as equivalent to “Default Man” that we forget a man can perfectly not be a cis straight able-bodied white man…)

If you think about the Italian society, what do you think could be improved in terms of women’s rights?
If we stick to legal rights, the first two widespread (and, I find, very underrated) discriminations that come to mind concern housewives and prostitutes. Italian welfare state still depends on women’s availability to make house chores and attend to childcare; however, this all happens for free: housewives still do not get paid for what they do, a residue of an age when the acknowledged social contract was that the man went out to provide for the family and the woman stayed in the house to maintain the house, cook and clean. Of course, many more women now have a job of their own, and fathers apparently have started attending a bit more to their own children, but the weight of the house care still falls heavily on the woman (OCSE-Sole 24Ore) Either we start paying housewives (but I’m not sure this could be feasible financially for the State) or we seriously commit to changing something: allowing women more flexibility with their jobs, or granting extended paternity leaves to men and making sure that they take them, finding a balance between the two, or something else entirely… I am not an economist so I don’t know what would work better; the problem, however, is there nonetheless and we’d better find a solution soon.
The other problem I mentioned is prostitution: there is an unaccounted number of women enslaved by men and other women to provide sex for men, most of them trafficked thanks to ties with organized crime, and this is already an incredibly serious issue, no less serious than slavery in tomato fields in Southern Italy (caporalato), but considered almost tolerable because “it’s the oldest job in the world”. There is also the case of many women who start selling sex out of poverty: sometimes we read in the news that female students yield to economic pressures and start prostituting themselves and on occasion we also read of job ads for women (care of old people but also the usual office job…) where it is hinted (never explicitly stated, God forbid!) that an availability to perform sexual services is requested. No matter what we can think of prostitution as an issue: as long as women are brought up thinking that renting their bodies is a viable solution to escape poverty, there is something wrong with our society (if not else, because men are never asked to do the same).
This leads to a second part of my answer, which covers attitudes that cannot be mended with the law but which still need some thinking. As I mentioned in my first answer, we still live in a deeply misogynistic society, and Italy is even more so than our Western partners. It does not help to reply that until a few weeks ago women could not drive in Saudi Arabia: we should aim for the best, not compare ourselves to what lies behind us! We need to change the mentality of a country that still reeks of Latino chauvinism, Catholic moralism, and Fascist machismo: men must learn to take responsibility for sexism, racism and any discrimination they contribute to; women should stop fighting each other because of a misunderstood self-righteousness (the “I’m not like the other women” attitude); when it comes to sexual aggressions such as revenge porn, rape, femicide, we should stop blaming the women (who more often than not merely made choices we just may not like), and start blaming the men if there is malice on their side; overall, we all should start thinking that women can do just as much and as well as a man, in politics, economics, the industry, the military, education…

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze — ottobre 23, 2017

Femminismo radicale vs. femminismo liberale – le differenze

 

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Quali sono le differenze tra femminismo radicale e liberale? Scopriamole insieme!

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La corrente femminista liberale si afferma negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento. Si tratta della cosiddetta “prima ondata” del femminismo.
In generale il femminismo liberale si prefigge la parità giuridica e politica fra i sessi. Non vuole modificare la società capitalista, ma solo migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, lottando quindi contro la cultura dello stupro e in favore della libera scelta di ciascuno su ogni campo. Il femminismo liberale ha storicamente lottato per far sì che alla donna fossero concessi gli stessi diritti che ha l’uomo. La sua parola chiave è uguaglianza. Harriet Taylor e John Stuart Mill, ad esempio, nella loro opera del 1851 L’emancipazione delle donne rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.

Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, il femminismo radicale. Il femminismo radicale, che pure si è battuto in prima linea per diritti fondamentali per le donne come quello d’aborto, si è sviluppato perché ha pensato che l’interpretazione socialista e liberale del femminismo fossero insufficienti. Vuole eliminare il problema “alla radice”, per questo si dice radicale. In questo caso “radicale” non è sinonimo di “estremista”, al di là di quanto si possa credere. Il femminismo radicale, a differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che costringe uomini e donne in categorie. Del tipo: tu sei donna, ti devono automaticamente piacere i bambini. Tu sei uomo, ti deve piacere il calcio. Il femminismo radicale non è individualista, ma considera le donne come classe oppressa storicamente dagli uomini, che hanno negato per secoli e secoli la loro umanità, rifiutandosi di accettarle come loro pari. Secondo, ad esempio, il gruppo delle Redstockings, il razzismo, il capitalismo, l’imperialismo e qualsiasi altra forma di oppressione non sarebbero altro che estensioni della superiorità maschile. Kate Millett in Sexual Politics (La politica del sesso) parla di sessismo come base del sistema patriarcale. Un’altra storica femminista radicale, Shulamith Firestone in The Dialectic of Sex (La dialettica dei sessi) afferma che la sottomissione delle donne è avvenuta a causa della loro stessa “biologia”, ovvero la capacità di portare avanti la specie, di cui gli uomini si sarebbero approfittati per sottometterle. Auspica una liberazione della donna dalla sua “condizione biologica”, la possibilità di autodeterminazione e d’indipendenza economica di donne e bambini, nonché la loro piena integrazione nella società. Dal suo punto di vista, in una società rivoluzionaria femminista progredita tecnologicamente, si potrà abbracciare una sessualità polimorfa, non basata sul sesso riproduttivo, non necessariamente eterosessuale e monogama. Parla apertamente di “rivoluzione” e pensa che il fallimento della Rivoluzione socialista, ad esempio, sia dovuta al fatto che non sia riuscita ad eliminare la famiglia e la repressione sessuale, attuando un’operazione riformista più che rivoluzionaria. A tal proposito, la stessa Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel ha mostrato come il socialismo abbia ignorato la donna come classe oppressa e nello stesso tempo abbia negato le sue possibilità rivoluzionarie. Secondo Carla Lonzi e il collettivo “Rivolta Femminile” la donna non deve percorrere un movimento d’emancipazione interno al patriarcato, adeguandosi agli schemi imposti dal potere maschile, bensì seguire un percorso differente che le porterà alla liberazione.

Il femminismo radicale rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere. L’eliminazione del genere non significa che gli uomini non debbano avere più il pene e le donne non debbano avere più la vagina, al contrario di come sostengono alcuni fondamentalisti cattolici. Per il femminismo radicale il problema non è il sesso biologico, ma il genere.

Cos’è il genere per le femministe liberali e cos’è il genere per le femministe radicali?

Per comprendere il genere secondo il femminismo liberale è necessaria una lettura approfondita delle opere di Judith Butler, in particolar modo Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). In quest’opera Butler afferma che le categorie di sesso, genere e sessualità sono “performative”. Il genere è una perfomance attuata da un singolo individuo nei confronti della società.

Il carattere performativo del genere è trasmesso generazione per generazione seguendo dei modelli stabiliti socialmente. Butler afferma:  “gender is not a radical choice… [nor is it] imposed or inscribed upon the individual” (“il genere non è una scelta radicale né è imposto all’individuo”). Data la natura sociale degli esseri umani, il genere viene riprodotto tramite azioni di carattere performativo o teatrale, che di fatto mantengono il binarismo di genere. Quindi, gli esseri umani riprodurrebbero determinati atteggiamenti, imitando quello che fanno gli altri in ambito sociale. Secondo Judith Butler, inoltre, e secondo il femminismo liberale in generale, il sesso è costruito socialmente. Butler rifiuta il concetto di “sesso binario” (maschio o femmina). Pensa che sia proprio dal concetto di “sesso biologico” che anche il binarismo di genere e l’eterosessualità siano costruite come “naturali”. Critica altre femministe che hanno considerato le donne come gruppo astorico eterogeneo e opta per una nuova idea di genere, ovvero come qualcosa di fluido, che oscilla e che non è stabile.

Per la teoria queer contemporanea, vicina al femminismo liberale, il genere è una qualità individuale innata di ogni individuo, che si manifesta in determinati atteggiamenti e nel rapporto con il mondo esterno. Storicamente i generi sono due: uomo o donna. Le femministe liberali e queer criticano questo modello binario, come abbiamo già visto con Judith Butler, e optano per una liberazione individuale della persona, che può e, anzi, viene spinta a rigettare il binarismo di genere, abbracciando una nuova individualità: l’essere queer, ovvero non sentirsi né uomo né donna (dunque privo di genere), oppure sentirsi sia uomo che donna (bigender) e così via.

Per il femminismo radicale una persona, al momento della nascita, non ha nessun genere. Al contrario, questo gli viene imposto dall’esterno dalla società patriarcale.
E’ l’idea secondo la quale l’uomo e la donna debbano rispettare determinate regole per definirsi tali. Si tratta di un sistema gerarchico che divide uomini e donne in classi, mantenendo, di fatto, la subordinazione di un sesso (quindi di una classe, le donne) rispetto all’altro (gli uomini). Prima di urlare alla misandria, ponetevi una domanda. Se una persona di colore vi dicesse che i bianchi discriminano (e hanno storicamente discriminato) i neri come classe, vi sentireste infastiditi? Se un omosessuale vi dicesse che l’eterosessualità ci è imposta e che si subiscono quotidianamente discriminazioni a causa dell’eteronormatività, vi sentireste attaccati? Ne dubito! Chiusa questa breve parentesi, torniamo al dunque. Gli stereotipi di genere imposti dalla società patriarcale si ripercuotono negativamente sia sugli uomini sia sulle donne. L’uomo, ad esempio, viene considerato debole o effemminato se mostra la sua emotività, viene discriminato se ama persone del suo stesso sesso, non viene creduto se vittima di violenza sessuale, viene ridicolizzato se pratica atti sessuali non conformi all’eteronormatività, come il pegging.
Riassumendo quanto detto in precedenza, il femminismo radicale si pone come obiettivo l’eliminazione del genere e degli annessi stereotipi (e, dunque, del conseguente sistema di oppressione), a beneficio di uomini e donne e con lo scopo di costruire una società più equa.

Sia il femminismo liberale che quello radicale, dunque, si pongono in modo critico nei confronti del genere, ma hanno due reazioni e scopi differenti. Il femminismo liberale vuole abolire il binarismo di genere e crearne di infiniti. Il femminismo radicale afferma che se il patriarcato non esistesse, non esisterebbe neanche il genere. Per questo motivo, opta per l’abolizione del genere.

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Cos’è il female empowerment per il femminismo liberale? E per quello radicale?

Secondo il femminismo liberale, una donna che mostra il suo corpo, in realtà, va contro lo stereotipo ad essa imposto di essere modesta e pudica e, in questo modo, recupera la sua sessualità, riprende il controllo del suo corpo e lo “rinforza”/”valorizza” (in italiano non abbiamo un termine ben preciso che traduca il concetto di “female empowerment”).

Per il femminismo radicale una donna che mostra il suo corpo NON è una donna che non si rispetta o si degrada, esponendosi con i suoi gesti ad abusi e violenze. Sostiene, però, che così facendo non arrivi realmente ad avere il controllo di sé stessa e a valorizzarsi, ma inconsciamente, pur credendo di non esserne influenzata, interiorizza a sua volta stereotipi imposti dal patriarcato, secondo i quali una donna debba essere piacente e “sessualmente disponibile” nei confronti degli uomini. Difatti, il femminismo radicale riconosce e si batte contro il cosiddetto doppio standard imposto alle donne dal patriarcato. Ovvero, da un lato le “sante”, ovvero pure, vergini, che si sposino e mettano su famiglia e dall’altro lato, le “puttane”, donne pronte a soddisfare sessualmente gli uomini.
Qual è il rapporto delle femministe liberali e radicali nei confronti del capitalismo?

Le femministe liberali optano per un approccio riformista, ovvero auspicano una serie di cambiamenti interni al sistema capitalista, come avere più donne in posizioni dirigenziali o in politica. Al contrario, il femminismo radicale è, per definizione, anticapitalista, in quanto sostiene che il patriarcato, pur avendo avuto origine in epoca pre-capitalista, si sia rafforzato tramite il capitalismo stesso.

Qual è la posizione del femminismo liberale nei confronti della prostituzione? Cosa sostiene, invece, il femminismo radicale?

Le femministe liberali sono per la depenalizzazione e, nella maggior parte dei casi,  per la legalizzazione della prostituzione, in quanto credono che in questo modo le prostitute, da loro definite “sex workers”, possano liberarsi dallo stigma sociale di cui soffrono, ovvero la troiofobia. La troiofobia (in inglese “whorephobia”) è la discriminazione e la derisione subita dalle lavoratrici sessuali e lo stesso utilizzare il termine “troia” o “puttana” come insulto. Per le femministe liberali non c’è nulla di male nell’essere una sex worker né nell’essere cliente, perché in entrambi i casi si agisce nell’ambito di una libera scelta, ovvero c’è una persona che offre servizi sessuali e un’altra che ne usufruisce. Il fare la prostituta è un lavoro come un altro; viene in molti casi esaltato, ovvero quando si tratta di una decisione personale dell’individuo. Le femministe liberali non negano l’esistenza della tratta, ma si focalizzano di più sull’autodeterminazione della donna e sulla prostituzione come scelta libera e consapevole.

Le femministe radicali sono contrarie alla legalizzazione della prostituzione, abbracciano la depenalizzazione e l’abolizionismo. Si battono apertamente contro la tratta delle prostitute.  Le abolizioniste non sono proibizioniste, vogliono semplicemente punire coloro che sfruttano la prostituzione, ovvero il prosseneta (“pappone”) e, nel caso del modello nordico, chi alimenta il mercato della tratta e della prostituzione, ovvero il cliente. L’abolizionismo storicamente si è diffuso nell’Ottocento. In epoca moderna è stato ripreso e realizzato in alcuni Paesi europei come la Svezia (per questo si parla di “modello nordico”), in cui pagare per ottenere servizi sessuali è illegale, ma non è illegale la vendita. La Svezia ha optato per questa legge per far diminuire la domanda, partendo dal presupposto che la prostituzione sia figlia del patriarcato. La prostituzione volontaria, pur essendo considerata come realmente esistente, viene vista come un numero esiguo rispetto alla maggioranza di donne costrette a prostituirsi per ragioni economiche o perché vittime della tratta.

Le femministe radicali vengono impropriamente definite da alcune femministe liberali e queer come SWERFs, ovvero Sex Worker Exclusionary Radical Feminists. In realtà le femministe radicali non sono in alcun modo contro le prostitute né contro i loro diritti. Al contrario, si battono unicamente contro lo sfruttamento della prostituzione da parte di terzi, denunciando le violenze commesse dai clienti ai danni delle prostitute. Si basano spesso sulle testimonianze di attiviste ed ex prostitute, come Lohana Berkins, Natasha Falle, Bridget Perrier, Rachel Moran, Tanja Rahn e Alika Kinan. Le femministe radicali partono dal presupposto che se una donna è svantaggiata economicamente per esempio e se l’organizzazione sociale ti permette di far soldi facilmente vendendo il tuo corpo, fino a quanto questa può essere considerata una libera scelta?

Non tutte le femministe radicali, però, abbracciano il modello nordico, ovvero il punire il cliente. Ad esempio in Italia, la prostituzione è già stata depenalizzata e alcune radfem italiane vogliono mantenere lo status quo, ovvero non legalizzarla. Tuttavia, si può dire la tendenza generale delle femministe radicali sia quella di considerare la prostituzione come una forma di mercificazione del corpo femminile. Non negano che ci siano coloro che lo facciano per libera scelta, ma, date le condizioni economiche sfavorevoli e dato il fatto che la maggioranza delle prostitute, ad esempio in Germania, siano straniere, si chiedono quanto si possa parlare di “libera scelta” in merito alla prostituzione.

Cosa pensa il femminismo liberale della pornografia? E quello radicale?

Il femminismo liberale non pensa che la pornografia abbia un impatto negativo sulla società, ma che, al contrario, valorizzi la donna, mostrandola talvolta in posizioni di dominanza sull’uomo. Vuole combattere lo stigma associato al fatto che una donna non possa usufruire del porno e crede che non ci sia nulla di male nel mostrare il proprio corpo durante atti sessuali. Crede che il revenge porn, ovvero l’utilizzare materiale pornografico come ricatto personale, sia ingiusto e derivi dalla stessa visione della donna come sessualmente inibita e casta. Considera la pornografia come un mezzo d’espressione sessuale femminile. Molte femministe liberali si definiscono sex positive o pro-sesso e si battono contro ogni tentativo di censura di immagini o video pornografici.

Il femminismo radicale è convinto che gran parte di ciò che viene mostrato nel porno sia lesivo e oppressivo nei confronti della donna, rappresentata spesso come sottomessa e vittima della violenza maschile. Si rende conto di come la violenza nel porno stia aumentando esponenzialmente.  Inoltre, la facile reperibilità di materiale pornografico tramite siti web ha un impatto ancora più grande su come uomini e donne vivono il sesso e la propria sessualità nella vita reale. Difatti, molte persone cercano di emulare erroneamente quello che vedono nei porno, credendo che quello sia il modo normale e “giusto” di fare sesso. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei porno è pensata per un pubblico maschile, basti pensare a pratiche come il deepthroat e il sesso anale estremo oppure ai porno lesbici, spesso inverosimili e fuorvianti.

Secondo il femminismo radicale può esistere un porno femminista?

Le opinioni in merito sono, in realtà, contrastanti ma la maggior parte delle femministe radicali crede che non possa esistere un porno femminista o, anche se esistesse, sarebbe comunque poco visibile, in quanto si inscriverebbe comunque in un contesto patriarcale e non sarebbe capace, pertanto, di fare la differenza. La stessa parola “pornografia”, infatti, deriva dal greco antico πόρνη (pòrne) = prostituta + γραφή, (graphè) = disegno, scritto, documento, quindi: rappresentazione di prostitute. Il verbo greco περνημι significa “prostituirsi”. Le femministe radicali non sono sessuofobe. Al contrario, credono che la liberazione sessuale femminile sia uno dei punti chiave della loro lotta. Tuttavia, rigettano la pornografia e preferiscono parlare, piuttosto, di erotismo e di sessualità liberata per uomini e per donne.

 

Fonti
Sesso e genere (antifemminismo, femminismo e attivismo trans)

Femminismo su Wikipedia

Judith Butler

Posizioni femministe sulla sessualità

Butler, Judith (1988). “Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory”. Theatre Journal Vol. 40 No. 4, pp.519 – 531.

Sputiamo su Hegel

Prostituzione in Europa

Redstockings Manifesto, in AA. VV., The Vintage Book of Feminism, 1995, pp. 126-127.

Harriet Taylor e il femminismo liberale

Prostituzione in Svezia

Pornografia – etimologia

Firestone, Shulamith. The Dialectic of Sex: the Case for Feminist Revolution. New York:Morrow. 1970. Print.

 

 

I had never had an orgasm, but then…  — settembre 20, 2017

I had never had an orgasm, but then… 

orgasmo

At first I didn’t want to write this article. I thought “it’s too personal”, just like maybe it was too personal to talk about me and my rapist. But here I am, so… I guess I changed my mind!

[EN – PER LA VERSIONE IN ITALIANO VEDI SOTTO!]

I’ve always been interested in sex. It’s something that has always fascinated me. I started to masturbate when I was 10 and I had sex for the first time at 14 with my ex girlfriend. Some months ago I found some erotic stories that I wrote at that age, when I first discovered I was attracted to both men and women. Guys saw me as some kind of “Goddess of sex”, maybe just because of my bisexuality or because I talked about sex and sexuality without any problems.

I wasn’t the Goddess of Sex, though. I arrived at my 20s and again sex was still my obsession and my torment. My obsession because I obviously liked the idea of it. I liked to make the other person feel good, so to say.  “What about you?” asked my best friend. “Do you feel any good?”  “Yeah, but…” “But what? Have you ever had an orgasm?” “Well…no, I haven’t. I mean…” I don’t know when or why but after some sexual intercourses I arrived at the conclusion that orgasm was something that I could never reach. I thought I had some kind of problem, and this frustrated me. I could reach an orgasm indeed, but only through masturbation. Once, something changed: it happened. I was surprised and I felt like a different person. I don’t know what changed. Probably I trusted someone for the first time. I let myself go. I experienced some sexual desires I was afraid before to experiment. And I felt much much better. I understood that sex was not only about giving, but also about receiving. Which seems obvious to most of you, but it wasn’t to me.

In February this year I had for the first time the idea to write a story about what happened to me. I started Orgazm in April. It’s essentially a homoerotic love story between Kay and Sara, two expats living in Germany. Sara is a bisexual woman whose dream is being a singer. After an abusive ex relationship, she starts to explore her sexuality. When Kay gets to know her, Sara goes to parties, she gets drunk and has sex many times. Kay is fascinated by her lifestyle, but at the same time she shows some kind of criticism.

Kay’s story is not my story, but surely my experience inspired me to write this novel. My aim is depicting women having sex (mostly with other women), talking about sex, thinking about sex and exploring their sexuality. I’m sure many women out there don’t feel listened by their partners when it comes to sex. Other times they don’t even know their desires, essentially because patriarchy puts pressures on women not to talk about their sexual desires and kinks.

So, if you are having trouble reaching an orgasm, I just wanna tell you: relax, it’ll happen. Just take your time and don’t put too much pressure on yourself. It’s not your fault, it’s never your fault,  I believe in you! 

[P.S. In this article I’m referring to clitoral orgasm reached through external or internal stimulation of the clitoris, as Masters & Johnson’s research shows. It’s my experience and I’m not saying it will be everyone’s. But in a world where women’s sexuality isn’t taken seriously it’s my job as a feminist to talk openly about my relationship with sex and sexuality]

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[IT]

Onestamente all’inizio non volevo neanche scriverlo, quest’articolo. Ho pensato fosse troppo personale, ma direi che ho cambiato idea…
Sono sempre stata interessata al sesso, mi ha sempre affascinata. Ho iniziato a masturbarmi all’età di 10 anni e ho fatto sesso per la prima volta a 14 con la mia ex ragazza. Qualche mese fa ho trovato delle storie erotiche scritte da me a quell’età, quando ho capito per la prima volta di essere attratta sia dagli uomini che dalle donne. I ragazzi mi vedeva come una sorta di “dea del sesso” solo perché sono bisessuale e ho sempre parlato apertamente di me e dei miei desideri sessuali.

Non ero la dea del sesso, però. Ho superato i vent’anni e il sesso si è mostrato ancora una volta come la mia ossessione e il mio tormento. La mia ossessione perché ne amavo l’idea. Amavo il momento di condivisione con l’altra persona e che l’altra persona si sentisse bene.
“Ma tu?” mi ha chiesto poi la mia migliore amica. “Ti piace?” “Sì, ma…” “Ma cosa? Non hai mai avuto un orgasmo?” “In realtà no…”

Non so quando o perché, ma dopo una serie di rapporti sessuali ero arrivata alla conclusione che per me fosse impossibile raggiungere un orgasmo. Pensavo di avere qualche problema e ciò mi portava frustrazione. In realtà un orgasmo potevo raggiungerlo tramite la masturbazione.
Un giorno, però, qualcosa è cambiato: non so come ma è successo. Ne sono rimasta sorpresa e da quel momento in poi mi sono sentita come una persona differente. Non so cosa sia cambiato. Probabilmente mi sono fidata di qualcuno per la prima volta, mi sono lasciata andare, ho deciso di vivermi fino in fondo ed esplorare desideri sessuali che prima avevo paura a sperimentare. E mi sono sentita molto molto meglio. Ho capito che il sesso non è solo dare, ma anche ricevere. Che sembra ovvio per la maggior parte di voi, ma non per me.

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Nel febbraio del 2017 mi sono detta di voler scrivere una storia riguardo ciò che mi è accaduto. L’ho iniziata ad aprile. Si tratta essenzialmente di una storia d’amore e nello stesso tempo omoerotica fra due donne, Kay e Sara, due expat che vivono in Germania. Sara è una ragazza bisessuale il cui gran sogno è diventare una cantante. Dopo una relazione abusiva con il suo ex ragazzo inizia ad esplorare in vari modi la sua sessualità. Quando Kay la conosce, Sara va nei locali, partecipa a feste, si ubriaca e fa sesso ripetutamente. Kay è affascinata dal suo stile di vita, ma nello stesso tempo ne è critica.

La storia di Kay non è la mia storia, ma sicuramente la mia esperienza mi ha ispirata a scrivere questo romanzo. Il mio scopo è mostrare donne che fanno sesso (in genere con altre donne), che parlano di sesso, che pensano al sesso ed esplorano la propria sessualità. Sono sicura che ci sono molte donne che non si sentono capite dai propri partner in ambito sessuale. Altre volte loro stesse non conoscono i loro desideri, essenzialmente perché il patriarcato spinge le donne a non parlare dei propri desideri sessuali e kink.

Quindi, se hai difficoltà a raggiungere un orgasmo, voglio solo dirti: rilassati, accadrà. Prenditi il tuo tempo e non porti pressioni inutilmente. Non è mica colpa tua, non è mai colpa tua. Io credo in te!